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La Destra a Palazzo Chigi nell’imprevedibile Europa

by Luigi Gravagnuolo
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Ad urne aperte si è avuta la conferma di tutte le previsioni della vigilia. Nessuno tra gli osservatori più navigati aveva infatti preso in considerazione le dichiarazioni dei leader del Pd e di Azione che annunciavano prodigiosi recuperi nell’ultima settimana. Tiritera già sentita troppe volte in passato per darle credito.

Dunque la Destra ha vinto e, dentro la Destra, FdI ha cannibalizzato la Lega, mentre FI se l’è scampata. La somma dei voti di Lega, FI e Noi Moderati, poco sotto il 20%, è comunque ben distante dal risultato dei soli FdI, 26%. Non c’è alcun dubbio, Giorgia Meloni non solo sarà il prossimo Capo del Governo, ma avrà anche la forza e la legittimazione per comporre il Governo a sua discrezione.

Il Centro di Calenda-Renzi tutto sommato è uscito dignitosamente dalle urne, pur se gli infantilismi dei due leader ne hanno frenato le potenzialità. A proposito di infantilismi, basti pensare che Calenda, colui che ha preteso che sul simbolo fosse scritto il suo nome perché doveva essere chiaro che il capo è lui, è andato ad imbarcarsi in una dispettosa candidatura uninominale contro Emma Bonino ed è restato fuori dal Parlamento della Repubblica. Ma santiddio, proprio contro la Bonino, che pescava nel tuo stesso elettorato dovevi metterti?

Il M5S ha ben capitalizzato la scelta di basare la sua campagna elettorale su un’idea forza, la difesa del reddito di cittadinanza. Un’idea, ma chiara, e quelli che ad agosto erano dati per spacciati ne sono usciti con un ottimo 15% dei voti, terzo partito italiano. Una base non da poco per fare politica parlamentare nei prossimi cinque anni. Tanto più che il suo elettorato è de-ideologizzato, il che dà al suo gruppo dirigente margini di manovra politica non indifferenti.

Chi ne esce con le ossa rotte è il Pd, che non ne ha imbroccata una. Avrebbe avuto la chance di presentarsi come il partito più ‘draghiano’ del panorama politico italiano, ma ha preferito coalizzarsi con gli anti-draghiani di Fratoianni lasciando così la bandiera ad Azione/Italia Viva. Né ha caratterizzato la sua offerta politica come una forza di sinistra. Ha tramato con i media, ed anche con la RAI, perché si delineasse agli elettori una sorta di referendum Meloni-Letta, nella speranza che, pur nella sconfitta, alla quale è apparso rassegnato fin dalle prime battute, quanto meno come partito ricavasse qualcosa dall’auspicata polarizzazione. Ma è finito col riesumare un patetico antifascismo d’antan senza alcuna presa sull’elettorato. Insomma, né carne né pesce e si è ritrovato con meno del 20%.

In definitiva, pur in una campagna generalmente sonnacchiosa e poco motivante per la gente, come registrato puntualmente nel tasso di astensione al 36%, gli elettori della Destra sono andati ai seggi con l’entusiasmo di chi si sentiva vincitore e che avrebbe determinato un cambiamento radicale della classe politica al governo; quelli del M5S ci sono andati per difendere il reddito di cittadinanza; quelli del Centro perché spinti dal desiderio di riuscire a non far cambiare rotta al nostro Paese rispetto al governo Draghi; e quelli della Sinistra? Si sono recati alle urne – quelli che non se ne sono stati a casa – per difendere la propria nomenclatura, troppo poco e troppo mediocre per impegnarsi davvero. Non conosciamo ancora le analisi dei flussi elettorali, ma per quanto ci riguarda non abbiamo dubbi: l’astensione ha riguardato soprattutto il bacino elettorale del Pd.

Ora la Meloni governerà l’Italia. Nessun catastrofismo, per carità, non si tirino ora fuori ridicoli fantasmi. Nessuna minaccia fascista si profila per il nostro Paese. Né c’è da temere che il nuovo governo possa praticare una maldestra solleticazione delle pulsioni sovraniste e populiste, pur presenti tra gli Italiani. Peraltro la campagna elettorale della leader dei FdI non ha ammiccato a tali posizioni. All’opposto, soprattutto in politica estera, la Meloni si è caratterizzata come una ultraeuroatlantista. E tuttavia la sua vittoria si inquadra in un trend europeo di affermazioni ripetute di formazioni di destra e di estrema destra – ultime in Svezia – molte delle quali decisamente sovraniste ed euroscettiche, ancorché su posizioni divergenti in politica estera. Si pensi, ad esempio, alla Polonia di Morawiecki e Kaczynski ed all’Ungheria di Orban: entrambi i Paesi sono guidati da governi di destra sovranista, ma la Polonia è la punta di diamante dell’antiputinismo, mentre l’Ungheria è la nazione più filoputiniana d’Europa. Per parte sua la Meloni, che pure ha ammiccato ad Orban, ha garantito che il suo governo starà su posizioni ‘polacche’ in politica estera. Lei è una persona coerente e c’è da crederle, ma come si comporterà nell’eventualità che cambi lo scenario in Ucraina? Ed è possibile un cambio dello scenario geopolitico dell’Europa oggi? Attenzione, le dinamiche sono imprevedibili.

Un esempio, magari improbabile ma prospettato qui solo a titolo esemplificativo. Domani nei territori occupati dai Russi si chiuderanno le urne dei referendum sull’annessione alla madre patria. Dopodomani Putin parla alla nazione. Preso atto che si è raggiunto il quorum in tutte le province, dichiara che il Donesk, il Luhansk e Kherson sono parte integrante della Russia. Poi, sorprendendo il mondo intero, aggiunge che l’operazione militare speciale ha così raggiunto i suoi obiettivi e può considerarsi conclusa. Proclama quindi la cessazione unilaterale del fuoco e minaccia l’iradiddio qualora gli Ucraini continuino a guerreggiare. Cina, India ed altri Paesi, finora ambigui, accettano questo esito ed invitano le parti a sedersi ad un tavolo negoziale. Zelensky però non ci sta, non vuole e non può accettare che manu militari siano state sottratte all’Ucraina alcune delle regioni più ricche. L’Europa però tentenna, l’Ungheria subito sposa la causa dell’accettazione del nuovo status quo, si sa; la Germania si dice interessata a verificare la praticabilità della via negoziale; la Francia si propone come mediatrice; mentre Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Lituania, Estonia, Lettonia ed altri, col supporto del Regno Unito e degli USA, fiancheggiano Zelensky. Che farà l’Italia di Giorgia Meloni?