Home In evidenza Il nostro popolo lotta per la vita, la priorità è mettere fine alla dittatura

Il nostro popolo lotta per la vita, la priorità è mettere fine alla dittatura

intervista a Rozita Shoaei, attivista iraniana

by Luigi Gravagnuolo
0 comments

 

Rozita, ricordo una tua conferenza di tre anni fa a Salerno. Era stata da poco assassinata Masha Amini e tu relazionavi sulla situazione in Iran. Mi sorprese molto in quella occasione la tua convinzione che alla fine il regime clericaletirannico degli ayatollah avrebbe comunque perso e il Movimento di protesta, di cui tu eri un’attivista nella diaspora, avrebbe vinto. Perché eravate più giovani, perché loro stavano nella fase discendente dell’esistenza, perché avevano crepe profonde. Insomma, eri certa che l’avreste spuntata. Su cosa si basava quella tua certezza? Te lo chiedo perché quello che sta succedendo in questi giorni dimostra che ci avevi visto bene.

Il futuro era chiaro ed è chiaro, perché la tirannia non ha vita eterna, non è infinita. Come dice una poesia persiana: la fine di ogni notte buia è sempre l’alba. Quindi siamo certi che finirà e adesso siamo ancora più fiduciosi in questo nuovo movimento, che poi per me non è ‘nuovo’. È la continuazione di tante lotte passate. Speriamo con tutto il cuore che questa sia la volta buona e che ci possa portare a una soluzione concreta.

Gli osservatori occidentali sono divisi. Alcuni dicono che, a causa dell’ingerenza di Trump con le sue minacce di intervento armato, in questa vicenda il regime si sta rafforzando; mentre altri dicono che  è finito, che ha i giorni contati e si chiedono quale sarà lo sbocco politico. Secondo te, per i contatti che hai, per le cose che tu sai, delle due analisi qual è quella che vede più esattamente lo stato reale dei rapporti di forza in Iran?

Posso esprimere solo un parere personale, che non pretende di rappresentare tutte le voci dell’opposizione iraniana. Le ingerenze esterne – comprese le minacce di Trump – non hanno mai indebolito strutturalmente il regime. Al contrario, in più occasioni hanno offerto al potere un alibi per ricompattarsi, rafforzare la repressione interna e presentarsi come baluardo contro un nemico esterno. Questo però non significa che il regime sia forte o stabile. È profondamente delegittimato, attraversato da fratture interne e sempre più distante dalla società iraniana. Ma la sua eventuale caduta non può essere letta in modo meccanico né come effetto di pressioni straniere. Gli iraniani sanno bene, per esperienza storica, che gli Stati Uniti non intervengono per liberare i popoli, ma per tutelare i propri interessi. Lo abbiamo visto in Afghanistan, in Iraq, in Siria: interventi che hanno alimentato aspettative di libertà e lasciato dietro di sé distruzione e vuoti politici. Per questo la società iraniana rifiuta sia la dittatura degli ayatollah sia l’idea di una “liberazione” eterodiretta, che trasformi l’Iran in una nuova area di influenza o in un Paese devastato. Il cambiamento avverrà, ma con un processo interno, ahimè lungo e doloroso, guidato dalla società iraniana stessa.

Rozita, però è in atto un massacro nel tuo Paese. Mentre parliamo arrivano notizie di dodicimila oppositori uccisi. E la protesta è disarmata..

Siamo perfettamente consapevoli della gravità estrema della situazione. È in corso un massacro. Vediamo corpi nelle strade, persone disarmate che affrontano i proiettili a mani nude. Questo livello di violenza segna uno dei momenti più tragici della storia recente dell’Iran. Proprio per questo, la richiesta di aiuto internazionale è comprensibile. Alcuni attivisti hanno scritto a Trump ricordandogli le sue dichiarazioni a favore dei diritti del popolo iraniano e chiedendogli di dimostrarne la sincerità. È una reazione umana davanti all’orrore. Ma allo stesso tempo vediamo con grande preoccupazione che l’Occidente continua ad ascoltare e legittimare forze che in Iran non hanno alcun consenso reale. L’incontro di Trump con il leader dei Mujahidin ne è un esempio emblematico: parliamo di un gruppo che in Iran è largamente rifiutato dalla popolazione. Questo alimenta una diffidenza profonda. Non vogliamo che il sangue degli iraniani venga usato per imporre dall’esterno un futuro deciso da attori interni senza legittimità sociale. L’Iran ha bisogno di pressione internazionale, di isolamento del regime, di protezione dei civili e di sostegno ai diritti umani. Ma non di un intervento che sostituisca una dittatura con un’altra forma di dominio o con un caos irreversibile. La scelta sul futuro dell’Iran deve restare nelle mani del popolo iraniano.

Quanto ha inciso la mala gestio delle risorse idriche nello scatenare la protesta?

Non si tratta soltanto della crisi idrica o dei disastri ambientali causati dalla mala gestione dello Stato iraniano. Quello è uno degli elementi, ma non il solo. Qui parliamo di una rivolta profonda della società iraniana. C’è chi ha detto che tutto sia scoppiato per il velo, chi per l’economia, chi per l’acqua o per l’ambiente. In realtà nessuna di queste spiegazioni, da sola, è sufficiente. È l’insieme di tutti questi fattori che ha reso evidente una verità: questo è uno Stato marcio dall’interno. Un regime corrotto, violento, incapace di garantire condizioni di vita dignitose, che uccide i propri cittadini, mantiene la popolazione nella povertà e poi sfrutta quella stessa povertà per governare. Anche le sanzioni occidentali e americane, così come sono state applicate, hanno colpito quasi esclusivamente la popolazione, mentre hanno finito per arricchire ulteriormente chi detiene il potere. È la convergenza di tutte queste ingiustizie – ambientali, economiche, sociali, politiche – che oggi tiene unita la popolazione iraniana in una rivoluzione che non riguarda una singola rivendicazione, ma il rifiuto complessivo di questo sistema.

