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La via stretta della Meloni

by Luigi Gravagnuolo
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Giorgia Meloni vuole governare e vuole farlo a lungo. I suoi primi passi dicono proprio questo, da politica pragmatica ed accorta qual è, sta dimostrando di sapere tenere i piedi ben ancorati sulla terra. Non rincorre gli umori di un’opinione pubblica sempre più volatile e pare sappia usare la forza conferitale dagli elettori per reggere saldamente le redini della colazione di maggioranza, al di là degli scalpitii dell’irrequieto Salvini e delle estemporanee intemperanze di Berlusconi.

Nel merito ha ragione Giuseppe Conte. In particolare in materia economico-finanziaria, l’indirizzo del nuovo governo non si discosta dagli indirizzi di Draghi. È anzi convinzione diffusa che, se a Palazzo Chigi fosse restato Draghi, avrebbe scritto più o meno le stesse cose. Si ha addirittura la sensazione che la Meloni si stia consultando sistematicamente e riservatamente col predecessore, il quale a sua volta non le starebbe lesinando i suoi suggerimenti. D’altra parte la porta del Quirinale non è serrata a tripla mandata…

Vere o false queste supposizioni, sta di fatto che il nuovo governo non sta giocando al ‘cambiamo tutto’, col rischio di intrappolarsi in un vicolo cieco nel giro di pochi mesi, come molti si aspettavano o speravano. Lasciando da parte per ora la questione dei migranti, di cui diremo tra poco, le uniche novità sono state le misure identitarie: la restrizione dei beneficiari del reddito di cittadinanza, il contenimento del regime di aiuti del 110% e la riabilitazione dei contanti rispetto alla moneta elettronica. Sono state altrettante scivolate, veri e propri assist offerti a Giuseppe Conte, la premier non si è però incaponita a difenderle ad oltranza in una guerra ideologica. È stata lesta a decelerare e già sta raffreddando gli animi, rinviando, prorogando, prendendo tempo.

Sull’autonomia differenziata – cavallo di battaglia più della Lega che del suo partito – ha imposto ai suoi ministri un approccio dialogante con le Regioni e le Autonomie locali tutte, specie quelle del Sud, le più minacciate. Anche qui, niente barricate ideologiche, bensì confronto, ricerca della mediazione, pragmatismo. Così oggi (ieri, NdR) il ministro Calderoli è a colloquio col Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e pare che i due stiamo trovando una sintesi plausibile per entrambi, quanto meno sul metodo.

Quando poi qualche esponente della sua maggioranza ha provato a riesumare le posizioni teo-conservatrici di cinque anni fa sui diritti civili – Gasparri sulla 194, la Lega sul bonus matrimoni in chiesa – chi ci ha provato è restato isolato e presto messo a tacere.

Dove la premier ha invece toppato di brutto nei suoi primi giorni, è stato sulla questione dei migranti, su cui ha inizialmente avallato le esuberanti iniziative del ministro Piantedosi, tecnico di area leghista, il quale ha provato a riprendere la linea dei respingimenti e della criminalizzazione delle onlus impegnate a salvare vite di naufraghi nel Mediterraneo tanto cara al suo dante causa, Matteo Salvini. La vicenda della Ocean Viking, spedita in Francia dopo averle negato l’attracco in Italia, ha provocato un incidente diplomatico molto serio e tuttora non ancora del tutto sanato con Macron. Col paradosso che, in Francia, chi si è scagliato con maggior impeto contro il nostro governo è stata la destra xenofoba francese della Le Pen, quella che in teoria avrebbe dovuto essere in sintonia con esso.

Il sovranismo è una brutta bestia, se tu dici ‘Prima gli Italiani’, l’altro ti dirà ‘Prima i Francesi’, e il tedesco dirà ‘Prima la Germania’, e lo spagnolo ‘Prima la Spagna’. Messa così diventa problematico addivenire ad una gestione ‘europea’ dei flussi migratori, che è l’unica chance per poter governare questo fenomeno con tutta evidenza incontenibile.

Ci ha messo poco Giorgia Meloni a fare i conti ed ha fatto marcia indietro, abbandonando le provocazioni propagandistiche e ricercando con tutte le doverose cautele il dialogo con l’UE. E’ inimmaginabile per il nostro Paese sfidare l’Europa e fronteggiare da solo le complesse problematiche del Mar Mediterraneo, di cui i flussi migranti rappresentano solo la punta dell’iceberg, è evidente.

C’è poi una misura, anch’essa in fin dei conti propagandistica ed identitaria, che ha avuto finora un effetto benefico, di allargamento dell’area del consenso verso il nuovo governo, piuttosto che di sua rarefazione. Ci riferiamo alle annunciate misure del ministro Nordio sulla giustizia. “La diffusione arbitraria delle intercettazioni non è civiltà né libertà, bensì è una porcheria” ha dichiarato Carlo Nordio, arrivando finanche a minacciare le dimissioni se al governo non dovessero seguirlo su questa strada. Le parole del guardasigilli sull’abuso delle intercettazioni e, soprattutto, sul loro uso improprio da parte di alcuni piemme, lesti a passarne le trascrizioni ai media allo scopo di delegittimare moralmente gli imputati, specie se politici, ha ottenuto l’apprezzamento inequivoco del Terzo Polo.

Un altro campo di intervento suscettibile di estendere l’area del consenso al governo, specie in Parlamento, è la riforma della costituzione, sulla quale la premier ci ha messo la faccia in prima persona. Anche su questo terreno, molto spinoso, come si sa – Matteo Renzi ci si fracassò la testa – Giorgia Meloni sta avendo un approccio dialogante, rispettoso delle prerogative parlamentari. Staremo a vedere cosa ne verrà fuori, d’altra parte i tempi, anche per le vincolanti procedure costituzionali al riguardo, non si possono bruciare. E sarà difficile per l’opposizione mettersi sull’Aventino a gridare contro la minaccia di restaurazione autoritaria, essendo stata essa stessa protagonista solo sei anni fa di una battaglia epica per la riforma costituzionale. Una battaglia meritevole in verità di ben altra sorte, ma persa per una condotta politicamente pedestre.

Dunque: sul terreno socio-economico, come sull’Ucraina, il governo Meloni non può che seguire il tracciato di Draghi; su quello dei diritti civili non può affondare i colpi; forzature liberiste sul tema della povertà sono impraticabili; su altri temi – autonomia regionale, istruzione, sanità, welfare – persegue correttamente un approccio parlamentare. Non gli restano che i temi della giustizia e dell’assetto costituzionale come campi di battaglia caratterizzanti e presumibilmente vincenti.

Su questi, c’è da scommetterci, la premier cercherà di concentrare il dibattito pubblico e la rappresentazione di se stessa e del suo governo agli Italiani e al mondo intero.

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