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Energia ed Europa

by Pietro Spirito

 

Ancor prima della pandemia, la Commissione Europea aveva lanciato la sua iniziativa di green new deal. Era maturata la consapevolezza che il cambiamento climatico andasse affrontato con una determinazione maggiore, mediante un programma strutturato che si fondava sulla transizione energetica e sulla trasformazione del modello di produzione economica su scala sovranazionale.

Poi è venuta prima la pandemia e poi la guerra ucraina. Le carte in tavola sono cambiate in modo sostanziale. Non bastava più una iniziativa comunitaria per rilanciare la crisi economica determinata dalla pandemia.

Con una determinazione che non si era espressa durante le crisi finanziarie dal 2008 al 2013, le istituzioni europee hanno allargato il perimetro del green new deal verso altre dimensioni più profonde, sino a costruire il Next Generation EU, la più grande iniziativa comunitaria di rilancio infrastrutturale ed industriale, percorsa mediante l’assunzione di debito europeo, superando il tabù che per decenni aveva impedito la costruzione di politiche economiche comunitarie.

I primi effetti sono stati positivi: non solo l’effetto annuncio ha modificato la percezione della paralisi nelle istituzioni europee, ma anche il clima di fiducia ha contribuito a determinare un effetto di rimbalzo positivo sull’andamento delle economie europee nel 2021.

Poi è venuta l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio 2022. Stavolta l’Europa, dal punto di vista delle implicazioni economiche, è tornata ad esprimere tutte le sue incertezze. Si è sostanzialmente accodata al meccanismo delle sanzioni deciso dagli Stati Uniti d’America, e non ha tenuto in debito conto la sua dipendenza energetica dal gas russo, particolarmente rilevante per la Germania e per l’Italia.

Quando è risultato evidente che Vladimir Putin, utilizzando Gazprom, ha messo in campo l’arma del ricatto energetico, i Paesi in maggiore condizione di debito energetico hanno accelerato la ricerca di fornitori alternativi. Sono stati compiuti da questo punto di vista passi in avanti significativi, ma sarà ancora necessario altro tempo per determinare situazioni di maggiore indipendenza dal gas russo. A quel punto si è capito che serviva altro.

Da maggio scorso Mario Draghi ha posto la questione di mettere in campo uno strumento amministrativo su scala comunitaria per evitare l’impennata dei prezzi. Era necessario fissare un tetto al prezzo, concordato su scala europea. Alcuni Paesi, ed in particolare la Germania, hanno accolto con freddezza la proposta, ed è cominciato un percorso, ora in fase di conclusione, per maturare una decisione comunitaria.

La Russia non ha perso tempo e, per condizionare la discussione, ha razionato ulteriormente le forniture, adducendo scuse di problemi tecnici ai gasdotti particolarmente goffe. La speculazione finanziaria, condotta dalle società petrolifere e dagli operatori economici sul mercato dei futures, hanno fatto il resto. Da giugno ad agosto la quotazione dei titoli futures sul mercato del gas è balzata da 80 ad oltre 300 dollari a megawatt.

Le conseguenze sono rimbalzate nelle bollette energetiche delle industrie e delle famiglie europee, con un impatto diretto sulla sostenibilità economica e con un impatto indiretto sulla crescita dell’inflazione tendenziale, che ha superato il dieci per cento.

Hic Rhodus, hic salta. Il 9 settembre prossimo si riuniranno i ministri comunitari dell’energia che dovranno preparare le decisioni del Consiglio europeo previsto ad inizio di ottobre. La partita della solidità comunitaria si gioca nuovamente, in un secondo round rispetto alla crisi pandemica. Si vedrà se i governi saranno in grado di esprimere un nuovo scatto di iniziativa politica capace di far sentire il peso economico dell’Europa. Se accadrà, faremo un altro passo in avanti sostanziale verso l’integrazione. Se ci sarà una fumata nera, l’Unione perderà una occasione irripetibile.

Solo dalle grandi crisi possono nascere i grandi progetti, così come possono nascere i grandi guai. Siamo in questo bivio, alla ripresa dopo la pausa estiva di un anno di guerra. Onestamente, conterà molto di più l’esito di questa vicenda che non il risultato delle prossime elezioni nazionali.

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