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La Germania tra pandemia e politica, intervista a Bernhard Zimmermann

by Francesco Paolo Bianchi
Zimmermann Germania

Il Prof. Bernhard Zimmermann* è Direttore di un grande progetto di ricerca scientifico internazionale ed è uno studioso del mondo classico tra i più conosciuti e apprezzati non solo in Germania ma anche in Europa e oltre, in particolare in Italia, un Paese con il quale i Suoi rapporti di lavoro sono profondamente consolidati da ormai molti anni. Approfittiamo di questo profilo per chiedere il suo parere su alcune questioni riguardanti il modo in cui la Germania – e in particolare il mondo universitario – ha vissuto la lunga vicenda dell’epidemia e come si appresta ad affrontare il prossimo futuro, anche in considerazione dei grandi cambiamenti che presto ci saranno nell’assetto politico-istituzionale.

Prof. Zimmermann, la prima domanda che Le vorrei rivolgere riguarda la situazione di pandemia che tutti abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, da quasi un biennio; quale sono stati in Germania gli effetti dello sviluppo del Covid anzitutto sulla vita in generale?

La cosa più importante da sottolineare, dal mio punto di vista, è che lo sviluppo del Covid ha prodotto in Germania un sostanziale cambiamento nell’opinione pubblica, che è stato anche politico, ma non solamente. Da molti anni ci sono quelli che noi chiamiamo i Wutbürger (letteralmente: i cittadini arrabbiati), una parte per nulla minoritaria della popolazione, diciamo circa un 15%, che si schiera sistematicamente contro i progetti statali e comunali. Ad esempio, in tempi relativamente recenti vi è stata una forte opposizione contro la costruzione del nuovo aeroporto di Berlino, così come contro quella della nuova stazione ferroviaria di Stoccarda. Si tratta di gruppi di cittadini non necessariamente politicizzati, ma semplicemente schierati contro i governi regionali, anche se spesso vi è un legame con la destra o l’ultradestra, come nel caso delle moltissime proteste contro l’accoglienza degli immigrati, appoggiate e apertamente sponsorizzate dal nuovo partito dell’estrema destra, l’AfD (Alternative für Deutschland).

Nel caso specifico del Covid questo gruppo di persone, che oggi tendiamo a chiamare Querdenker -letteralmente chi pensa contro un’idea generalmente condivisa o ufficiale – ha fatto fronte compatto in manifestazioni e movimenti contro tutte le decisioni prese dal governo per fronteggiare l’epidemia, il che si è trasformato in fenomeni che fino a un paio d’anni fa non erano nemmeno pensabili: dalla negazione della pericolosità del virus, a quella del numero di morti, a teorie sulla volontà di controllo della popolazione, al rifiuto di ogni misura necessaria per il contenimento, alla critica per la gestione delle chiusure e i conseguenti danni all’economia, fino al rifiuto della campagna vaccinale. Si tratta di una realtà con la quale la Germania sta ancora cercando di capire come trattare.

Per quanto riguarda, invece, le istituzioni universitarie, cosa è successo?

Nel mondo universitario mi preme dire che lo sviluppo del Covid, e le restrizioni alle quali siamo stati sottoposti, ci ha messo di fronte all’evidenza di una serie di fatti che non possiamo in alcun modo negare. Anzitutto non è possibile pensare una vita universitaria solo a distanza; gli studenti hanno dovuto rinunciare a tutte quelle occasioni sociali e di conoscenza che caratterizzano gli anni di un corso di studio; non hanno potuto usufruire per lungo tempo delle biblioteche, e questo ci ha portato a dover rivedere i sistemi di valutazione. In Germania per gli esami gli studenti preparano in genere una tesina scritta su un tema individuato insieme al docente e per la quale vengono valutati; chiaramente, senza la possibilità di consultare le biblioteche, abbiamo dovuto accettare che questi lavori venissero svolti con i mezzi a disposizione. Noi docenti, anche con l’aiuto dei bibliotecari, abbiamo cercato di mettere a disposizione quante più risorse digitali possibile, cercando anche, nel contempo, di facilitare i prestiti interbibliotecari e di prolungarne la durata. Il processo di digitalizzazione e di accesso libero (ma controllato) al materiale scientifico delle biblioteche universitarie ha subito una decisa spinta in avanti, si è molto velocizzato e ha, credo, anticipato già ad oggi risultati che ci saremmo aspettati almeno tra qualche anno; non è un guadagno da poco. Senza dubbio abbiamo tutti dovuto rinunciare anche ad un altro aspetto fondamentale della vita accademica, quello dei convegni; certo ce ne sono stati molti a distanza, con i tanti strumenti ai quali ci siamo abituati (Skype, Zoom) ma ci siamo resi conto di quanto è mancata tutta la parte di vita sociale che si accompagna a queste occasioni e che serve, nel più dei casi, a creare legami duraturi, nazionali e internazionali, destinati a durare anni e forieri di proficue collaborazioni.

