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I morti e i vivi

by Piera De Prosperis

Nella terna dei finalisti del Premio Napoli 2019, sezione narrativa, vi è il romanzo di Giulio Cavalli, Carnaio, Fandango Libri. Siamo di fronte ad un testo distopico. Si parte da situazioni apparentemente riconoscibili, facilmente collocabili nel nostro spazio e nel nostro tempo, ma in cui alcune caratteristiche sociali, politiche e culturali sono portate al limite estremo, individuando una società prossima futura altamente negativa.

In un’isola del Mediterraneo, a due ore da Malta, DF (così si chiama), che potrebbe essere facilmente identificata con la nostra Lampedusa, viene trovato un cadavere di un uomo di colore. Poi un altro, poi un altro ancora fino ad arrivare all’abnorme cifra di 24.712 cadaveri. L’onda di morti ha ucciso anche quattordici persone del posto e così i morti che vengono dal mare diventano “quelli”, mentre quelli di DF sono” i nostri”. Per risolvere il problema di questa massa umana, per altro di uomini tutti uguali, gli abitanti dell’isola si industriano sgombrando i corpi spesso ridotti a poltiglia per l’onda d’urto del mare, immagazzinandoli. Noi non ci occupiamo delle persone che forse sono stati, non mi interessa, non ci interessa, non abbiamo il tempo e le risorse per impegnarci: ci occupiamo di quell’ammasso di carne, pelle, tendini, peli, ossa, nervi e liquidi che hanno anche forma di persona. Questo il nucleo della prima parte I morti. Non meno disturbante la seconda, I vivi, in cui ogni capitolo è dedicato ad un abitante che, con macabra fantasia, riutilizza parti dei corpi. DF riesce, grazie a questa imprenditoria funebre, ad avere una propria fiorente economia anche energeticamente indipendente che la porta ad una secessione rispetto alla madrepatria, incapace di gestire in tempi brevi l’emergenza. Il finale è apocalittico.

Il lettore segue il lento ma inesorabile declino degli uomini e delle donne di DF riconoscendo nel percorso passaggi riguardanti l’accoglienza che ci è capitato di leggere sui nostri quotidiani. Nel romanzo (e non solo) diventa naturale scivolare nell’orrore, tanto più vicino perché il linguaggio che Cavalli adopera è quello che tante volte abbiamo sentito contro i migranti. Potremmo arrivare a tanto, a mettere anche in atto pratiche cannibalesche se ritenute necessarie alla sopravvivenza, a mettere in discussione ogni valore civile e sociale? Forse sì, è il rischio che corriamo se non manteniamo diritta la barra dell’umanesimo.

Da un punto di vista strutturale ci troviamo di fronte ad una narrazione che esula dalla tradizione. Non si rispetta lo schema eroe-antagonista perché in realtà non c’è nessun personaggio in cui il lettore possa identificarsi. Quei pochi che ancora mantengono un briciolo di coscienza ed inorridiscono alla piega degli eventi, scompaiono presto inghiottiti dai terribili vantaggi che l’onda dei corpi porta alla comunità. Con i pochi buoni soccombono pietà, rispetto, legami di sangue e di fratellanza. Ovviamente i cattivi sono anche nella madre patria che si sottrae ad un confronto diretto ed onesto con il problema. La piccola DF si chiude in una cupola, una sorta di Under the dome, serie televisiva fantascientifica, in cui gli alieni questa volta sono proprio gli umani che vivono all’interno.

L’autore del resto è un personaggio che ben conosce le dinamiche attuali. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta. È stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia. L’attualità come serbatoio inesauribile di storie, spesso terribili, a cui non bisogna assuefarsi. Questo libro fa da lente d’ingrandimento di un problema a cui troppo spesso ormai guardiamo con superficiale trascuratezza e colpevole assuefazione.

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