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L’evoluzione tecnico-normativa sull’inquinamento atmosferico

by Stefano Sorvino

L’autore è Commissario straordinario dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Campania – ARPAC

Nel processo di formazione del diritto e della tutela ambientale, il primo fenomeno di inquinamento attenzionato e contrastato è quello dell’aria, primaria matrice naturale, che ha iniziato a manifestarsi in Italia in corrispondenza del massiccio sviluppo industriale ed urbanistico – con l’incremento esponenziale della motorizzazione – determinato dal boom economico degli anni ‘60.

Tale inquinamento veniva originariamente definito dalla dottrina tecnico-giuridica come “la presenza nell’aria di sostanze estranee alla sua normale composizione, capaci, quando la loro concentrazione supera un determinato livello, di … compromettere la salute”, evidenziandosi sin da allora la sua perniciosa ricaduta sanitaria prima ancora che ambientale. Non a caso in Italia i primi convegni scientifici sul tema si svolgevano, tra il 1954 ed il 1958, ad iniziativa di sodalizi sanitari e, in particolare, dell’Associazione italiana di igiene, della Società di medicina del lavoro e della Lega per la lotta contro i fumi e i rumori.

All’inizio gli interventi di contrasto dell’inquinamento atmosferico venivano genericamente effettuati dalla magistratura pretoria (vedi Gianfranco Amendola) sulla base delle fattispecie di cui all’articolo 674 del codice penale sul “getto pericoloso di cose”, 844 del codice civile sulle “immissioni nocive” perseguibili in ambito privatistico e delle poche disposizioni del Testo unico del 1934 sulle leggi sanitarie.

La prima normativa di tutela ecologica ed ambientale ante litteram, quando il diritto dell’ambiente non era ancora maturato, è stata costituita dalla cosiddetta legge “anti-smog”, n. 615/1966, recante “provvedimenti contro l’inquinamento atmosferico” – inteso come emissioni di fumi, polveri, gas ed odori alteranti la salubrità dell’aria – con una evidente finalità di tutela sanitaria. Tale normativa, nel tentativo di formulare una risposta organica all’incipiente problematica, individuava le fonti inquinanti in impianti industriali, termici e veicoli a motore, prevedendo la zonizzazione del territorio nazionale da parte del Ministero della sanità ed un coacervo di strumenti, ma rimaneva quasi totalmente inapplicata ed inefficace.

Quando, negli anni ‘60, in Europa si organizzarono le prime reti di monitoraggio rudimentale della qualità dell’aria si misurava quasi esclusivamente il valore del biossido di zolfo (SO2), tipico del processo di combustione fossile, prodotto dalle emissioni industriali ed urbane. Successivamente, anche per il considerevole incremento delle informazioni tecnico-scientifiche, sono stati sottoposti a controllo e monitoraggio il monossido e biossido di azoto (NO e NO2), il monossido di carbonio (CO) ed il particolato totale sospeso (PTS). Inoltre, si è considerato il fenomeno per cui talvolta nell’atmosfera si producono nuovi inquinanti (cd secondari), a causa delle reazioni chimiche tra ciò che viene immesso in atmosfera per effetto di attività antropiche e ciò che vi è naturalmente presente.

In tempi più recenti l’attenzione si è concentrata sulle polveri sottili e ultrasottili o “particulate matter” (PM10 e PM2,5), dal momento che le indagini medico-scientifiche hanno evidenziato che le frazioni più fini del particolato risultano pericolose per la salute, intaccando in modo diretto l’apparato respiratorio. Alcune tipologie di particolato hanno origine naturale (eruzioni vulcaniche, tempeste di sabbia, polvere cosmica, pollini e spore), mentre quelle di origine antropica si legano alle emissioni di processi industriali, impianti di riscaldamento e produzione energetica, combustioni ed incendi, scarichi di veicoli, usura di pneumatici, freni e manto stradale.

La stessa normativa e strategia europea sull’inquinamento atmosferico, con la fondamentale Direttiva 2008/50/CE, relativa alla qualità dell’aria ambiente (recepita in Italia dal D.Lgs. n. 155/2010), ha assunto l’obiettivo di riduzione anche per le particelle sottilissime – con dimensioni inferiori a 2,5 micron (PM2,5) – un particolato perniciosissimo in quanto capace di penetrare in profondità nell’apparato respiratorio.

Attesa la complessità tecnica del fenomeno, vengono proposte numerose classificazioni scientifiche degli inquinanti, a partire dalla fondamentale distinzione tra quelli naturali (radon, anidride carbonica, metano, ozono, particolati derivanti da fenomeni geotermici come le eruzione vulcaniche) e quelli di derivazione antropica, originati da fattori produttivi ed industriali, attività di produzione energetica, insediamenti civili con impianti termici per climatizzazione e riscaldamento, fonti mobili e modalità varie di trasporto (traffico urbano e pesante, porti ed aeroporti, ecc.).

Dopo aver puntualmente monitorato e valutato la qualità dell’aria, oggi sotto la costante gestione ed il controllo pubblico delle ARPA, occorre che gli Enti territoriali adottino ed attuino – secondo la normativa europea e nazionale – i piani e le misure in grado di agire nelle singole zone ed agglomerati, secondo criteri di efficacia ed efficienza, sull’insieme delle principali sorgenti di emissione (ovunque localizzate), senza limitazioni e nemmeno generalizzazioni territoriali ma piuttosto alla scala di intervento tecnicamente appropriata.

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