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I rischi per la salute da telefonia mobile.

by Giovanni Improta

Partiamo da cosa dice l’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro – IARC, l’agenzia intergovernativa dell’OMS che ha il compito di dare linee guida sulla classificazione del rischio legato ai tumori da sostanze chimiche e agenti fisici.

Due studi caso-controllo sono stati considerati maggiormente informativi. Il primo, condotto da un gruppo svedese (Hardell et al., 2011), ha dimostrato che per coloro che avevano utilizzato il telefono cellulare per più di 1 anno, il rischio di tumore al cervello, del nervo acustico e delle meningi cresceva con l’aumentare della durata cumulativa delle telefonate. Più specificatamente, il rischio risultava maggiore di 3 volte rispetto al gruppo di controllo, quando la durata cumulativa delle telefonate era superiore a 2000 ore e il tempo trascorso dall’inizio dell’uso era di oltre 10 anni, e quando il telefonino veniva comunemente appoggiato per l’ascolto nello stesso lato della testa.

Il secondo, ancora più ampio, condotto con identica metodologia in vari paesi europei (Interphone), ha evidenziato un aumento del rischio di tumore del cervello in coloro che avevano accumulato oltre 1600 ore di telefonate e, anche in questo caso, quando il cellulare veniva appoggiato sempre sullo stesso lato della testa.

Parliamo di agenti del Gruppo 2B, possibilmente cancerogeni per l’uomo, utilizzato quando c’è limitata evidenza di cancerogenicità. Nel giugno 2016, 289 agenti erano così classificati, tra i quali i sottaceti e il nickel (dalla bigiotteria, alle chiavi, ad alcuni alimenti come i pomodori) e fino a pochi anni prima vi era incluso anche il caffè.

Per dare un’idea, la carne rossa è stata classificata come “probabile cancerogena per l’uomo“, gruppo 2A, e la carne rossa lavorata (affettati, salsicce, bacon, ecc.) come “cancerogena per l’uomo“, finendo nel gruppo 1, ovvero quello in cui sono presenti tutte le sostanze sicuramente cancerogene, quali fumo di sigarette e alcol.

I campi elettromagnetici, d’altronde, sono presenti ovunque nell’ambiente e possono essere generati sia da sorgenti naturali che artificiali. I parametri da tenere in considerazione quando si parla di elettromagnetismo sono vari: frequenza, potenza, distanza dalla sorgente e durata dell’esposizione. La frequenza, ad esempio, varia il tipo di interazione che il campo elettromagnetico può avere con la materia vivente. Si parla infatti di radiazioni ionizzanti e non ionizzanti e tra quest’ultime di bassa (frequenza industriale 50 Hz – ELF) e alta (telecomunicazioni – RF radiofrequenze) frequenza. La potenza, invece, è direttamente proporzionale alla sollecitazione data al corpo umano.

In estrema sintesi, maggiore è la distanza che l’onda elettromagnetica deve percorrere, più è la potenza che le serve. A parità di potenza, più si è lontani dalla sorgente, minore è l’esposizione a cui siamo sottoposti. Il tempo di esposizione è un moltiplicatore degli effetti dei campi.

Partendo dalle conclusioni dello IARC, l’Istituto Ramazzini di Bologna sta effettuando uno studio sui ratti (Sprangue-Dawley), i cui primi risultati sono stati divulgati il 22 marzo, dai quali emerge che i ratti esposti alla “dose” più alta di campo elettromagnetico, ossia 50 V/m, hanno avuto un incremento dell’incidenza del tumore al cervello e al cuore. Su questa base è stato richiesto di rivedere la classificazione IARC, ma la conclusione cui si è giunti va presa con cautela.

Va precisato che lo studio ha riguardato le c.d. radiazioni utilizzate per le comunicazioni che rientrano tra quelle definite “non ionizzanti”, ossia onde elettromagnetiche di energia tale da non provocare il distacco di elettroni da atomi o molecole, come invece avviene con le particelle α e β, i raggi γ, ecc., che causano danni ai tessuti viventi: mutazioni, malattie acute da radiazione, cancro e morte. Le radiazioni ionizzanti sono per esempio utilizzate per la diagnostica (radiografie che utilizzano i “raggi x”) e per la cura dei tumori (radioterapia).

I risultati dello studio hanno evidenziato degli effetti su campioni di ratti esposti ai 50 V/m per 19 h al giorno. Ma cerchiamo di capire cosa significa essere sottoposti ad un campo di 50 V/m. O meglio, dove lo troviamo.

Se parliamo di SRB, le famigerate antenne della telefonia mobile, dovremmo metterci di fronte ad una di esse a non più di 1 o 2 metri. E’ bene ricordare che le antenne sono direzionali e ognuna forma una sorta di cono (e non un “ombrello” come spesso si sente dire), per tale motivo l’edificio o il traliccio sul quale sono montate non è interessato dal CEM generato. Per coprire un territorio in genere ve ne sono tre, ognuna ruotata di 120°. Su alcuni siti ve ne possono essere più di tre per le differenti tecnologie installate (GSM, UMTS, LTE, ecc) e/o la presenza di più di un gestore sullo stesso sito.

La cosa più semplice sarebbe spegnere tutto e senza dispositivi elettrici o elettronici non saremmo di sicuro sottoposti a CEM di origine antropica. Tuttavia, saremmo comunque sottoposti ai campi di origine naturale (come quello magnetico della Terra, senza il quale la vita sul pianeta sarebbe spazzata via in un attimo).

“Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”. Bisogna tenere presente questa famosa citazione di Paracelso e ricordarsi di utilizzare in modo intelligente la tecnologia. Spesso si guarda alle SRB, che sono in genere molto distanti da noi, mentre ci si dimentica dell’altra antenna, ossia quella del telefono, che è praticamente adesa al nostro corpo.

Quando utilizziamo il telefono possiamo mettere in campo semplici precauzioni come quella di tenere il telefono distanziato dal corpo utilizzando le cuffie o il vivavoce (doveroso in auto, aldilà delle prescrizioni del codice della strada, perché l’abitacolo funge da gabbia di Faraday e scherma l’antenna del telefono che deve utilizzare una potenza maggiore). Se non si hanno le cuffie a portata di mano, gli smartphone di ultima generazione partono con una potenza alta per poi abbassarla in funzione della distanza delle SRB (sembra un paradosso, ma è meglio se la SRB è vicina) quindi, quando parte o si riceve una telefonata, aspettare qualche secondo prima di portarli all’orecchio.

Discorso simile si può fare con tutti i dispositivi elettronici, come tablet o laptop che è bene non utilizzare tenendoli sulle gambe o vicino a parti sensibili (i CEM sono generati indipendentemente se sono connessi o no alla rete wifi o mobile), ma anche con le lampade a risparmio di energia. Ci sono alcuni modelli per i quali sono stati misurati campi elettromagnetici superiori ai limiti, tuttavia ci si riferisce a misure effettuate a pochi centimetri dalla sorgente, ma già a 30-40 centimetri sono ampiamente nella norma. Comunque, è meglio non tenerle molto vicino alla testa (ad es. scrivanie o comodini da letto).

Per concludere, è bene tenersi informati senza fermarsi alle prime notizie che si trovano in rete, ma consultando i siti istituzionali degli organi di controllo sanitari e ambientali.

di ing. Giovanni Improta

Responsabile U.O. Agenti Fisici, Dipartimento di Napoli – ARPAC

Vice coordinatore Commissione speciale “Esposizione umana ai campi elettromagnetici” Ordine degli Ingegneri di Napoli

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