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Mario Panizza e l’identità urbana

by Ghisi Grütter

 

Si è inaugurata a Roma, presso la Biblioteca della LUMSA, una mostra di quadri e fotografie dall’ironico titolo “Chiarissime figure”. Insieme a Mario Panizza, espongono le loro opere Luigi Ramazzotti, Nicola Sartor e Ortensio Zecchino, quattro accademici appassionati di arti visive e autori essi stessi.

 

Spesso in varie arti visive (pittura, cinema, fotografia) le città, invece di essere inquadrate interamente, vengono rappresentate attraverso alcuni dettagli che donano una specifica identità a quell’ambiente urbano. Per fare un esempio, molti film italiani in bianco e nero degli anni ‘50 e ’60 presentano le inquadrature di una o due persone che camminano lungo una strada dove si trovano grandi finestre basse con le grate posate su pesanti soglie di travertino: questo è ciò che fa capire che la location del film è Roma, nel suo centro storico.

“Dio è nel dettaglio” è una celebre frase di Mies Van Der Rohe che, figlio di uno scalpellino, amava curare tutti i particolari architettonici dei suoi progetti. “Il buon dio alberga nel dettaglio” è anche il motto preferito di Aby Warburg, lo studioso tedesco che con le sue ricerche sul simbolismo, sulla mitografia e sull’astrologia, ha dato impulso allo studio sistematico di tanti filoni della storia dell’arte come l’iconologia, agli inizi del Novecento. In effetti, la conoscenza attraverso il frammento (piccola parte o quantità trascurabile) oppure attraverso il particolare (elemento minuto che fa parte di un tutto) porta inevitabilmente a considerare il dettaglio quale importante elemento di agnizione. Non a caso uno dei metodi più diffusi in pittura per l’attribuzione di un quadro a un autore, è quello di analizzare attentamente il dettaglio trascurato. Si guardano, dunque, le fattezze di un’unghia della mano meno in evidenza, oppure i fili di erba in un panorama di sfondo, oppure le pieghe di una veste indossata da un personaggio secondario non in primo piano. Questo perché nel disegno del dettaglio pittorico spariscono la dimensione epica e la composizione geometrica e di conseguenza si affievoliscono la tensione aulica e l’impianto razionale.

È un po’ quello che fa Mario Panizza dipingendo: inquadra frammenti urbani, li studia, li colleziona, e poi li cataloga con rigore scientifico. Svolge, in tal modo, un lavoro paziente e ostinato nella documentazione e nella decodificazione iconografica poi, nella riproduzione in acrilico. Le sue grandi tele dipinte con prevalenza del bianco e nero, sono testimonianze di una ricerca appassionata sulle identità urbane, che l’autore persegue ormai da tanti anni e i cui esiti sono esibiti in mostre, a partire dal 2005.

Panizza è architetto e, anche quando ha ricoperto ruoli istituzionali importanti (Professore Ordinario di Composizione Architettonica a Roma Tre fino al 2019, Direttore del Dipartimento di Architettura nel 2013, nonché Rettore dello stesso Ateneo dal 2013 al 2017), non ha mai smesso di dipingere che per lui, quindi, significa un metodo per riflettere su differenti realtà urbane. Per anni ha viaggiato il mondo in bicicletta accompagnato da Sandra, sua compagna di vita (una sorta di discreta ghost writer), e dalla sua macchina fotografica, per captare scenari urbani, dettagli di paesaggi industriali e quant’altro riusciva a fissare nella mente con l’aiuto della fotocamera. Una volta rientrato dal viaggio si approfondiscono i significati delle immagini collezionate, si decodificano le simbologie e si riproducono.

 

 

Avendo visto varie mostre di Panizza, ho notato che, inizialmente, molti dei suoi soggetti erano analoghi a quelli prediletti dai Precisionisti – come i paesaggi industriali e le fabbriche nei quadri dell’Ex fabbrica Montecatini a Falconara del 2005 o l’Ex-zuccherificio ad Avezzano del 2004, oppure assemblaggi di parti meccaniche come le tele sui Nastri trasportatori nella Ruhr del 2003 o i Ganci dell’ex-Mattatoio a Roma del 2003.

I Precisionist painters, hanno costituito un gruppo di pittori statunitensi che durante gli anni ‘20 del secolo scorso hanno caratterizzato la loro ricerca con la semplificazione delle forme, con contorni netti e stesure cromatiche piatte, evocando un senso di ordine e precisione in un equilibrio tra ispirazione cubista e realismo fotografico. Il Precisionismo è considerato la prima autentica espressione di arte moderna nord-americana nata dal desiderio, dal punto di vista iconografico, di indagare il paesaggio urbano e industriale. Le opere sono caratterizzate da punti di vista e angoli inaspettati, con una messa a fuoco nitida. Anche il gusto fotografico del modo di rappresentare di Mario Panizza può essere riconducibile a questa corrente statunitense, così come la ricerca della logica, della purezza, della stabilità, e di una certa tendenza dell’uomo a imporre ordine.