Voglio però sottolineare che non tutto il male è venuto per nuocere; la migrazione di molte iniziative online ha portato anche ad alcuni vantaggi, di cui ora siamo consapevoli, che non possiamo negare e ai quali in futuro non potremo rinunciare. Parlo, ad esempio, di tutte le possibilità che ci sono di utilizzare a distanza materiali audio-visivi di supporto, di fare ricerche in tempo reale, di coinvolgere esperti anche a grande distanza, come accade nel progetto scientifico di cui sono direttore che organizza incontri a cadenza regolari nei quali i vari collaboratori mettono a confronto le proprie ricerche. Ora, questi incontri si sono sempre organizzati in presenza, tra i collaboratori che lavorano a Friburgo e quelli che, invece, operano in altri sedi e vengono di volta in volta invitati, nel migliore dei casi un gruppo di una decina di persona. Da ottobre dello scorso anno siamo stati costretti a ripensare questi incontri in modalità online e questo ci ha dato la possibilità di invitare, contemporaneamente e in ogni seduta, collaboratori da Friburgo, dalla Germania, dall’Italia, dalla Grecia, dall’Inghilterra, anche dagli Stati Uniti; il che si è tradotto in sedute di lavoro con ogni volta almeno una ventina di partecipanti e anche di più, e un livello di discussione e di scambio scientifico molto più alto e proficuo che con la formula in presenza. Un vantaggio al quale non vogliamo rinunciare in futuro, pensando, fin da ora, a una formula mista.

Tornando per un momento alla pandemia e alle sue conseguenze, soprattutto dall’estero è parso che in Germania ci sia stata una sostanziale differenza tra la cosiddetta prima ondata a marzo 2020 e la seconda nell’autunno dello stesso anno. E poi vorrei chiederLe come si pone il Governo nei confronti dei negazionisti e di chi si oppone alla vaccinazione?

È senza dubbio così, ed è stato un momento particolarmente drammatico, che ci ha messo anche di fronte ad alcuni errori di valutazione e spiega la situazione di chiusura e di emergenza prolungata durata fino a poco più di un mese fa. La prima ondata del Coronavirus a marzo 2020 ci ha colpito in maniera non troppo forte; certo, ci sono state le necessarie chiusure, ma la diffusione è stata sostanzialmente limitata e controllata, il sistema sanitario ha retto molto bene i ricoveri in terapia intensiva, il numero dei decessi è stato molto contenuto in relazione a quello che è successo ad esempio in Italia.

Questo ha fatto decisamente sottovalutare la situazione; le prime riaperture, con pochi controlli, hanno dato l’impressione di un totale e sicuro ritorno alla normalità, durante l’estate ci sono stati molti spostamenti non controllati verso l’estero, in zone dove i contagi erano ancora alti, così come sono stati effettuati pochi controlli su chi proveniva da zone a rischio. Le conseguenze le abbiamo viste a partire da settembre, quando i numeri hanno cominciato a salire in maniera preoccupante e siamo stati in una situazione molto critica anche per quanto riguarda ricoveri e ospedalizzazioni. A inizi novembre, la crescita incontrollata dei numeri e una situazione quasi al collasso hanno portato a una nuova, molto più rigida chiusura, che non ha potuto evitare cifre spaventose come oltre 30.000 casi e 1.000 morti in un singolo giorno. L’esperienza degli errori passati ha messo una certa paura a livello politico e il timore di non poter controllare una nuova risalita esponenziale dei casi ha portato alla scelta di ritardare le riaperture ben oltre quanto hanno fatto altri Paesi, e ancora adesso c’è un rigido sistema di controllo e di chiusure dipendente dall’incidenza di casi in una settimana.

