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La situazione di piazza Cavour

by Giulia Garzia

Piazza Cavour, anticamente nota come Largo delle Pigne è una piazza del centro storico di Napoli, situata tra i quartieri Stella e San Lorenzo. Dopo il lungo periodo di quarantena, è tornata ad essere una discarica a cielo aperto forse ancora più di prima.

Questa è una denuncia disperata, fatta da chi in quella piazza ci vive ed è costretta a passarci per recarsi a lavoro e che tutto sommato la amerebbe molto di più se non fosse così degradata.

Una piazza/giardino che accoglie alcune tra le specie vegetali più peculiari del verde cittadino napoletano che però si è trasformata in safari, dove gli animali che si possono osservare sono quelli adattati all’ecosistema vigente. Durante la quarantena, infatti, l’assenza delle persone ha fatto sì che i rifiuti, almeno quelli giornalieri, lasciati cioè dal passaggio quotidiano, si fossero ridotti ma allo stesso tempo ha permesso alle colonie di topi di vivere liberamente quegli spazi verdi, compresi anche quelli adiacenti al liceo A. Genovesi.

Ma ora la situazione sembra cambiata e in peggio, il verde è abbandonato e ricoperto di rifiuti, i cassonetti sono strapieni, l’odore è nauseabondo; viene da pensare che se il coronavirus è arrivato a estinguersi, probabilmente altre malattie ancora peggiori verranno diffuse da questa condizione di totale degrado.

Allora dov’è la coerenza? Quella che ci obbliga alla mascherina, al gel disinfettante, ai guanti e al distanziamento sociale quando siamo costretti a camminare nei rifiuti, a respirare quei rifiuti e a viverci dentro?

Mi domando cosa stia succedendo agli organi che si occupano della pulizia urbana, ma non sono così miope da pensare che sia colpa dello spazzino che non spazza, del camion della nettezza urbana che non ritira i rifiuti.

Questa è una colpa tutta nostra, della totale assenza di identità cittadina.

Dove finisce quell’orgoglio tutto partenopeo di cui tanto ci vantiamo allo stadio oppure all’estero, quando apriamo il pacchetto di sigarette e buttiamo la plastica a terra? Oppure quando mangiamo la pizza a portafogli e lasciamo la carta piena d’olio dove capita. E questi sono “solo” i mali minori, parliamo di negozi che puliscono i loro venti centimetri fronte strada e poi buttano l’acqua lurida e saponata nelle piante pubbliche. Oppure di bassi super lucidati e profumati i cui proprietari però fanno della strada la loro latrina personale, perché la casa deve essere sempre pulita.

Ma la città è la nostra casa.

È un concetto che sembra banale, ovvio, ma non per Napoli. Ed è inutile fare campanilismo se il popolo di Napoli se ne frega della sua città, è inutile chiamarci napoletani rispetto ad altri italiani  perché noi non abbiamo accettato l’unità d’Italia ecc. se poi il nostro atteggiamento è quello di scontro. Di lotta continua contro il nostro stesso luogo di appartenenza e le sue regole che servirebbero a renderlo vivibile

Perché i napoletani sono una cosa e Napoli ne è un’altra ed è l’atteggiamento da eterni dominati dal potere che ci legittima a comportarci in questo modo, a prenderci quello che vogliamo quando vogliamo e a distruggere tutto, tanto “mica è nostro” e anzi “chiubbuon” che significa meglio così, che la paghi questa città che ci fa soffrire tanto, che la paghino i potenti.

Ma quello che nessuno ammette è che questa è una rivalsa da poverelli, che ci si rivolta contro, tutti i giorni.

E così camminando lungo il percorso che faccio tutte le mattine da piazza Cavour a via Duomo fino a Corso Umberto, strade che in quanto a degrado non hanno niente da invidiare a piazza Cavour, cercavo di risolvere a modo mio il nodo della situazione.

Come si fa a instillare in un popolo l’orgoglio cittadino? Con l’educazione scolastica? E gli adulti?

Di sicuro siamo un popolo vessato, di sicuro il governo non ci aiuta davvero, ma noi cosa facciamo per aiutare la nostra città?

E perché è così facile avere paura di un virus come il coronavirus mentre le nostre strade invece marciscono e si ammalano. Mentre la nostra bellissima città, perché Napoli è la più bella città d’Italia, in realtà puzza ed è sporca. È questa la sua bellezza così poetica?

Pino Daniele nel 1977 già scriveva che “Napoli è na carta sporc ca nisciun se ne importa..” Io ci ho sempre trovato la più grande verità, a nessuno importa.

O forse a qualcuno importa ancora? Allora lascio la mia domanda aperta a chiunque abbia la volontà di ragionarci e trovare una soluzione.

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