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La Città del dopo Covid

by Mario Panizza

 

L’Autore, architetto, è stato Rettore dell’Università Roma Tre

L’attuale emergenza sanitaria ha generato un’ansia diffusa, parzialmente giustificata, che si è combinata con una voglia di cambiamento, che va al di là della condizione, sia pur grave, che stiamo vivendo.

In alcuni, non pochi, prevale il convincimento che alla fine di questa situazione eccezionale tutto sarà diverso: il nostro modo di lavorare, di vivere la città, di studiare, perfino il modello abitativo. Ansia e cambiamento sono all’origine di un’attesa incerta, tutta da scoprire, dove i rapporti tra le persone e le relazioni con il mondo esterno dovranno essere profondamente ridefiniti.

Forse è necessario ricondurre questa accelerazione psicologica, comunque comprensibile, all’interno di più tranquille valutazioni razionali. Ritengo che ogni campo di analisi debba essere rapportato a quanto già esiste, ponendosi l’obiettivo di armonizzare le esigenze che si sono venute a determinare con le risorse disponibili. Armonizzare significa porre in un circolo virtuoso la ricerca della soluzione e la conoscenza del percorso.

Nella contingenza attuale il modello abitativo delle nostre città appare inadeguato, inadatto a corrispondere alle necessità del distanziamento, indispensabile per ridurre, forse scongiurare, i rischi del contagio; questo però non può porre in discussione l’intero patrimonio edilizio esistente e, con esso, la base della vita associata.

Alcune opinioni, espresse anche da tecnici, architetti e urbanisti, proiettano le possibili soluzioni verso ipotesi poco credibili, realizzabili solo attraverso la riconversione di gran parte della struttura urbana esistente. Le periferie, dove molti immobili sono costituiti da blocchi intensivi, non possono trasformarsi in conurbazioni che prendano a modello le villette di molte città americane, dove il contatto tra le persone è molto rarefatto: ogni unità abitativa, unifamiliare, è pensata per essere del tutto autonoma, con un giardino che la separa dalla strada e una piccola piscina privata.

Al contrario, si deve partire dall’esistente, carico della cultura e delle abitudini che l’hanno prodotto, individuando, attraverso la strada della manutenzione e dell’adeguamento, le soluzioni capaci di corrispondere a un ventaglio di esigenze molto più ampio. La cura va posta proprio sui valori permanenti del luogo, sapendo bene che ogni proposta, se non assimilata e fatta propria, può provocare atteggiamenti di rifiuto, causando, in tal modo, un irreversibile spreco di risorse.

Ricordiamo tutti la spinta, tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, a lasciare i piccoli paesi per costruire nuovi quartieri, spesso disordinati, vicino all’autostrada o alla ferrovia. Alloggi che attraevano per la dotazione di qualche servizio più comodo, che si sarebbe potuto ricavare anche all’interno dell’edilizia antica, e perché più facilmente raggiungibili in automobile, ma quasi sempre privi di quel carattere, allora spesso incompreso, che apparteneva proprio alla natura dell’architettura stratificata nei secoli. L’impegno è pertanto quello di comprendere il potenziale esistente, cercando di valorizzarlo, ai fini di un recupero che contempli la risposta al mutare delle condizioni esterne.

Per troppo tempo si è rincorso un modello residenziale che fosse in grado di soddisfare le necessità di una male interpretata città moderna. In realtà si sono seguite mode, spesso indotte, che hanno generato sempre nuove costruzioni, portando la situazione dei territori urbani ad avere una parte del suo patrimonio immobiliare, purtroppo non poco, inutilizzato e, quindi, destinato ad ammalorarsi perché non sottoposto a costante manutenzione.

Dal punto di vista della razionalizzazione urbanistica ed economica risulta prioritario sviluppare ogni ipotesi attraverso il riuso, e quindi il recupero. Ciò non solo per salvare i centri storici, che altrimenti scomparirebbero, ma per evitare di compromettere territori, sui quali edificazioni non necessarie andrebbero a ridurre inutilmente l’ambiente naturale. Va considerato infatti che ogni nuova costruzione comporta nuovi servizi, collegamenti, trasporti, ecc. Un’occupazione del suolo sempre più intensa, che se, come spesso è accaduto, dipende solo da una domanda superficiale, può generare una perdita di risorse, assolutamente indispensabili per la salute della terra.