Ora la situazione sembra essere controllabile, ma c’è il problema delle vaccinazioni, ancora non pienamente efficace, al quale si lega quello che Lei mi chiedeva a proposito della sacca di resistenza dei negazionisti che si oppongono alla campagna vaccinale. Si tratta di una percentuale assai minoritaria della popolazione, rispetto alla quale si è scelto di evitare qualsiasi imposizione diretta alla vaccinazione, che pone comunque qualche interrogativo legale e lascia margini di polemica. Per questo la Germania ha deciso di lasciare a ciascuno libertà di scelta, ma limitando drasticamente la possibilità di frequentare luoghi pubblici, per la sicurezza di tutti anche nell’immediato futuro. A questo proposito, Winfried Kretschmann, Ministerpräsident della regione del Baden-Württemberg, ha già prospettato il rischio di un nuovo lockdown in autunno, se ora per i campionati europei di calcio e più in generale per l’estate, non terremo un comportamento responsabile e i numeri dovessero ricominciare a salire. Una prospettiva che, purtroppo, è già data come quasi certa da virologi e politici.

Un’ultima domanda Prof. Zimmermann. È chiaro che lo sviluppo del Covid, le chiusure, le restrizioni e le altre varie conseguenze abbiano avuto qualche ripercussione sulla vita politica e ora, dopo quasi 16 anni, Angela Merkel non si candiderà nuovamente alla Cancelleria e all’inizio dell’autunno sono previste le elezioni politiche. Quali sono secondo Lei le prospettive?

Angela Merkel è stata sicuramente una parte importante della storia del nostro Paese, al di là del bene del male, per citare Nietzsche, e anche al di là delle convinzioni politiche personali. Un dato che forse non è molto noto è che Angela Merkel è il primo cancelliere della storia della Germania a rinunciare volontariamente all’incarico: non è stata forzata dal partito, non è stata sconfitta politicamente, ha scelto in propria autonomia di non ripresentarsi, per ragioni personali, certamente, ma anche forse per la convinzione di aver dato tutto ciò che poteva. È una stagione che si conclude. Il problema principale della sua eredità è la sua politica pluriennale di divide et impera, che la ha resa una delle personalità più potenti a livello nazionale, ma ha creato un sostanziale vuoto nella sua successione interna alla CDU (Christlich-Demokratische Union) contemporaneamente al fatto che le altre forze politiche (SPD, Sozialdemokratische Partei Deutschlands; i Grüne, i Verdi; i Liberali) non riescono ad esprimere un candidato alternativo convincente, come non sono riusciti negli anni passati. Armin Laschet, candidato della CDU e Ministerpräsident del Nordrhein-Westfalen, appare oggi la personalità più in vista e più quotata alla successione di Angela Merkel, mentre i Verdi e la loro candidata Annalena Baerbock stanno progressivamente perdendo credibilità.

