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I serbatoi “rigenerati”

by Ghisi Grütter

Per contenere il gas da utilizzare nell’illuminazione dei centri urbani furono ideati i gasometri in Inghilterra alla fine dell’Ottocento: oggi sono uno dei simboli più iconici dell’archeologia industriale. A Londra, con il decentramento dell’industria pesante nella periferia, i gasholders – strutture in ghisa realizzate nel 1867 – furono abbandonati insieme a tutta l’area di King’s Cross, che successivamente fu smantellata per consentire la costruzione del tunnel sotto la Manica. Il progressivo degrado portò tutto il quartiere a condizioni sempre peggiori fino a diventare una zona pericolosa e squallida. Solo recentemente i gasometri sono stati riutilizzati per farne delle strutture residenziali; infatti, il Royal Institute of British Architects (RIBA) nel 2002 ha promosso un concorso di idee per trovare nuove destinazioni d’uso. Ha vinto il concorso lo studio londinese Wilkinson Eyre Architects (fondato dagli architetti Chris Wilkinson e Jim Eyre), con un vasto intervento di rigenerazione urbana che sfrutta e valorizza il ricco patrimonio industriale dell’area. Il progetto trasforma i gasometri vittoriani in 145 appartamenti residenziali di lusso, realizzati all’interno dei tre telai strutturali dei gasholders. Quasi tutti gli alloggi possiedono balconi o terrazze con le finestre a tutta altezza che hanno un triplo vetro e offrono un panorama urbano suggestivo. I cilindri hanno altezze diverse per ricordare la loro funzione originale. È bene evidente la contrapposizione tra l’estetica industriale pesante e la leggerezza degli spazi interni così come il contrasto tra il vecchio e il nuovo. I lavori sono stati ultimati nel 2018 e in tal modo quella che un tempo era una zona industriale, è diventata un’area circondata da musei importanti e centri culturali, un luogo di svago, di shopping e di ristoranti, di parchi e giardini. La posizione è centrale rispetto a Londra e fornisce un importante scambio internazionale dei trasporti.

Ma c’era stato già un grosso intervento urbano del genere in un’altra capitale europea. A Vienna i gasometri serbatoi furono costruiti tra il 1896 e il 1899 nell’attuale distretto di Simmering, una zona periferica di carattere prettamente industriale con antiche fabbriche e stabilimenti. Nel XX secolo, dopo che si iniziò ad usare il gas metano negli anni ’80, a Vienna erano rimasti solo quattro serbatoi in arenaria rossa con la facciata di mattoni gialli e marroni e le finestre ad arco in Guglgasse. Tutti e quattro i gasometri – ognuno di circa 62 metri di diametro interno e 72 metri di altezza – furono camuffati da edifici per mezzo di recinzioni di muri di mattoni sormontati da cupole di vetro. Nel 1998 s’innesca un lungo e acceso dibattito tra i “conservatori” degli esempi di archeologia industriale e gli “innovatori radicali”. I primi richiedevano la tutela dell’Ufficio tecnico delle Belle Arti, ma i costi di restauro e manutenzione sarebbero stati piuttosto elevati. I secondi chiedevano un cambio radicale dei manufatti o, addirittura, la loro demolizione. Vincerà una terza posizione ispirata alla concretezza economica, che consentirà gli interventi di rigenerazione attingendo ai sussidi statali per la realizzazione di edifici residenziali (in totale saranno 620 appartamenti). La riqualificazione dell’area iniziò, dunque, alla fine degli anni ’90 – i lavori di rigenerazione sono durati dal 1999 al 2001 con il costo di circa 175 milioni di euro – e, all’interno di un progetto comune, furono incaricati quattro diversi architetti – vincitori di un concorso pubblico ognuno dei quali ha lavorato su uno solo dei quattro serbatoi: Jean Nouvel, Coop Himmelbau, Manfred Wehdorn e Wilhelm Holzbauer.

La zona dei quattro gasometri è stata trasformata praticamente in un nuovo quartiere. Oltre agli appartamenti moderni, agli uffici e alla sala per manifestazioni, è stata ricavata al piano terra uno shopping mall con una settantina di negozi distribuiti su due piani mentre gli appartamenti – in tutti e quattro serbatoi – sono stati realizzati a partire dal quinto piano, ad un’altezza di circa 30 metri da terra. All’interno i gasholders sono molto differenti tra loro pur mantenendo le facciate molto simili. E non sono solo diversi nella forma, ma anche nelle funzioni che si integrano tra loro a formare un unico complesso residenziale attrezzato.