Ovviamente, quanto detto non può essere generalizzato ovunque; dipende dallo sviluppo demografico e dalle risorse che ogni stato possiede. Ciò che invece può essere perseguito, ovunque, è rallentare la spinta di una fetta di popolazione, pericolosamente sempre maggiore, a concentrarsi nei grandi centri urbani. Non è pensabile una radicale inversione di tendenza con un ritorno alla vita dei campi; è la città il naturale contenitore del vivere associato e, per questo, va salvaguardata e, come già detto, sottoposta a continua manutenzione.

Tuttavia, in Italia, ma anche in molti altri paesi europei, l’ipotesi di rivolgersi al patrimonio residenziale dei centri minori, spesso con caratteristiche di valore storico e ambientale, può essere concreta e realizzabile. In molti casi gli immobili sono recuperabili e capaci di offrire buone condizioni di comfort ambientale. Non dimentichiamo che il costruire antico offriva garanzie naturali alla difesa climatica. Promuovere un esteso programma di riuso dell’edilizia antica costituisce peraltro un incentivo a riattivare una serie di lavorazioni artigianali che, dedicate alla manutenzione, invitano a conoscere e rispettare, in senso lato, tutto ciò che compone l’habitat.

Ritorniamo tuttavia a quanto ci sta imponendo l’attuale pandemia che, sicuramente, si concluderà, ma che non potrà certo essere dimenticata nelle abitudini quotidiane. L’obbligo del distanziamento lascerà nella memoria l’ipotesi di prevedere agglomerati urbani meno densi, forse anche differenziabili per categorie a rischio. I centri minori riescono certamente a garantire questa densità più rarefatta e offrire condizioni di vita più propizie: ridotto inquinamento ambientale, meno stress e la possibilità di muoversi e fare un naturale esercizio fisico, soprattutto nei borghi di montagna o collinari. Finora gli interventi di recupero dei centri minori sono stati destinati quasi esclusivamente a finalità turistiche, ma la prospettiva di estendere sempre più il lavoro da casa pone l’obiettivo di inquadrare quelli ben collegati sotto angolazioni diverse, con la possibilità di giungere a una composizione sociale e generazionale molto articolata e differenziata. Potrebbero accogliere infatti gli anziani, i giovani fino all’età della scuola dell’obbligo e gli adulti, che svolgono il lavoro da remoto. Sfruttando i locali al piano terra per gli asili nido o le residenze per chi abbia difficoltà motorie, sarebbe possibile costruire un insieme composto, socialmente eterogeneo e quindi non ghettizzato. Rimarrebbero fuori i giovani che vanno all’università; ma non sarebbe proprio questo un ulteriore invito a renderli autonomi dalla famiglia e spingerli a trovare soluzioni alternative, combinate e concordate con la struttura organizzativa dell’accademia?

Per concludere, il progetto di sviluppo da intraprendere dovrebbe proprio essere quello di riconoscere le esigenze, che possono sopraggiungere anche improvvise, e collocarle all’interno delle risorse disponibili, sforzandosi di armonizzarle il più possibile con il potenziale esistente. Cogliere da esso quanto può essere riproposto in termini di adeguamento, ponendo in relazione complementare quanto appartiene a una città in ordine e quanto può essere offerto da una rete ben connessa di centri minori. Sicuramente in un borgo antico, confortevole dal punto di vista della qualità complessiva dell’ambiente, è più facile ricavare quello spazio di aria e luce che, nella maggior parte delle abitazioni intensive di molte periferie, appare impossibile ottenere. Eppure, attraverso interventi mirati, anche qui sarebbe possibile guadagnare buone condizioni di vita all’aperto, sfruttando cortili, balconi o terrazzi di copertura.

Ritengo che lo sforzo progettuale debba essere destinato il più possibile a correggere quanto esiste, sia moderno che antico, per adeguarlo, con sufficiente generosità, alle esigenze, purtroppo non sempre misurabili, piuttosto che a esercitarsi nella ricerca di modelli nuovi, di difficile impatto, soprattutto se non sperimentati e provati dalla cultura e dalle abitudini del posto.

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