In Iran convivono Persiani, Azeri e Curdi, per restare alle sole etnie più numerose. Sono fra loro in contrasto? E gli ayatollah si appoggiano su una di queste contro le altre oppure la coesione, l’amalgama fra le etnie in Iran è forte?

Il regime ha appunto sempre cercato di mettere divisioni tra le popolazioni e le etnie con diverse modalità, perché teme l’ unità. Ma la cosa bella che ci unisce è questo senso di appartenenza a un Iran unito.

Tu personalmente sei persiana, curda, azera?

Io sono azera, ma egualmente mi definisco persiana, proprio perché, come tutti i Iran, ci teniamo a questo valore di unione. Da sempre lo Stato iraniano ha cercato di dividere, di confondere, ma noi restiamo uniti.

E perché tante divisioni all’interno della resistenza iraniana? Il momento è così propizio, bisognerebbe unirsi.

L’Iran è un Paese di novanta milioni di abitanti. Come ogni società complessa e viva, è attraversato da visioni politiche diverse, da sensibilità e storie differenti. Le differenze non sono un’anomalia: esistono in tutte le società pluraliste. Oggi, però, c’è un punto di convergenza molto chiaro: la consapevolezza che questo regime deve lasciare il potere. Su questo non ci sono ambiguità. Le divergenze emergono soprattutto quando si parla del dopo, della forma dello Stato, delle garanzie democratiche, del modo in cui evitare un vuoto di potere. È una discussione legittima, ma che non può precedere la fine della repressione. Proprio per questo, una parte significativa della società iraniana – con orientamenti diversi, monarchici, sostenitori di una monarchia costituzionale o di una repubblica secolare – vede oggi in Reza Pahlavi una possibile figura di transizione. Non come soluzione definitiva, ma come garanzia temporanea, sulla base delle sue dichiarazioni a favore della democrazia e di elezioni libere, in cui sarà il popolo iraniano a decidere la futura forma dello Stato. L’unità, oggi, non significa uniformità di pensiero. Significa condividere una priorità: la fine di un regime che nega diritti, libertà e dignità, lasciando al voto libero dei cittadini il compito di scegliere il futuro dell’Iran.

È questo il comun denominatore di tutte le componenti dell’opposizione al regime?

Sì, questo è il denominatore comune. Al di là delle differenze e delle discussioni legittime sul futuro, c’è un punto su cui tutte le componenti dell’opposizione sono unite. A differenza di alcune letture semplificate che leggo in Italia, la società iraniana ha una chiarezza molto netta su questo punto: il regime deve finire. Gli iraniani possono avere visioni diverse su cosa verrà dopo, ma sono uniti su una cosa fondamentale: questa dittatura deve lasciare il potere.

In Italia non si registrano proteste di massa lontanamente paragonabili a quelle recenti pro-pal. Il silenzio delle piazze non vi indebolisce?

Sì, lascia sicuramente l’amaro in bocca. Voglio però sperare che questo silenzio sia dovuto soprattutto a una mancanza di informazione. In Iran, in questo momento, non siamo di fronte a una semplice crisi politica, siamo di fronte a un’emergenza umanitaria. Parliamo di diritti umani calpestati in modo sistematico. E quando si parla di diritti umani, le divisioni politiche dovrebbero essere messe da parte. In queste ore le comunicazioni con l’Iran sono completamente bloccate. Non abbiamo alcuna notizia delle nostre famiglie. Non sappiamo come stanno persone malate, persone fragili, situazioni che richiederebbero un contatto continuo. Non funzionano i telefoni, non funzionano le email. E poi ci sono le immagini, che non hanno bisogno di commenti: manifestanti disarmati colpiti a distanza ravvicinata con proiettili veri. Questo non è uno scontro politico. È una violazione grave e inaccettabile dei diritti fondamentali dell’essere umano. Di fronte a tutto questo, il silenzio delle piazze non può essere una risposta.

Per me è proprio ripugnante. E sentire la sinistra italiana che si divide su questo argomento mi pare sconfortante.

Anche per me è molto sconfortante. Persone che in passato sono sempre state presenti oggi diventano silenziose. Sia chiaro, non possiamo costringere nessuno a prendere posizione. Quello però che possiamo e dobbiamo fare è fare chiarezza, offrire informazioni corrette, perché ciascuno possa decidere secondo la propria coscienza se sostenere o meno la causa del popolo iraniano. Proprio per questo, il 15 gennaio a Napoli saremo presenti a una manifestazione organizzata da un gruppo di studenti. Sappiamo che verranno portati anche slogan che non ci rappresentano, ma saremo comunque lì, insieme a loro. Saremo lì per affermare una cosa semplice e inequivocabile: il popolo iraniano, dentro e fuori dall’Iran, è unito su un obiettivo fondamentale ed è la fine di questo regime. Le differenze non cancellano questa unità, né la determinazione a difendere la vita e la dignità delle persone.

Tanti auguri a te, Rozita, al popolo persiano e alle vostre famiglie.

Leave a Comment