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La città del dopo Covid

by Alessandro Bianchi

 

La pandemia non accenna a placarsi per cui è molto difficile pensare a cosa ci sarà dopo; possiamo solo dire con certezza che in quel dopo molte cose saranno diverse e, quindi, conviene prepararsi per tempo.

Il caso più evidente è quello della sanità. In questi due anni abbiamo avuto conferma del fatto che il nostro sistema sanitario è tra i migliori al mondo: è universale e gratuito, e se guardiamo a come funziona in altri Paesi, uno per tutti gli Stati Uniti, la differenza appare abissale.

Però abbiamo anche capito che negli ultimi decenni sono state introdotte distorsioni evidenti. Il sistema pubblico è stato fortemente penalizzato in termini di risorse finanziarie, strumentali e umane, lasciando sempre più spazio ad un sistema privato che, se è vero che in molti casi fornisce livelli di prestazione elevati, ha reso l’accesso fortemente selettivo dal punto di vista economico

Per non parlare della dilagante pratica dei medici incardinati nelle strutture pubbliche che operano contemporaneamente in quelle private. Insomma, c’è un bel po’ di lavoro da fare per mettere a punto un sistema sanitario efficiente ed equo, partendo da quanto ha messo a nudo la pandemia.

 

 

Un altro versante cruciale è quello della scuola – dalle elementari alle università – dove i problemi appaiono altrettanto difficili da affrontare. Personalmente credo che in questo caso l’occasione andrebbe colta per ridisegnare nel complesso le modalità di erogazione della didattica a tutti i livelli. Intendo dire che oltre ai provvedimenti atti a proteggere dal punto di vista sanitario gli scolari e gli studenti in presenza, sarebbe opportuno ricorrere comunque ad un calibrato uso della didattica a distanza. Discorso complesso ma inevitabile da affrontare, perché oltre a contribuire alla tutela della salute può consentire un salto di qualità al modo di fare didattica. In particolare per le Università, consentirebbe di ristabilire un punto di equilibrio tra la tradizionale didattica totalmente in presenza e quella totalmente on-line, che oggi presenta vistose carenze sia nell’una che nell’altra modalità.

Per quanto riguarda la città ritengo che se vogliamo correggere le vistose carenze e inefficienze messe a nudo dalla vicenda epidemica, dobbiamo avere un’attenzione alta e immediata.

Un’attenzione alta, perché la città è il nostro luogo di vita, quello in cui la maggior parte delle persone svolgono la maggior parte delle loro attività: risiedere, lavorare, studiare, andare al mercato-cinema-teatro-ristorante-libreria-piscina-palestra e via dicendo.

A livello mondiale questa condizione riguarda ormai circa il 60% della popolazione (4,2 miliardi su un totale di 7,8) ed è in ulteriore crescita.

Nel nostro Paese la situazione è in parte diversa perché non abbiamo le grandi aree metropolitane come Parigi (12,0 milioni) e Londra (9,0 milioni), per non dire di Tokyo (38,0 milioni) mentre, all’estremo opposto, abbiamo una disseminazione di borghi rurali con meno di 5.000 abitanti e una popolazione complessiva pari 14,0 milioni. Tuttavia, sono ben 46,0 milioni le persone che vivono nelle grandi città o in centri urbani di media grandezza (tre persone su quattro) il che vuol dire che siamo anche noi in larghissima parte abitanti di città

E poi un’attenzione immediata, perché il governo delle trasformazioni urbane ha di per sé tempi lunghi. Anche senza voler tenere conto degli effetti perversi del mostro burocratico che incombe sull’amministrazione della cosa pubblica, il tempo che va dall’idea, al piano, al programma, al progetto, all’esecuzione si misura in anni.

Dunque dobbiamo iniziare subito a pensare sulla città del dopo epidemia, e per farlo bene dobbiamo sgombrare il campo dalle stravaganti ipotesi con cui si cimentano da qualche tempo apprendisti architetti e urbanisti: la fuga verso i borghi rurali, come se fosse a portata di mano una contro migrazione rispetto a quella che in oltre cinquanta anni ha portato decine di milioni di persone a lasciare le campagne per addensarsi nelle città; oppure la densificazione urbana, con la costruzione di grandi contenitori, preferibilmente grattacieli, più alti possibile, ipertecnologici e più o meno boscosi.

Dobbiamo sgomberare da subito il campo da queste fughe nel nulla e restituire centralità e dignità all’urbanistica, oggi ridotta a mercimonio di indici, volumi, altezze e distacchi; avvelenata dalla pratica delle contrattazioni, delle compensazioni e delle deroghe; mortificata dalle periodiche e immorali sanatorie.

E dobbiamo cominciare a pensare alle nostre città in modo diverso, fermando una volta per tutte la frenetica corsa all’espansione edilizia che da tempo non è più finalizzata ad andare incontro alle esigenze degli abitanti in termini di residenze, servizi e mobilità, bensì a rispondere alla collusione di interessi tra la rendita fondiaria e la speculazione edilizia. Solamente acquisendo questo diverso modo di pensare potremo tener conto dei problemi nuovi posti dalla lunga vicenda epidemica e tentare di fronteggiarli mettendo in campo le idee che nel frattempo stanno maturando.

 

 

Lo smart-working: che non è solo lavorare da casa aspettando di poter tornare in presenza; è un modo diverso di organizzare in modo permanente quella parte dell’attività lavorativa che non richiede la presenza fisica, il che può produrre effetti positivi sulla produttività delle imprese e l’efficienza delle attività professionali e anche sul funzionamento della città, soprattutto per quanto riguarda la mobilità; dunque non solo home-working, ma co-working aziendale e professionale ovunque possibile, a partire dalla pubblica amministrazione.

La città di prossimità: vale a dire una riorganizzazione – soprattutto nelle città medio grandi – in comparti urbani nell’ambito dei quali sia possibile accedere in un tempo contenuto – a piedi o in bicicletta o con mezzi pubblici – alla gran parte delle attività lavorative e alla fruizione dei servizi intermedi.

La rigenerazione urbana: perché nelle città, all’interno dei centri storici come nelle periferie, vi sono migliaia di immobili dismessi, abbandonati e degradati che possono essere rigenerati per rispondere alle esigenze degli abitanti; questo è il patrimonio urbano da mettere in gioco per rendere disponibili edifici e spazi anche per lo smart-working e per la città di prossimità.

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