Nel primo, quello ristrutturato da Jean Nouvel, proprio all’uscita della metropolitana, si trova il centro commerciale, con i negozi su 22.000 metri quadrati, coperto da una cupola di vetro e circondato da fioriere. L’architetto francese ha mantenuto intatto il “recinto” come testimonianza di quei tempi ottocenteschi, e ha progettato una serie di unità residenziali – all’inizio erano 18 poi ne sono state costruite 9 accoppiate – che ospitano gli appartamenti su un totale di 14 livelli. Questi “edifici” interni sono leggermente staccati dal muro originario in modo da consentire i collegamenti verticali. Lo spazio interno è chiaramente la facciata principale: ogni unità ha accesso alla vista esterna attraverso le finestre nel muro di mattoni o direttamente o mediante lo spazio interno tra le unità abitative. Il rivestimento in vetro dei lati procura una serie di riflessi che falsano la percezione amplificando la leggerezza. Jean Nouvel avrebbe voluto riutilizzare la struttura esistente della cupola superiore come supporto per le apparecchiature bioclimatiche ma purtroppo non è stato possibile.

Il secondo gazometro, è prevalentemente residenziale e Coop Himmelblau vi ha anche aggiunto un grosso volume esterno svetrato che ne duplica la capienza. Questo forte contrasto e il tipo di forma inclinata dell’edifico nuovo quasi fosse uno scudo, è tipico del linguaggio figurativo dei due architetti che hanno fondato lo studio Coop Himmelblau nel 1968: Wolf Prix e Helmut Swiczinsky. I due architetti austriaci furono definiti “decostruttivisti” verso la fine degli anni ’80 quando Philip Johnson organizzò una mostra nel 1988, presso il MOMA di New York con le opere degli artisti cosiddetti de-costruttivisti: Peter Eisenman, Frank Gehry, Zaha Hadid, Rem Koolhaas, Daniel Libeskind, Bernard Tschumi e Coop Himmelblau. Per chi desidera approfondire l’argomento, posso aggiungere che Philip Johnson mise insieme una serie di opere di architetti il ​​cui approccio allora simile, ma non identico, aveva prodotto risultati simili. Il termine “decostruttivismo” si ispirava all’analisi filosofica e letteraria alla fine degli anni ’60, che smantellava i tradizionali modi di pensare con pretesa di “oggettività” così come fece il filosofo Jacques Derrida che è stato Directeur d’Études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.  Gli architetti decostruttivisti si soni ispirati anche al Costruttivismo, il movimento artistico e architettonico della Russia rivoluzionaria degli inizi del Novecento.

Il terzo gasometro, ristrutturato da Manfred Wehdorn, ha un atrio pieno di verde e nel sottosuolo un autosilo dove si tengono concerti. A sua volta è collegato, attraverso una passerella vetrata, a un cinema con ristoranti sull’altro lato della strada. Questo, interamente destinato ad uso abitativo, è progettato in un’ottica green, la quale si esprime in un gioco di terrazze ricche di alberi e cespugli, affacciate sul cortile interno, dove il verde del giardino spicca sul bianco degli edifici adattati alla forma circolare.

L’ultimo dei quattro serbatoi, rigenerato ad opera di Wilhelm Holzbauer – architetto austriaco scomparso da poco -, ospita una palestra e i giardini interni al livello delle abitazioni.

Nonostante il complesso sia ultimato, non si esclude che possano intervenire ulteriori modifiche magari nelle destinazioni d’uso degli spazi collettivi.

Da allora tutta quella zona a sud di Vienna ha trovato vari interventi architettonici di rigenerazione urbana, come ad esempio il vecchio panificio Ankerbrot Fabrik a Puchsbaumgasse (nel distretto Favoriten) trasformato in un complesso residenziale con servizi, offrendo un panorama urbano rinnovato e attraente. Questi vari lavori sono esempi di come Vienna sia capace di evolversi rigenerando edifici esistenti senza buttare la sua storia, recuperandone, invece, la memoria.

Vienna è stata sempre all’avanguardia per la sua attenzione all’ambiente e le sue innovazioni urbane; basi pensare al Ringstraße – le mura Ottocentesche della città antica trasformati in boulevards alberati nel 1857/59 – o al Wienerwald, il famoso bosco viennese che forma una cintura verde e che costituisce una riserva della biosfera in cui si studiano strategie per la protezione della natura. Ma anche al Lobau (parte del parco nazionale Donau-Auen), raro caso di paesaggio fluviale vergine in un’area urbana europea. Nel 2011 Vienna era stata nominata la capitale ecologica d’Europa, la città dove si vive meglio secondo la classifica del giornale “The Economist” che considera vari parametri: ambiente, cultura, infrastrutture, sistema sanitario ed educativo. E secondo la graduatoria Mercer, per dieci anni consecutivi, Vienna è stata considerata la più vivibile al mondo tra più di duecento metropoli.

Didascalie:

  1. Vista dei gasometri a Simmering, Vienna
  2. Gasometro A di Jean Nouvel
  3. Gasometro B di Coop Himmelblau
  4. Gasometro C di Manfred Wehdorn
  5. Disegni di progetto per la rigenerazione dei gasometri
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