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Editoriale. Confronto sistemi educativi Italia-Giappone

by Pasquale Cuofano
scuola

Come recuperare, se tali sono stati, i ritardi che la pandemia da Covid-19 ha causato nell’educazione e nella formazione? Come si apprendono fuori dall’aula conoscenze e competenze in tutti gli ambiti, ma anche buone maniere, resistenza alle frustrazioni, tolleranza, senso morale, senso di fiducia? Come si insegnano? Come viene ampliato, poi, quanto acquisito a Scuola lungo l’arco della vita?

Questi interrogativi hanno focalizzato l’attenzione sul funzionamento del sistema scolastico italiano, sulla formazione dei giovani, sul bisogno di competenze adeguate e sul grado di istruzione della popolazione attiva.

In questo dibattito la Scuola italiana ha accentuato il confronto, già in realtà avviato da anni, con il sistema scolastico dell’Ue per osservare diversi modelli e per realizzare un’integrazione sul riconoscimento delle comuni radici culturali.

Poco spazio è stato dedicato ai sistemi scolastici asiatici forse perché li sentiamo ancora lontano da noi. Essi però sono troppo importanti per essere ignorati, soprattutto per come caratterizzano la forza lavoro.

Eppure, proprio accostando le esperienze di due mondi così diversi si potrebbero forse capire meglio i punti forti e i punti deboli del nostro sistema scolastico e mutuare soluzioni.

Analizziamo l’esempio del Giappone.

In questo Paese le uniche persone che non devono inchinarsi di fronte all’Imperatore sono gli insegnanti perché senza di loro non ci sarebbero imperatori. Ciò chiarisce in un modo inequivocabile l’importanza dell’insegnamento per questo popolo mentre in Italia modesta è la considerazione degli insegnanti.

La Scuola è afflitta da gravi problemi di dispersione.  In Italia il diploma viene conferito con un esame alla fine di un ciclo di tre (scuola secondaria inferiore) e cinque anni (scuola secondaria superiore), in Giappone con esami di ammissione al ciclo successivo, destinati a scegliere chi verrà accettato nei diversi tipi di scuola (più di tipo accademico o più di tipo professionale). In Giappone il fatto che non vi siano esami di fine ciclo fa sì che gli insegnanti non esercitino una forte pressione di tipo accademico sugli allievi, seguano un percorso ben preciso e dettagliato, tendenzialmente stabile negli anni, e richiedano un rendimento non stressante agli allievi (lo stress c’è fuori, per chi si prepara agli esami) e accetti prestazioni modeste senza sanzionarle. L’insegnante è visto come una persona su cui contare e con cui avere un certo affiatamento piuttosto che come un giudice. Le esperienze di apprendimento sono dunque per gran parte degli allievi esperienze gratificanti, che lasciano un ricordo capace di avere una ricaduta positiva prima di tutto nell’atteggiamento relativo all’educazione dei figli e poi in seguito nelle esperienze di approccio al lavoro e più generale di affrontare la vita adulta.

Un altro aspetto riguarda l’abitudine al lavoro individuale piuttosto che al lavoro di gruppo. Nella scuola italiana il lavoro di gruppo è ancora poco riconosciuto e gli studenti sono valutati per quello che sanno individualmente, ma non sono incoraggiati a lavorare insieme. Nel caso delle scuole e degli insegnanti giapponesi invece, dalla scuola materna ed elementare quasi tutte le attività sono svolte in gruppo, e questa abitudine prosegue nella scuola secondaria inferiore, il contributo dato al gruppo viene valutato e sottolineato, ponendo le premesse per quella miscela di responsabilità parte individuale e parte collettiva che poi caratterizzerà i meccanismi di valutazione delle prestazioni sul lavoro. Durante le lunghe ore trascorse a scuola, anche in attività ludiche o di discussione molte attività sono progettate per far nascere e alimentare il senso di appartenenza. Gli insegnanti con i genitori controllano, incoraggiano e se occorre chiamano a rendere conto. Il risultato è un alto grado di consapevolezza del fatto che l’individuo appartiene ad una comunità: la scuola negli anni dell’istruzione, l’azienda o l’ente quando lavorerà da adulto.

