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Le matrone sul carro

by Piera De Prosperis

Straordinaria la recente scoperta del carro a Pompei in località Civita Giuliana. Osanna, Direttore uscente del Parco archeologico più importante al mondo ha detto: Si tratta di un carro cerimoniale, probabilmente il Pilentum noto dalle fonti, utilizzato non per gli usi quotidiani o i trasporti agricoli, ma per accompagnare momenti festivi della comunità, parate e processioni … Le scene dei medaglioni che impreziosiscono il retro del carro rimandano all’eros (Satiri e Ninfe), mentre le numerose borchie presentano Eroti. Considerato che le fonti antiche alludono all’uso del Pilentum da parte di sacerdotesse e signore, non si esclude che potesse trattarsi di un carro usato per rituali legati al matrimonio, per condurre la sposa nel nuovo focolare domestico.

Le matrone romane avevano acquisito già in età repubblicana una rilevanza politica non trascurabile. Esisteva una sorta di “statuto” delle signore che garantiva loro alcuni vantaggi come servirsi del pilento, carro per i riti sacri, e del carpento, carro per le attività quotidiane. Cosa aveva garantito alle donne nobili dell’antichità questo privilegio? Esse avevano donato il loro oro per consentire che si realizzasse il voto fatto ad Apollo Pizio da Camillo perché il condottiero potesse conquistare Veio. Insomma, viene loro riconosciuto un diritto non dovuto al genere femminile. L’utilizzo della carrozza, pilento o carpento che fosse, consentiva alla donna di non levarsi in piedi al cospetto del magistrato, come era obbligatorio per tutti i cittadini. Erano quattro i gesti dovuti alle autorità: scendere da cavallo, scoprirsi il capo, cedere il passo, alzarsi in piedi. La matrona romana sul carro ottiene un privilegio non da poco in una società maschilista.

Allora come ce la immaginiamo questa donna, moglie probabilmente di un ricco possidente della zona suburbana di Pompei? La società ricca e gaudente della cittadina vesuviana, aperta ai traffici, dotata di un suolo tra i più fertili d’Italia, votata al culto di Venere divinità protettrice della città, viveva in un’atmosfera di libertà sicuramente maggiore che in altri luoghi dell’Impero. Lo testimoniano dipinti inneggianti all’eros, alla fertilità, al piacere. Anche la decorazione del carro rientra forse in questa atmosfera gaudente. La nostra matrona andava al tempio per le offerte votive, per partecipare ai riti, forse anche per sfuggire al controllo maritale e quale migliore veicolo di un carro dotato di immagini inneggianti al piacere, magari intonando l’inno a Venere di Lucrezio.

In un club di uomini qual era la società romana, i luoghi sacri e i misteri rituali ad essi connessi erano l’unica possibilità per le donne di ritagliarsi uno spazio autonomo, anche ufficialmente riconosciuto.

Eccola allora con le sue ancelle che canta:

Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dèi,
alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo
popoli il mare solcato da navi e la terra feconda
di frutti, poiché per tuo mezzo ogni specie vivente si forma,
e una volta sbocciata può vedere la luce del sole:
te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo apparire
le nubi del cielo, per te la terra industriosa
suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare,
e il cielo placato risplende di luce diffusa.( Lucrezio)

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