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La defenestrazione di un tiranno, di Khamenei in questo caso, e la sua scomparsa dalla terra dei viventi è sempre una buona notizia. Nessuna nostalgia per il barbuto teocrate, aduso ordinare impiccagioni, assassinii, torture e stupri verso gli oppositori e verso chi trasgrediva la ‘legge morale’ medievale da lui imposta in Iran. È accaduto ieri nel contesto dell’operazione militare israelo-americana denominata Epic Fury.
Sarebbe bello se ciò significasse la fine del regime sanguinario degli ayatollah. Non ne siamo sicuri. Come anche dubitiamo che lo scopo della Epic Fury sia la libertà del popolo iraniano, anche se non escludiamo che essa possa esserne una conseguenza. Perché allora Trump ha ordinato l’attacco?
La minaccia principale che gli USA avvertono per la propria sicurezza e la loro egemonia globale è la Cina. Alla fine di tutte le guerre regionali in corso ci sarà lo scontro diretto con l’impero asiatico, gli USA lo sanno bene. Come anche sanno che, sotto traccia, la Cina di Xi sta competendo con successo con gli USA sui terreni della tecnologia, delle conoscenze, delle infostrutture, dell’economia e della geopolitica. A proposito della quale non sfugge alla Casa Bianca che ormai la Cina, insieme a Russia e Iran, ha il controllo della maggioranza dell’assemblea generale dell’ONU. Ciò mentre il potenziamento degli arsenali militari dei mandarini – di terra, mare, aria, spazio e della cyberwar – sta arrivando a livelli molto rischiosi in vista di un’eventuale e molto probabile guerra. Dare il tempo ai mandarini di completare il proprio potenziamento militare e geopolitico è molto rischioso per gli USA.
Quando Putin ha invaso l’Ucraina e quest’ultima ha chiesto aiuto agli USA, la propaganda russa insisteva a dire agli Ucraini di non fidarsi degli USA, la cui direzione politica è volubile. “Vedete cos’è successo in Vietnam, in Afghanistan, in Siria e in tante altre occasioni? – gli dicevano – Gli USA prima intervengono e promettono mari e monti, poi abbandonano il campo e chi si è fidato di loro ne paga le conseguenze”. L’Occidente in quei giorni si trovava sulla difensiva, titubante e indeciso a tutto. Poco alla volta tanti Paesi del Caucaso, dell’Africa, dell’America Latina, finanche l’India, storica rivale della Cina, stavano passando di campo. La stessa strage del 7 ottobre 2023, perpetrata da Hamas, non sarebbe comprensibile se non alla luce della convinzione dell’IRAN che Israele e l’Occidente non sarebbero stati in grado di andare oltre una reazione rabbiosa alla quale si sentivano preparati. L’asse delle autocrazie contava sui limiti della democrazia occidentale. Mentre loro potevano decidere in pochi minuti, le procedure democratiche erano e sono farraginose.
La politica di Trump si muove su due assi, il dominio assoluto sull’emisfero occidentale e lo sfruttamento dell’ultimo solido vantaggio degli USA rispetto all’asse autocratico, lo strapotere militare. Maduro, che contava sulla forza deterrente di Cina e Russia, è stato catturato nel suo palazzo presidenziale e portato prigioniero nelle carceri USA al di fuori di ogni vincolo del diritto internazionale senza che Russia e Cina siano andate oltre qualche dichiarazione di disappunto. Assad è stato cacciato da Damasco e la Russia, stremata dalla guerra in Ucraina, non ha potuto far altro che offrirgli ospitalità a Mosca. Hamas, gli Hezbollah siro-libanesi, gli Houti yemeniti sono stati sconfitti e decapitati dei loro rispettivi centri di comando e, quando Teheran ha lanciato i suoi missili per colpire Israele, è stata umiliata; anche qui con Russia e Cina che non hanno avuto la forza di decidere una qualche reazione che andasse oltre i comunicati stampa. Non perché non abbiano capacità decisionali rapide, bensì perché non ne hanno la forza militare.
Ora è la volta della Epic Fury, con l’eliminazione fisica di Khamenei e dei suoi collaboratori e familiari più vicini. E con Cina e Russia che esprimono indignazione, punto!
Trump sembra dire a Cuba, Brasile, Panama e Latinoamerica tutta, come ai Paesi africani, all’India e ai Paesi del Caucaso e a quelli arabi: ‘Vedete quanto vale la protezione di Cina-Russia-Iran? Zero. Vi conviene lasciare quel campo e trattare con me’.
Ma quanto è praticabile la prospettiva di un cambio di regime a Teheran? Le vicende di queste ore ci dicono che il regime è diviso al suo interno. Una parte, l’ala più oltranzista dei Guardiani della Rivoluzione e bande affini, intende resistere a oltranza, a sfruttare le loro residue capacità militari – che non sono affatto effimere – per attaccare le basi USA, le loro portaerei, Israele e i Paesi arabi sunniti. E a mobilitare tutti i proxi (Hezbollah, Hamas e Houti) per ripartire nella guerra regionale con Israele. La mobilitazione è in corso e Israele sta subendo dei colpi significativi, la sua proverbiale difesa aerea è stata già bucata più volte in due giorni dai missili di Teheran, con perdite umane. Ogni colpo subito da Israele infiamma gli animi del mondo musulmano e lo spinge all’azione contro Tel Aviv. Per questo USA e Israele hanno mirato soprattutto a decapitare dei suoi vertici l’ala oltranzista del regime e a colpirne le postazioni militari.
Un’altra parte della classe dirigente del regime, forse già contattata dai servizi USA e israeliani prima dell’attacco, è invece orientata a trattare con gli USA e a prendere immediatamente le redini del potere per gestire la transizione. Poi ci sono le organizzazioni della resistenza di base; molte, non sempre concordi, ma tutte insieme intenzionate a rovesciare il regime in quanto tale. Tra queste anche le organizzazioni monarchiche legate a Reza Pahlavi, che però hanno una presenza insignificante all’interno dell’IRAN, pur se sono accreditate da alcune cancellerie occidentali. Difficile che possano avere un ruolo nell’immediato.
Il pericolo maggiore è che la società iraniana venga travolta da una guerra civile di tutti contro tutti. È già successo in Libia e in Siria dopo le primavere arabe.
Una cosa è certa. Trump teme di restare incastrato in una guerra regionale di lunga durata. Sa bene che la società americana non reggerebbe a lungo. Deve e vuole chiudere la partita in pochi giorni. Gli serve per non ripetere il Vietnam o l’Afghanistan e soprattutto per ribaltare i sondaggi catastrofici a suo sfavore in vista delle elezioni del mid-term. Esattamente il contrario di quanto vogliono Cina e Russia.
