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Giornalisti e prostitute, condoni e traditori, inceneritori e ceppe

by Flavio Cioffi

Sono questioni diverse tra loro, ma accomunate da una medesima impostazione ideologica, culturale e comunicativa: l’affermazione apodittica, l’individuazione del nemico, l’istigazione all’odio. Un modo per sfuggire al confronto sul merito dei problemi e sui programmi.

Chiunque si opponga al “verbo” o semplicemente manifesti un’idea diversa è, a seconda del contesto, una prostituta, un traditore, un sabotatore. E il volgo applaude. Lieto di poter attribuire colpe senza dover fare lo sforzo di capire. Felice di poter rimanere “il volgo – che, come scriveva D’Annunzio – tende i polsi alle catene”.

Volgo, attenzione, non popolo. Un popolo ha coscienza di sé, cioè della propria appartenenza culturale e sociale. Ma, in questa accezione, il popolo italiano è solo una parte, non maggioritaria, dei cittadini aventi diritto al voto e la ricerca del consenso, in un periodo nel quale sono in gran parte saltate le mediazioni politiche, si fa così.

Proviamo a valutare i singoli aspetti.

La colpa dei giornalisti sarebbe quella di aver aggredito mediaticamente la sindaca di Roma, Virginia Raggi, poi assolta. Quindi, sarebbero “pennivendoli”, “infimi sciacalli” e, appunto, prostitute.

Aldilà del sessismo dell’ultimo epiteto, il giornalista è per definizione un pennivendolo. Lavora per guadagnare, come tutti, e vende quello che scrive. Spesso è succube degli editori che gli pagano lo stipendio. Alcuni senza perdere la misura e l’autorevolezza, altri forzando le notizie, a volte partecipando a vere e proprie campagne di delegittimazione. Questo vuol dire che non tutti i giornalisti fanno bene il loro mestiere. Ma riguarda qualunque categoria. Per converso, esprimono, anche loro, eccellenze assolute. Se qualcuno pensa che siano o dovrebbero essere titolari di una funzione etica, sbaglia.

La politica, che quanto a purezza di intenti e di condotte non ha niente da insegnare a nessuno, neanche quella di oggi, in realtà non si sta rivolgendo ai giornalisti ma agli editori. Li minaccia e li blandisce insieme. È stato sempre così e non è prevedibile che cambi in futuro. Però facciamo attenzione.

Veniamo a Ischia e al presunto condono contenuto nel famigerato articolo 25 del decreto Genova.

Negli ultimi trent’anni, vengono varati tre condoni edilizi e, scientemente, non si risponde alle relative istanze perché la situazione sull’isola, tra rischi e interessi, è davvero complicata. A tutti va bene così e si va avanti. Poi il rischio si concretizza e le case crollano. Difficile sostenere che sono abusive e non danno diritto al contributo. Allora si decide di definire finalmente le pratiche. Ma una frasetta del primo comma stabilisce che alle istanze di condono presentate si applicano le disposizioni della legge del 1985, più permissive di quelle dei successivi condoni.

Scelta non per forza assurda o criminogena, ma certamente opinabile. E non si vede chi dovrebbe opinare se non, prima di tutti, il legislatore chiamato ad approvarla. Non commette un reato di lesa maestà, esercita il doveroso mandato parlamentare, che è libero, come la stampa. Poi il movimento politico di appartenenza può anche espellerlo, ma non è un traditore. Fa il suo mestiere e risponde alla propria coscienza e ai suoi elettori.

Infine, i rifiuti in Campania.

Salvini teme il “disastro ambientale”, nota che “non c’è programmazione e c’è incapacità”, ipotizza che quella dei termovalorizzatori possa essere una scelta utile che “si può anche imporre”. Apriti cielo.

“Gli inceneritori non c’entrano una beneamata ceppa”, gli risponde Di Maio. La ceppa è la parte interrata dell’albero, vicino alle radici, per chi non lo sapesse, mica altro. Fico, più istituzionale, parla di compostaggio, trattamento meccanico manuale, raccolta differenziata, riciclo.

Purtroppo, degli auspicati impianti di compostaggio e trattamento meccanico non si vede l’ombra e, anzi, De Luca lo scorso 31 luglio dichiarò che “se dobbiamo aprire 10 siti di stoccaggio ne apriremo 10, ne apriremo 20, quello che è importante è non avere rifiuti per le strade, punto, questa è la priorità assoluta … costi quel che costi…” Ci si prospetta un futuro di incendi e trasporti d’oro agli inceneritori del Nord Italia e d’Europa.

Se è vero che non si fanno più inceneritori in giro per l’Europa, è perché li hanno già fatti e quelli che ci sono continuano a lavorare. Se non avessimo il termovalorizzatore di Acerra, saremmo con la spazzatura ai primi piani delle case. Questo non significa che non ci siano alternative valide e auspicabili, ma che Salvini non ha bestemmiato. Sgombriamo il campo dagli equivoci, siamo già in emergenza rifiuti.

L’approccio alla Savonarola, oltre che inopportuno, nessuno di quelli che parla è il Papa, è anche inadatto a risolvere i problemi. Siano essi relativi alla libertà di stampa, allo sfruttamento del territorio o alla gestione dei rifiuti.

di Flavio Cioffi

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