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I social in campagna elettorale, un’arma spuntata?

by Luigi Gravagnuolo

 

Ci chiedevamo nel nostro ultimo articolo (https://www.genteeterritorio.it/fede-speranza-e-voto/) su questa testata se la paventata invasione dei social con algoritmi di emanazione russa, volti a condizionare l’esito del voto del 25 settembre in Italia, fosse in atto e, se sì, quanto stesse incidendo sugli orientamenti elettorali. Confessavamo altresì la nostra imperizia sul tema, chiamando eventuali analisti indipendenti a dare non solo a noi, ma agli elettori tutti, ragguagli in materia.

Abbiamo consultato alcuni amici specialisti del settore ed anche loro non sono in grado di quantificare questa attività e soprattutto non hanno certezze sull’incidenza degli algoritmi in questione sull’orientamento degli elettori italiani in vista del 25 settembre. L’unica cosa certa – attestata da molti centri di ricerca, tra i quali va citata l’autorevole Agenzia Melani, diramazione del Centro Nazionale per la Sicurezza Informatica della Federazione Svizzera, che dal 2004 indaga sul fenomeno del dark web – è che i Russi hanno provato a condizionare il nostro voto immettendo nella rete i loro messaggi, diramandoli da server ubicati proprio in Svizzera e supportandoli con algoritmi che ne dovrebbero garantire la proliferazione, mirata in particolare verso gli utenti dei social più disponibili a recepirli e sugli indecisi. Usiamo il condizionale, perché in realtà pare proprio che questa attività sia stata in qualche modo arginata da contromisure messe in atto dalla nostra cybersicurezza. O forse, più banalmente, che la sua efficacia sia limitata dal disinteresse generale dell’opinione pubblica italiana sulla scadenza elettorale, almeno fino ad oggi. Fatto sta che del ruolo determinante che ebbero gli algoritmi di Cambridge Analytica in occasione del voto che portò Trump alla Casa Bianca e il Regno Unito fuori dall’UE, così come lo ebbero in Italia quelli della Casaleggio Associati nelle elezioni del ‘13 e,  in combinazione con quelli diffusi da Bannon, Russi e Cinesi, nel ‘18, per non dire infine delle infinite fake news diffuse riguardo ai vaccini anti-Covid o quelle dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nella campagna elettorale in corso non se ne ha sentore.

Forse per questo motivo la Russia è venuta allo scoperto facendo intervenire in prima persona Peskov, il portavoce di Putin, la Zakharova, la portavoce di Lavrov, Manturov, il ministro dell’energia della Federazione, e infine lo stesso Putin, per minacciare gli Italiani, qualora il nuovo governo dovesse continuare con la politica della sanzioni, e per accattivarseli con la promessa dell’apertura dei rubinetti del gas nel caso che, votando per le forze politiche non ostili a Putin, gli Italiani si dessero un governo che si defili dagli impegni euro atlantici e revochi le sanzioni.

Come pure va segnalato un cambio di strategia comunicativa degli haker russi, con particolare riferimento alla Germania. Constatata una certa difficoltà a manipolare gli orientamenti dei Tedeschi, evidentemente diventati diffidenti verso le notizie provenienti da fonti non accreditate, stanno in questi giorni clonando i loghi delle testate più autorevoli del Paese – Süddeutsche Zeitung, Spiegel, Frankfurter Allgemeine Zeitung tra le altre – ed inviando news agli iscritti alle liste delle news letter, apparentemente emanate da queste testate. In esse paventano un inverno catastrofico sotto il profilo energetico e del costo della vita a causa delle sanzioni deliberate dall’UE e dal governo della Germania. Pleonastico aggiungere che la security tedesca non è ancora riuscita a identificare gli autori dei plagi. Strategia questa, va detto, non ancora messa in atto in Italia.

Intanto apprendiamo da Mario Lo Conte, sul Sole 24h del 5 settembre scorso, che i partiti ed i leader italiani nel loro insieme hanno investito negli ultimi giorni un milione duecentomila euro per lanciare messaggi sponsorizzati in rete. In questo caso il discorso è diverso, qui siamo nell’ambito della trasparenza non dell’hackeraggio piratesco. Vedremo il 26 settembre quanto a tale spesa avrà corrisposto un congruo spostamento di consensi, oppure se avrà inciso solo marginalmente sull’esito elettorale. E sarà un indizio rilevante per capire se e fino a qual punto i social abbiano conservato la loro potenza comunicazionale.

Noi, intanto, ci siamo presi la briga di verificare su Auditel gli ascolti dei programmi tv a tema politico – talk show su tutti – negli ultimi dieci giorni scorsi. Siamo a meno di tre settimane dal voto e i programmi ‘politici’ hanno avuto uno share intorno al 14% in prima serata, di poco superiore al 20% in seconda serata. Vale a dire che oltre l’80% dei telespettatori, se si imbatte in un confronto politico, cambia canale. Mi pare eloquente del reale coinvolgimento della gente sulle prossime elezioni. Se poi consideriamo che il Censis stima in 4,5 milioni gli Italiani che si informano solo sui social, in 14 milioni quelli che aggiungono alle altre fonti – quali carta stampata, radio e tv – le informazioni attinte su Facebook, che un’altra decina le integra via YouTube e tre milioni via Twitter, è evidente che anche quel 20% dei telespettatori dei talk di seconda serata è poca roba rispetto all’insieme del corpo elettorale.

Mancano ora diciotto giorni al voto e tutto può ancora succedere, compresa una fiammata di interesse dei nostri concittadini sulla contesa elettorale, allo stato inimmaginabile. Se però si votasse domani, avremmo la più alta percentuale di astensioni in un voto politico dalla fondazione della Repubblica Italiana ad oggi.

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