Si fa un gran parlare dei Verdi e della loro forza a livello nazionale; è vero, ma la loro forza è principalmente a livello regionale, in alcuni Länder in particolare, ad esempio il Baden-Württemberg dove i Verdi sono al governo da oltre dieci anni sotto la guida di Winfried Kretschmann, da poco rieletto per un mandato di altri cinque anni. Il problema dei Verdi in questo momento è che molti punti caratteristici del loro programma politico, in particolare gli aspetti ecologici, sono stati messi al centro dell’azione politica anche dagli altri partiti, in particolare CDU e SPD, e hanno quindi perso di specificità. D’altra parte, i Verdi hanno espresso per la prima volta nella storia un loro candidato alla Cancelleria, Annalena Baerbock, in tandem con Robert Habeck, ma, di recente, vi è stato un (pesante) scandalo legato ad alcune false informazioni che la Baerbock aveva inserito nel proprio curriculum. Risultato: una perdita in quantità di voti del 6/8% che ha chiaramente riposizionato le prospettive delle elezioni. Ricorderete, forse, nel 2011 il cosiddetto Guttenberg-Affäre, uno scandalo legato ad accuse di plagio nella tesi di dottorato dell’allora ministro della difesa Karl-Theodor zu Guttenberg, che si concluse con le sue dimissioni e un enorme smacco politico; nel 2013 Annette Schavan, della CDU, dovette dimettersi dal proprio incarico ministeriale per un analogo scandalo legato ad accuse di plagio; lo stesso è successo nel 2019 a Franziska Giffey (SPD) che è stata costretta a rinunciare al proprio posto di Ministro e si è vista anche revocare il titolo di Dottore di ricerca dalla Freie Universität di Berlino per non aver rispettato le regole del lavoro scientifico.  E anche alla stessa Baerbock sono state proprio di recente avanzate analoghe accuse. I tedeschi sono molto rigidi su questi aspetti.

Cosa succederà il 26 settembre è molto incerto. Io credo che potrebbe prevalere una linea conservatrice e di continuità, di mantenimento dello status quo, dopo oltre quindici anni è possibile che vinca la linea di chi ritiene che la CDU sappia, comunque, governare il Paese per la sua esperienza e la favorisca in percentuale di voti. A oggi pare lo schieramento politico ancora più forte; si parla di una vittoria, non saprei con quale distacco, ma non certamente di una maggioranza assoluta. Ci sarà bisogno di un’alleanza, come ce ne sono state finora; l’ipotesi che sembra più probabile è un accordo CDU e Verdi, con la SPD all’opposizione, meno probabile che un’intesa tra CDU e SPD (quando è all’opposizione la SPD riesce sempre ad allargare la propria base di consensi e potrebbe particolarmente rinforzarsi in prospettiva futura), mentre i Verdi, nonostante tutto, sono ancora sulla cresta dell’onda. I liberali possono essere l’ago della bilancia e spostare qualche equilibrio, anche se di poco; c’è poi l’incognita dei movimenti estremisti, la AfD, che potrebbero trarre vantaggio dal malcontento popolare, ma c’è da augurarsi che rimangano in percentuale non tale da destare preoccupazione.

Chi diventerà il quarto cancelliere della Germania riunita è la domanda più difficile; i nomi che si fanno più spesso sono quelli di Armin Laschet della CDU e di Annalena Baerbock dei Verdi. È comunque una domanda difficile a cui rispondere anche per esperti politologi e su questo onestamente non me la sento di esprimere un parere. Mi viene da pensare al fatto che negli ultimi anni sempre più spesso i risultati sono stati spesso molto diversi da quelli prospettati prima delle elezioni, rendendo vana ogni previsione; basti solo ricordare alle elezioni regionali il clamoroso trionfo nel Sachsen-Anhalt della CDU, data in partenza per sicuramente sconfitta.

Professor Zimmermann, la ringraziamo molto per il tempo che ci ha dedicato e per le lucide riflessioni che ha voluto condividere con noi sui vari temi dell’attualità tedesca. Le siamo molto grati e speriamo di poter approfittare di nuovo, in futuro, della Sua disponibilità, magari per parlare della situazione del mondo universitario tedesco e della sua evoluzione in prospettiva nei prossimi anni. Grazie mille davvero.

 *Bernhard Zimmermann è Professore Ordinario di Lingua e Letteratura greca presso la Albert-Ludwigs-Universität di Freiburg in Breisgau e Direttore del progetto di ricerca internazionale KomFrag (Kommentierung der Fragmente der griechischen Komödie) della Heidelberger Akademie der Wissenschaften; Professore honoris causa dell’Università Aristotele di Salonicco.

L’Autore dell’intervista ha curato anche la traduzione dal tedesco.

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