 

 

 

Nei quadri di Mario Panizza, a mio avviso, c’è anche un alone di sapore iperrealista: luoghi, oggetti, scenari, spogliati di ogni aderenza utilitaristica e di gerarchie funzionali che possiedono nella realtà, assumono una loro vita autonoma in un mondo irreale parallelo. Nell’universo iperrealista, convergono figure oggettuali e paesaggi urbani in cui l’occhio osserva scene urbane e situazioni metropolitane, senza dare giudizi, semplicemente registrando e indugiando su oggetti o situazioni urbane degradate con uno stile oggettivo e anaffettivo. La città è il luogo prescelto per molti di questi pittori per il suo essere contenitore di una sua realtà a parte. La precarietà, la provvisorietà, l’inconsistenza dell’ambiente metropolitano e di coloro che ci vivono è oggetto di questa tendenza: strade, vetrine, automobili, grattacieli, insegne ne sono i protagonisti. Ma nello stesso tempo si può affermare che nell’iperrealismo il soggetto non esiste, svanisce nella oggettività della riproduzione dell’oggetto che domina il campo della visione.

 

 

 

Nei soggetti di Mario Panizza però non c’è lo stile super-visivo e freddo dell’iperrealismo, c’è invece una sorta di pacata accettazione di un mondo post-industriale di cui registra le tracce. Per molti anni Panizza ha collezionato immagini di tombini. In effetti, questi sono reperti di civilizzazioni e memorie storiche di culture urbane, parlano di religioni, presentano simboli augurali o emblemi agricoli, narrano di epoche passate di splendori, ma anche di fonderie, di materiali, di progetti del dettaglio. La mostra al Goethe Institute – “Il giro del mondo in 80 tombini” del 2015 – presentava solo 40 degli 80 tombini dipinti, tutte tele di un metro per un metro prevalentemente monocromatiche che restituiscono la matericità dei diversi composti con una limpidezza di visione, una scrupolosità e una nitidezza che trovano analogia con l’immagine fotografica. I protagonisti dei quadri di questo periodo sono quindi il ferro, l’asfalto, la pietra, il granigliato, ma anche il travertino, come nel caso del tombino di Sabaudia.

Dopo un’altra mostra a Roma sui tombini a Palazzo Pamphlj, nel 2016 Mario Panizza ha iniziato a indagare sulle ombre ed espone all’Università Link Campus nel 2019; poi si è spostato a Napoli con una personale e una collettiva al Palazzo delle Arti, nel febbraio 2021. Le pavimentazioni e gli spazi urbani nelle tele di Panizza si tramutano in delle quinte su cui si riversano le “ombre portate” di oggetti o di persone: Bergen, Roma, Tokio, Amburgo, Palermo, Bilbao, diventano puri materiali sulle quali l’ombra prende forma. Sembra quasi che Panizza usi l’ombra al contrario del modo convenzionale: invece di supportare la forma donandole plasticità, una volta isolata, l’ombra sembra che ne operi la sua smaterializzazione; diventa essa stessa soggetto negando la tridimensionalità per ritornare alla bi-dimensione. Talvolta le ombre allungandosi sembrano dei fantasmi che commentano gli eventi, come nel caso dei ciclisti in fuga a Innsbruck. Recentemente i soggetti dei quadri di Panizza diventano sempre più evanescenti: dalla ricerca sull’ombra si passa ai riflessi. Una fontana a Rovereto, una pozzanghera in via della Conciliazione, un vetro in facciata.

Gaetano Sabatini nel catalogo della recente mostra napoletana “Mario Panizza. Linea d’ombra” ha così scritto: «L’ombra promana da me, quella sagoma sono io – mi dico – ma si manifesta sempre in un’incompletezza di informazioni, nel suo essere negazione. La sagoma scura, la mancanza di luce, si rendono visibili per loro natura mi privano della possibilità di vedere, non recano espressione, viso, colore, dettagli. L’ombra mi appartiene e allo stesso tempo precipita verso il campo dell’alterità. Inoltre, mentre il nostro riflesso per essere colto pienamente, implica un allineamento parallelo del nostro sguardo rispetto alla parete riflettente – sia che ci riflettiamo in uno specchio o in un vetro collocato in verticale, sia che ci si rispecchi su una superficie orizzontale come accadde a Narciso – la nostra ombra sfugge a questo rapporto di complanarità». In Panizza anche il riflesso assume una sua autonomia; i suoi malinconici paesaggi urbani raffigurano grandi silenzi dove il dettaglio si sdoppia, si frantuma anche nel riflesso, fino a diventare un frammento irriconoscibile. L’autore di queste tele rimane comunque un prezioso testimone e un cantore della “presenza dell’assenza”.

Vorrei chiudere questo breve articolo con una frase di Otello Lottini tratta dal catalogo della mostra “Mario Panizza in viaggio del 2008 tenutasi all’Università Roma Tre: «Nell’elaborazione delle sue opere, Mario Panizza esprime una raffinata concezione e una peculiare ideazione della forma, in cui si intrecciano la visione poetica della realtà e la precisione artigianale dell’orafo, illuminate dal rigore tecnico-operativo…». E quando qualcuno accenna alla sua abilità tecnica, Panizza si schernisce e afferma «ma con l’acrilico è così facile!».

 

 

 

Immagini:

  1. Umberto D.” di Vittorio De Sica del 1952
  2. Ex zuccherificio di Avezzano del 2004
  3. Tombino a Praga del 2008
  4. Ciclisti in fuga a Innsbruck del 2018
  5. Via della Conciliazione a Roma del 2021
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