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Il napoletano insegnato al Grenoble

by Piera De Prosperis

 

UeUe dic’ a vvui! Grandi novità per la lingua napoletana. Lunedì 3 ottobre alle 18 ci sarà presso la mediateca dell’Istituto Grenoble di via Crispi a Napoli la conferenza di presentazione del nuovo corso di lingua napoletana. La conferenza sarà aperta con i saluti istituzionali della nuova Console Generale di Francia a Napoli, M.me Lise Moutoumalaya, e proseguirà con gli interventi di Nicola De Blasi (docente di Linguistica della Federico II di Napoli nonché membro dell’Accademia della Crusca), Nino Daniele (già Assessore alla Cultura del Comune di Napoli), Aldo Vella (docente e cofondatore della Libera Università Vesuviana), Ermete Ferraro (insegnante di italiano e storia ed insegnante di napoletano presso la UNITRE di Napoli) e sarà chiusa da Davide Brandi ideatore e tutor del corso (presidente dell’Associazione Lazzari e vice presidente dell’Alliance Europèenne des Langues Régionales).

Non è il primo anno che l’Istituto francese propone un tale percorso, ma la novità è che a promuovere l’iniziativa dall’Associazione Lazzari è stato il Consiglio d’Europa di Strasburgo, su segnalazione della Commissione europea di Bruxelles, nell’ambito degli eventi previsti per la Giornata europea delle Lingue. Bisogna gridare allo scandalo o essere fieri di questa iniziativa?

Certamente numerosi sono i debiti che il nostro dialetto ha nei confronti del francese, a cui ci lega una secolare tradizione storica ed economica. Certamente c’è voglia di Napoli nel mondo sia da un punto di vista culturale in senso lato che filosofico. Certamente i libri e la fiction dell’Amica Geniale hanno contribuito a creare un effetto domino sul dialetto. Però forse da questo a dire che si tratta di una lingua da studiare nella grammatica e nella fonetica il passo è lungo, soprattutto perché il napoletano, lingua d’uso, si è evoluta nel tempo e ingabbiarla nelle regole è molto difficile. Quando Eduardo De Filippo si impegnò nella riscrittura della Tempesta di Shakespeare in napoletano, dovette scegliere a quale periodo della nostra lingua fare riferimento. E scelse Basile, l’autore del Pentamerone, nel tempo più vicino al drammaturgo inglese, non certo la lingua di Napoli milionaria.

Il napoletano ed il siciliano sono riconosciute dall’Unesco come lingue in pericolo di estinzione, quindi lingue vere e proprie, non varianti dell’italiano ma lingue regionali d’Italia. Esiste una prima grammatica di Ferdinando Galiani del 1779 intitolata Del dialetto napoletano in cui l’autore crea una sorta di dialetto illustre eliminando tutte le forme più volgari della lingua. Da allora i tentativi di normalizzazione sono stati tanti e tutti poco riusciti. Tuttavia, l’iniziativa dell’Associazione I Lazzari è meritoria nel senso della tutela della cultura in generale del territorio di cui il napoletano è espressione, ma la nostra lingua è bella proprio perché, essendo viva non si sa ancora per quanto, non può essere imbrigliata in regole fonetiche e grammaticali. Lingua d’uso, dunque, che va difesa ma che inevitabilmente fa i conti con la globalizzazione. Sparirà, certo, i giovani già non sanno più le antiche espressioni proverbiali o le antiche strutture ma a noi piace, in fondo, che l’uso che ne facciamo sia velato di quella malinconia che avvolge le cose che lentamente ma inesorabilmente sfumano nel passato.

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