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La scuola tra esami e lavoro

by Piera De Prosperis

 

Parliamo di scuola, anzi di proteste studentesche che, dopo due anni di silenzio forzato, riprendono vigore. Bisogna ammettere che tutto ciò che era ante pandemiam non ha la stessa valenza di quanto accade ora post pandemiam. In mezzo ci sono un mare di promesse (disattese), di proclami (inefficaci), di rassicurazioni (farisee). La scintilla è, ancora una volta, la modalità di attuazione dell’Esame di Stato 2022 e le problematiche, mai affrontate e risolte, relative all’alternanza scuola-lavoro o PCTO.

A fine gennaio il Ministro Bianchi ha deciso di riproporre l’esame nella formula precedente alla pandemia: due scritti e un orale. Le intenzioni sono certamente buone: il peggio è passato, ritorniamo a quando eravamo felici e non lo sapevamo. Proteste: un esame di questo genere non tiene conto dei due anni in Dad, della impossibilità di esercitarsi seriamente, di confrontarsi con i docenti, di metabolizzare i contenuti spesso maldigeriti nonostante la buona volontà dei professori ed i mezzi a disposizione.

Già qui bisognerebbe aprire una parentesi: non tutti gli studenti hanno avuto a disposizione computer o tablet. Le disuguaglianze economiche hanno ovviamente pesato sull’apprendimento in sola Dad. Per sedare la tensione il Ministro ha spiegato che la seconda prova, quella caratterizzante dell’istituto o del liceo, sarà selezionata e valutata da sei commissari interni e da un presidente di commissione esterno. Tutto facilitato, niente panico. I rappresentanti delle Consulte degli studenti hanno chiesto che l’esame valga meno nella valutazione rispetto al percorso di studio del triennio, proposta su cui Bianchi ha detto che rifletterà. Attualmente l’esame incide per il 60 per cento della valutazione, la media dei voti del triennio per il 40.

A ciò si aggiunge la polemica annosa circa l’alternanza scuola-lavoro o per meglio dire i PCTO. Introdotta nel 2003 con l’intento di affiancare alla formazione scolastica teorica un’esperienza pratica presso un ente pubblico o privato, nel 2015, con la riforma della Buona scuola, l’alternanza è stata resa obbligatoria per gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno della secondaria. Nel 2019 all’alternanza è stata attribuita la denominazione di Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, per un totale di 150 ore per gli istituti tecnici, 90 per i licei e 180 per gli istituti professionali. Lo scopo è quello di garantire una continuità tra la formazione a scuola e la formazione in azienda, avvicinando i giovani al mondo del lavoro. Per le aziende la possibilità di individuare risorse con competenze già formate.

Il 28 gennaio si è manifestato per la morte di Lorenzo Parelli, il 18enne rimasto ucciso mentre stava svolgendo il tirocinio in una fabbrica di Udine. La sua morte è diventata un drammatico esempio di quanta superficialità e pressappochismo regolino queste iniziative. Ricordiamo che durante le proteste alcuni manifestanti sono stati manganellati dalla polizia.

La tragedia ha quindi rimesso in discussione il PCTO: serve davvero o è un modo per sfruttare giovane manodopera? Le norme di sicurezza sono rispettate? In una realtà scolastica come la nostra in cui i dati Invalsi, resi noti nel mese di luglio, fotografano una situazione di profondo disagio e – diciamolo – di ignoranza sempre più diffusa, veramente vogliamo far credere ai nostri figli che lavorare in aziende che si prestano ad accogliere gli studenti sia un modo per preparare il loro futuro? Quando magari hanno problemi ad utilizzare l’apostrofo o il congiuntivo?

E sappiamo anche il tormento dei docenti che in tempi di scuola sempre più brevi sono costretti a fare quanto si faceva in orari scolastici meno frenetici e più distesi. Senza contare che non sempre si riesce a trovare un’azienda coerente con l’indirizzo di studi, soprattutto per i licei di fatto teorici.

Possibile che debbano essere i ragazzi a sottolineare i limiti e le pecche di un sistema?

Ancora una volta veniamo meno al nostro ruolo di adulti. Eppure sappiamo che in questi due ultimi disgraziati anni gli adolescenti sono quelli che hanno pagato un prezzo più alto in termini di solitudine, ansia e disagio esistenziale. Quindi perché non parlare con i rappresentanti degli studenti? Perché non chiarire, a proposito dell’Esame di Stato, i motivi della scelta? Sembra che il Ministro Bianchi abbia rifiutato di incontrare gli studenti, di parlare con loro, imponendo dall’alto una decisione. Senza contare la terribile visione di studenti colpiti dai manganelli della polizia che rievoca dolorose immagini del passato che pensavamo cancellate.

Ancora una volta il nocciolo della questione è ripensare la scuola non solo con investimenti concreti in termini di aule, docenti, personale Ata, ma con una rivisitazione oserei dire filosofica di cosa si intende per fare scuola. Si procede per iniziative tampone, per accorgimenti che, come nel caso del ripristino dei due scritti all’esame di stato, mirano solo al recupero, solo formale, della normalità. Ma se già prima la scuola era in affanno come si fa a non pensare che l’affanno sia diventato asma, bronchite, polmonite? La scuola è in profonda sofferenza e i giovani sembrano saperlo più di noi che ipocritamente mettiamo la testa sotto la sabbia.

A scadenza periodica sollevano il problema, dovremmo essere noi, invece che entrare in competizione con i nostri figli, precederli nella riflessione non cercando vie facili per il consenso ma condividendo scelte anche difficili ma formative. Non è semplificando o eliminando ostacoli o utilizzando soluzioni tampone che si formano donne e uomini pronti ad affrontare il difficile futuro percorso lavorativo. Questo va fatto capire e condiviso.

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