Per quanto riguarda l’Università, inoltre, nostri tassi di accesso rimangono inferiori alla media europea, mentre quelli giapponesi sono superiori. Grazie a contributi scolastici gli studenti più meritevoli possono accedere ad Università statali che risultano più prestigiose di quelle private. Molto diverso dall’Italia dove si richiede un grosso sforzo per laurearsi mentre in Giappone una volta entrati, l’impegno e l’assiduità richieste non sono paragonabili a quelli delle facoltà occidentali. Le competenze e la professionalità vengono trasmesse sul lavoro ai laureati, che vengono selezionati in base al prestigio dell’università da cui escono; le aziende valutano soprattutto l’addestrabilità, e questa (capacità di studio, di applicazione, di resistenza) è già stata dimostrata in occasione degli esami di ammissione.

Un altro aspetto importante è il ruolo della famiglia. Nel nostro paese la maggior parte delle famiglie tende a delegare alla scuola istruzione ed educazione, si aspetta che la scuola riduca la disuguaglianza ed aumenti vantaggi sociali e professionali, ma investe poco a confronto delle famiglie degli anni ’60. La famiglia giapponese – in larghissima maggioranza di classe media – ha una tradizione di attenzione all’esperienza scolastica dei figli che dura da generazioni. In Italia la considerazione che l’opinione pubblica ha del sistema scolastico e della professione insegnante non è molto alta, come è dimostrato dal livello degli stipendi e dai meccanismi di carriera. Ancor meno sentita è l’esigenza di raggiungere il massimo della scolarità in funzione della crescita personale e del benessere collettivo: la spinta a continuare a studiare infatti deriva più da attese di miglioramento personale, sociale ed economico. Non importa quello che si sa, basta avere il diploma o la laurea.

Inoltre nel nostro paese – come del resto in tutto l’Occidente, pur con differenze da paese a paese – si dà più importanza alle capacità, alle abilità più che all’impegno allo sforzo profuso. Per contro in Giappone l’accento è sullo sforzo profuso, sull’impegno adottato dagli allievi. Secondo alcuni questo atteggiamento viene da lontano ed è un’eredità del pensiero confuciano che assegnava grande importanza alla conoscenza e all’ideale della perfezione, umana e morale, il prestigio sociale legato allo studio, l’idea secondo cui la diligenza portava al risultato e la sottomissione dell’allievo all’insegnante erano tutti elementi largamente affermati. Secondo altri nel Giappone di oggi l’impegno nello studio di giovani e adulti è più una questione di conformità che di afflato spontaneo. I giapponesi devono imparare, e continuare ad apprendere, perché se non lo facessero le conseguenze in termini di esclusione, da parte della collettività scolastica prima e da parte dei colleghi di lavoro poi, non tarderebbero a venire.

E infine la formazione professionale.

Si sente spesso la lamentela da parte degli imprenditori secondo cui il sistema scolastico e quello della formazione professionale non insegnano abbastanza skills, che i giovani non sono abbastanza preparati e che chi vuole assumere non trova le professionalità adeguate. Situazione completamente diversa si registra in Giappone dove la professionalità, le competenze vengono trasmessi dall’azienda che assume e che pertanto nel processo di assunzione valuterà soprattutto la capacità di apprendere del candidato Per l’azienda giapponese l’importante è la disponibilità ad acquisire conoscenze, non solo agli inizi della carriera, ma lungo tutto il periodo di servizio, con opportuno riconoscimento in termini di salario. Questa è probabilmente la ragione principale per cui i giapponesi continuano ad imparare ben oltre il punto in cui i lavoratori di altri paesi hanno interrotto il loro percorso di apprendimento.

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