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Inchiesta Acqua 5. La diga di Campolattaro

by Lucia Severino

La storia della diga di Campolattaro inizia alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, quando l’allora Cassa per il Mezzogiorno presentò al Ministero dei Lavori Pubblici un’istanza per lo sbarramento del fiume Tammaro. Il relativo progetto venne approvato nel 1979, senza prevedere opere di derivazione perché non fu deciso cosa fare delle acque raccolte. I lavori iniziarono nel 1981 e terminarono nel 1993. Siamo nel 2020 e l’acqua è ancora ferma là. Inutilizzata.

Parliamo di un invaso, in provincia di Benevento, della potenzialità di qualcosa come 125 milioni di metri cubi di acqua, che potrebbero soddisfare buona parte delle attuali esigenze potabili, irrigue, industriali e ambientali su scala interregionale. La Campania, infatti, acquista acqua dal Lazio e dal Molise e la vende alla Puglia. Un sistema complesso, pieno di inefficienze, al quale non si è mai messo veramente mano.

Ora pare che qualcosa si stia muovendo. Nel 2017, la Regione ha incaricato la sua concessionaria Acqua Campania spa, la società privata che gestisce da 25 anni (!?) tutta la grande adduzione regionale, di redigere un progetto preliminare delle opere per l’utilizzo delle acque dell’invaso. L’anno scorso è stata consegnata una bozza di studio di fattibilità. Ossia una bozza di progetto preliminare. L’intervento prevede, a grandi linee, una galleria sotterranea di derivazione dalla diga fino a San Salvatore Telesino, dove saranno realizzati i campi di potabilizzazione, e la parte della risorsa idrica destinata ad uso irriguo sarà consegnata al Consorzio Telesino. 3 metri cubi al secondo di acqua potabile saranno immessi nel sistema del Torano Biferno.

La sola progettazione (fino all’esecutivo) costa circa 11 milioni di euro. I lavori vengono valutati (da quadro economico) in circa 414 milioni. Perdindirindina. E chi ce li mette? La Regione e lo Stato, almeno in teoria.

La parte regionale (60/70 milioni di euro?) rientrerà nel corrispettivo della concessione Acqua Campania. Utilizzando, indirettamente, i soldi delle nostre bollette. Che il concessionario riversa, quando gli viene richiesto, eseguendo lavori, non versando contanti.

Per la parte statale, si valuterà sulla base del progetto definitivo. Non prima. Anzi, il Ministero, nel maggio 2019, ha chiesto di conoscere la tempistica della progettazione anche per decidere, appunto, se metterci o no i soldi.

Ad oggi, la bozza del preliminare è allo studio dei tecnici regionali e, presumibilmente entro metà febbraio, sarà eventualmente approvata. Quindi partirà la progettazione definitiva, e passerà un altro annetto. Poi si vedrà. Anche perché ci sarà una nuova Giunta.

A ben guardare, non si è mosso granché, ma almeno è stato avviato un percorso. Almeno, Acqua Campania si sarebbe assicurata la progettazione e, in prospettiva, l’esecuzione delle opere. In parte, con affidamenti diretti ai propri soci costruttori. In parte, tramite gare gestite in autonomia. A meno che la nuova Regione non decida altrimenti. In tutto questo, non ci risulta che la diga sia stata mai collaudata.

Alla luce dell’oggettiva importanza per la collettività degli interventi ipotizzati, dei formidabili interessi coinvolti, dei burrascosi rapporti passati tra la Regione e il suo concessionario, del caos imperante nella gestione del sistema idrico integrato in Campania, non sarebbe utile (doverosa?) maggiore trasparenza? Da parte di tutti gli addetti ai lavori, per quanto di competenza di ognuno.

Si tratta dei nostri soldi e della qualità della nostra vita. Perché se lo dimenticano sempre?

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