Foto by ONU Italia
Non sembra si sia riflettuto abbastanza sulla chiara presa di posizione della Chiesa locale tedesca, (la Diocesi cattolica di Magdeburgo) e le Chiese evangeliche locali all’indomani del risultato elettorale in Sassonia (inizio settembre). Una dichiarazione congiunta con la quale si esprimeva preoccupazione per il successo di Afd (partito di estrema destra). E’ una dichiarazione, ripresa e rilanciata dai canali di informazione della Santa Sede (Vatican News) che apre il cuore alla speranza, ma che avrebbe richiesto esplicita solidarietà a quei Vescovi da parte delle chiese nazionali dei paesi democratici e chiara presa di posizione del Vaticano. Non si può ignorare, non si può tacere che il risultato della Sassonia è di natura xenofoba e intriso di razzismo. Una destra nazionalista che cresce nei consensi e che proprio in Germania non può che aumentare i timori e le preoccupazioni. Né si può ignorare che un vento di destra soffia sull’Europa, anzi un vento che porta con sé brutti segnali di intolleranza e che si spinge in altre regioni europee. Questo vento ha trovato, però, un freno nelle elezioni in Svezia dove, seppur di misura, si sono affermate le forze progressiste.
Quello sassone è stato certo un voto pericoloso e inatteso nelle proporzioni (44%), che rischia di condizionare i comportamenti elettorali nel resto della Germania e in altri paesi europei. L’Europa democratica non può ignorare che le destre europee manifestano più forza politica e culturale e più dinamismo elettorale. Le incertezze del processo unitario vano superate ed i popoli nazionali devono avvertire di nuovo come possibile e imminente l’unità europea, coltivando il sentimento democratico, rafforzandolo nella coscienza dei popoli e mettendo in atto azioni politiche e anche in qualche caso di natura istituzionale per restituire ai cittadini fiducia nella democrazia, nella sua organizzazione istituzionale, nell’economia di un capitalismo che va dominato e ricondotto a misura delle persone. Soprattutto ora che con l’AI l’uomo rischia di perdere il governo dei processi produttivi e il controllo dei meccanismi dell’economia di mercato. Soprattutto, l’Europa ha l’obbligo urgente di far vivere il mito dell’unità delle nazioni e degli Stati Uniti d’ Europa. Gli appelli per la difesa della democrazia non bastano più se essa non è in grado di fornire risposte ai cittadini, alle comunità locali, se al pragmatismo non si affiancano costantemente i valori ispiratori del grande progetto dei padri per unire l’Europa economicamente e istituzionalmente. Si manifesta con il voto alla destra autoritaria una certa stanchezza per la democrazia e l’organizzazione statuale che finora ha retto nei paesi democratici europei. Una certa obsolescenza delle istituzioni messe in piedi tanto tempo fa, nel secondo dopoguerra e poi con il trattato di Maastricht (1992); cresce l’insofferenza per decisioni che andrebbero assunte rapidamente, ma che in democrazia hanno il loro iter secondo le regole della democrazia stessa. Più reddito ai lavoratori dipendenti, più mercato europeo, più investimenti nell’industria civile e nelle attività economiche non strettamente legate all’economia della difesa. Più servizi, e di qualità, e meno burocrazia, più attenzione alle tematiche ecologiche e, ora, più capacità politiche ed operative sfruttando i benefici dell’AI. Più sicurezza e più controllo dei flussi migratori (i temi sui quali la destra conquista più consensi). Non bisogna, comunque, sottovalutare che abbia potuto incidere nel voto sassone un presunto incombente pericolo russo. Noi che viviamo in un paese non confinante con la Russia non avvertiamo come incombente il pericolo rappresentato dalla Russia di Putin, ma probabilmente lo è per i paesi del centro Europa e quelli che con la Russia confinano. Proprio di recente però strani incidenti in volo, protagonisti droni, segnalano provocazioni tese forse a testare le capacità reattive italiane. Predisporsi quindi ad una difesa militare è doveroso, ma occorre moltiplicare il ricorso alla diplomazia e lavorare incessantemente per la pace, fare ogni sforzo per tenere fuori dalle opzioni diplomatiche l’opzione guerra. Nessuna comunità locale accetta il pericolo incombente di un’invasione o di una guerra e quando questo pericolo sembra profilarsi il voto elettorale tende a riversarsi su quelli che mostrano i muscoli e lavorano a restringere le libertà democratiche e a chiudere le frontiere, fornendo la sensazione di maggiore sicurezza.
La domanda di fronte a questa crisi e alle tante altre che sono sparse nel mondo è se gli organismi messi in piedi nell’immediato dopo guerra del secondo Novecento sono ancora in grado di assolvere alla funzione per la quale sono nati. Il loro scopo era perseguire la pace, favorire le relazioni pacifiche tra gli stati, evitare il ricorso a strumenti di conflitto armato, evitare l’avverarsi di condizioni che avrebbero potuto scatenare una terza guerra mondiale. Sono 80 anni che l’Europa vive in pace ma la memoria storica sembra essersi eclissata e i nuovi governanti delle nazioni europee si sono lasciati alle spalle ogni prudenza ed ogni azione capace di produrre nuovi passi verso una pace globale. Dopo 80 anni, sembra che qualcuno abbia voglia di guerra, abbia voglia di conflitto armato e spesso per ragioni incomprensibili o spesso per il possesso di pezzi di territorio o che appartengono ad altre nazioni.
Occorre che la forza politica degli Stati meno belligeranti sia tale da sopravanzare quella di chi opera per il conflitto. Le nostre generazioni non hanno conosciuto la guerra, si operi perché anche le generazioni di figli e nipoti possano vivere in pace ed in un mondo che cresce attraverso gli sviluppi dell’economia di pace e della nuova economia guidata dalle scelte (pacifiche) indotte dall’AI.
