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Call me by your name. Un film sulla scoperta dell’amore

by Giulio Espero

Non deve sorprendere la candidatura a quattro premi Oscar del film di Luca Guadagnino, autore pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano, regista estraneo al giro mediatico di casa nostra, ma da sempre legato ad un filone culturale che guarda oltre i confini nazionali.

Call me by your name è stato sceneggiato da James Ivory a partire dall’omonimo libro di Andrà Aciman. Un film dunque scritto, pensato ed interpretato per il mondo anglosassone e che soddisfa appieno l’idea che quel mondo ama avere dell’Italia, all’infuori della triade pizza/mandolino/mafia, di facile presa nell’immaginario nazional popolare straniero. Per evitare ogni contaminazione con la cronaca italiana attuale, poco attraente dal punto di vista di quella cinematografia, la vicenda ha luogo, inspiegabilmente, nel 1983, anno in cui non si segnalano particolari o significativi avvenimenti che possono aver influenzato i protagonisti del film o la società in esso rappresentata. Tale scelta temporale risponde probabilmente alla necessità di ambientare la vicenda in una realtà poco urbanizzata, con rare automobili, tante biciclette, scarpe di tela, polo Lacoste e calzoncini Adidas. Un luogo in definitiva altro, esotico, ove fare un nuovo Gran Tour, alla maniera dei ricchi intellettuali del Settecento, oppure ove vivere una nuova dolce vita, qualora fosse ripetibile.

In una bella casa antica e di pregio, piena di libri in lingua originale, camini e mobili di antiquariato, situata da qualche parte nel Nord Italia, il sig. Perlman, padre del diciassettenne Elio (Timothée Chalamet) ospita ogni estate un borsista (archeologo, filologo classico?) per aiutarlo a completare la tesi di dottorato e quell’anno, il 1983 appunto, tocca all’atletico Oliver (Armie Hammer). Tra i due giovani scatta un’attrazione via via sempre più irresistibile. Il tema del film diventa la scoperta dell’amore, attraverso un’affermazione della propria identità nient’affatto dolorosa, da parte di un adolescente, ebreo laico, unico rampollo di una famiglia di raffinatissimi intellettuali, ricchi e colti. La bella descrizione delle statue dello scultore greco classico Prassitele, fatta all’inizio del film, ben illustra l’ideale ellenico di kalokagathia (bello e buono) che permea tutta la pellicola, che si affida in maniera comunque lirica ed intima ad una reiterazione iconografica di alcuni topos, di carattere quasi rituale, come le passeggiate in bicicletta in perfetto silenzio e i continui bagni nelle fresche e dolci acque di petrarchesca memoria.

Guadagnino ha affermato di non aver voluto trattare di un amore omosessuale in quanto tale, ma di aver svolto una riflessione cinematografica sull’amore in senso più ampio e, seppur con qualche prolissità, buona parte del film può dirsi riuscita.

Debole però il finale, appesantito da un richiamo alquanto scontato alle convenzioni sociali di facciata. Attraverso le bellissime immagini pittoriche (alcuni frame richiamano le tele di De Chirico per la purezza dei paesaggi urbani senza tuttavia riprenderne l’angosciata solitudine), gli avvolgenti paesaggi bucolici, una suadente e consolante colonna sonora e soprattutto grazie alla bravura dell’attore che interpreta Elio, viene raccontata la sempiterna diarchia tra la natura ideale ed eterea dell’amore e le nostre pulsioni erotiche più terrene e fisiche.

Resta impressa la scena finale del film, a ridosso dei titoli di coda, con il protagonista che assapora con estrema tristezza e maturità, quasi con voluttà, il senso di vuoto che lascia la crudeltà insita in ogni storia d’amore.

 

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