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Il Salone dell’Immobile di Milano

Perfettamente identico a quello dello scorso anno

by Luca Rampazzo
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Foto by Salone del Mobile Milano

 

Leggendo i programmi, le brochure e i dati di partecipazione ciò che vi sto per scrivere si colloca certamente nelle opinioni di minoranza. Devo comunque essere onesto e lo sarò. A me pare, contro ogni evidenza, che il Salone del Mobile che chiude oggi sia perfettamente identico a quello dello scorso anno. E pure a quello dell’anno prima. Non coltivo grosse speranze che quello del prossimo anno sia diverso. Avete presente le banane? Ecco, visto come vengono coltivate, ogni banana mangiata in vita vostra è funzionalmente identica a ogni altra banana. Sono cloni. Non vorrei esagerare, naturalmente, ma qui non vedo grosse differenze.

Tra banane e mobili, intendo. O tra Salone e Salone. Anche perché, del Salone vero e proprio, la città vede molto poco. Noi siamo immersi nel Fuori Salone. Nel Salone, in Fiera, si fanno affari. Nel Fuori Salone si spende in aperitivi, mostre e allestimenti. Tra i due, naturalmente, il primo rappresenta una Milano che non esiste più da molto tempo. Quella degli artigiani che fanno cose. Il secondo è la Milano di oggi, quella del mordi e fuggi. C’è un dato assolutamente affascinante in proposito. Il 60% dei residenti in città ci è arrivato negli ultimi 15 anni. Io sono tra questi, va detto. Quello che nessuno dice è che, finito questo aperitivo fatto città, una grossa fetta tornerà a casa. Quella vera. Quella senza mobili di design, ma con vista sul paesello natio.

Ecco, il Salone dell’Immobile è un aperitivo che va avanti dal 2014, da Expo. È amatissimo da un pubblico che vuole che ogni edizione sia molto diversa, purché, di fondo, resti sempre uguale a se stesso. Come il Natale, per capirci. Ci devono essere gli eventi di design, le mostre diffuse, gli aperitivi fino a notte fonda, il resto è irrilevante. Nel “resto” rientrano case troppo piccole e costose per permettersi quei design, o stipendi alti per qualsiasi città, tranne questa, dove sono troppo bassi per vivere bene. Qui imperano cocktail di mixology colorati e in grado di farti dimenticare tutto, persino quanto ti sono costati. En passant, non chiedetemi cosa sia un cocktail di mixology, io sono astemio.

Ed essere astemio mi impedisce, probabilmente, di capire cosa attragga tanto in questa manifestazione. Così come avere la maledetta abitudine di pensare a lungo termine mi impedisce di godermi una città tanto popolare. Sobrietà e mancata residenza in un eterno presente sono alti ostacoli che bloccano l’accesso alla gloria di Milano. Ma proprio ieri, mentre schivavo l’ennesimo party in mezzo al nulla, mi domandavo una cosa: ma siamo sicuri che alla fine della festa non ci sia un conto da pagare? Quanto può vivere una città che, di fondo, si comporta strutturalmente come Disneyland?

Tutte le forze politiche parlano di cambiamento. A me non pareva che nella folla compostissima, con flute di champagne ai confini della periferia meno nobile della città, questa esigenza brillasse. A me sembrava, piuttosto, che fosse tutta gente arrivata tardi al party con la speranza che le danze non finissero. È un pensiero affascinante: quanto prenderebbe in città un partito che promettesse di rifare Expo con un nome diverso? Io credo molto. Questo spiega credo tutto. Nessuno pensa di invecchiare in questa città. O in generale. Milano è la capitale dell’adolescenza. Perché se qui resti anche da adulto hai sbagliato qualcosa. Vorrei precisare: non parlo di età anagrafiche, parlo di mentalità.

 

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