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Scompartimento n. 6, la traduzione è riscrittura

by Piera De Prosperis

Cannes 2021: ex aequo Gran Prix speciale della giuria a «Un eroe» di Asghar Farhadi, la beffarda parabola di un uomo in cerca di una seconda possibilità e «Compartimento n. 6» di Juho Kuosmanen, l’incontro di due sconosciuti, una studentessa finlandese e un minatore sovietico su un treno della Transiberiana negli anni ’80. Parliamo di cinema ma, come al solito, soprattutto di libri. Il film è tratto da un romanzo, Scompartimento n. 6, di Rosa Liksom, Iperborea 2014, traduzione di Delfina Sessa. L’autrice Rosa Liksom, nata a Ylävaara nel 1958, è una delle più famose scrittrici e artiste finlandesi, tradotta in 17 paesi. Dopo gli studi di antropologia a Helsinki e a Copenaghen, si è dedicata alle scienze sociali all’Università di Mosca, e da quel momento il mondo russo è entrato a far parte dei suoi romanzi, come Stazione spaziale Gagarin (1987) e Go Mosca Go (1988). Con Scompartimento n.6 ha vinto il Premio Finlandia 2011, il più prestigioso riconoscimento letterario finlandese.

Ancora una volta entra nel nostro percorso di lettura il mondo dell’Europa del Nord con la Finlandia la cui lingua appartiene ad un ceppo, quello ugro-finnico, completamente diverso da quello indoeuropeo di cui non condivide nulla: lessico, strutture grammaticali e sintattiche, espressioni, tutto diverso.

La frase “io vado a casa”, costruita in italiano dal pronome “io”, dal verbo “vado” e dalla preposizione “a” accompagnata al sostantivo “casa”, in finlandese presenterebbe solo “Io”, “vado” e “casa”. Le preposizioni, infatti, non esistono. A differenza degli 8 casi del latino e dei soli 4 casi del tedesco – lingue che dispongono, comunque, di preposizioni – per poter comunicare in modo efficace il finlandese dispone di minimo 15 casi di declinazione per ciascuna parola presente nel proprio lessico. Alcune parole, inoltre, possono raggiungere fino a 18 casi di declinazione. Lingua difficile, mondo lontano nelle atmosfere oltre che nel clima. Sarebbe forse stato un percorso di avvicinamento molto più lungo e complesso se non avessimo valorosi traduttori dal finlandese. Scompartimento n.6 è presente nelle nostre librerie grazie a quella oscura ma determinante forza lavoro rappresentata dai traduttori in italiano.

La traduttrice Delfina Sessa dice della Liksom: La lingua usata da Rosa Liksom nelle sue opere, novelle e romanzi, è estremamente varia, si passa dalla descrizione laconica al dialetto lappone, dal linguaggio sboccato a una prosa densa e poetica ma inusitata e originale nella scelta del linguaggio e dei registri.

E quali doti deve avere un traduttore per entrare in meccanismi linguistici e quindi logici così diversi dai nostri? Le doti basilari: conoscere ottimamente la lingua e la cultura del testo di arrivo e anche la propria lingua, perché la traduzione è riscrittura. Per il resto, sta al traduttore. Non me la sento di elencare le doti di un buon traduttore. Ciascuno vi trasmette qualcosa di sé, del suo vissuto e delle sue conoscenze a livello profondo. Oggi lo definiscono un “comunicatore” o un “mediatore”, anche se io direi, forse più semplicemente, che è un filtro capace di cambiare costantemente la sua trama. Ciascuno di noi è alla ricerca di nuovi spunti per migliorare ed evolversi, o semplicemente essere se stesso, e ognuno li trova in modo diverso.

In sintesi: sensibilità, cultura e dedizione al lavoro.

Il libro già dall’incipit promette di non deludere il lettore: Mosca si rannicchiava nella gelida e secca sera di marzo per proteggersi dal contatto del sole al tramonto, rosso e freddo. La ragazza salì sull’ultimo vagone, in coda al treno, cercò il suo scompartimento, il numero sei, e tirò un profondo respiro.

Il titolo è un omaggio a Čechov, che nel 1892 scrisse una novella ambientata nella corsia di un manicomio (“La corsia N.6”). Così come è un omaggio al grande scrittore russo il commiato “A Mosca! A Mosca!” tratto da Le tre sorelle.

Il racconto prende avvio da Mosca: i due protagonisti, estranei inizialmente l’uno all’altro, salgono sul treno della Transiberiana diretto ad Ulan Bator, in Mongolia. Nello scompartimento numero sei si ritrovano una studentessa finlandese e Vadim, un proletario russo, rozzo e sentimentale, sboccato e ubriacone. Sarà un viaggio nello spazio orizzontale della Russia e un viaggio verticale nel profondo del loro essere. Tema universale, qui declinato nelle fredde e misteriose atmosfere del Nord Europa. La narrazione è suddivisa in capitoli che seguono il ritmo dell’avanzare del treno e delle soste che effettua in alcune delle città attraversate. Terzo protagonista è proprio la transiberiana, non solo la ferrovia più lunga del mondo, ma luogo carico di simboli e significati profondi. La grande consacrazione di pubblico è la trasposizione cinematografica del romanzo, un film per giunta vincitore a Cannes.

Quel treno l’avrebbe condotta attraverso villaggi abitati da deportati, attraverso città aperte e città chiuse della Siberia, fino alla capitale della Mongolia, Ulan Bator.

E noi con lei.

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