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MICHELANGELO A ROMA

by Eugenio Lo Sardo

L’Autore, storico già Direttore dell’Archivio Centrale di Stato, ha curato con Maria Antonietta Quesada il saggio “Michelangelo e Iacopo Galli nella Roma dei Borgia”

Non c’è dubbio: Michelangelo è nato fiorentino e tale è rimasto. Con le sue opere ha espresso il genio della città natale, dove poi ha fondato la Casa a lui dedicata. La sua prima formazione è avvenuta lì, sia dal punto di vista artistico che da quello intellettuale. Ma, fino al suo arrivo a Roma, il giovane scultore era pressoché sconosciuto. I primi passi al di fuori della città natale furono caratterizzati da una serie di insuccessi.

A Bologna patì la fame e a stento si salvò con le letture di Dante e con le opere malpagate, ma bellissime, dell’Arca di San Domenico. A Venezia non lasciò niente di suo. A Roma, invece, malgrado il primo passo falso, dopo poco più di un anno, gli fu commissionato il Bacco. In realtà il suo arrivo nella città eterna non avvenne sotto i migliori auspici. Fu annunziato da una fama a dir poco negativa: aveva tentato di truffare, per una balzana idea di Lorenzo di Pier Francesco dei Medici, il ricchissimo cardinal Riario.

A salvarlo e a promuoverlo fu un giovane e poco noto banchiere, Iacopo Galli, la cui famiglia possedeva un palazzo con annessi e connessi nell’antica via di Parione, ad un passo da palazzo Riario e della chiesa di San Pantaleo.

Michelangelo giunse in quella casa nel giugno del 1496. Nel mese successivo prese carta, penna e inchiostro e scrisse a Lorenzo di Pierfrancesco, allora soprannominato il “popolano”, facoltoso esponente del ramo cadetto della famiglia. L’epistola, per evitare spiacevoli intercettazioni, era indirizzata a Sandro Botticelli, che in quegli anni turbolenti viveva a casa del suo mecenate.

Il giovane scultore aveva portato con sé alcune indispensabili lettere di presentazione, scritte proprio dal “popolano”, uomo di grande intuito politico. Lorenzo gli aveva consigliato, un po’ con lo spirito di una burla fiorentina, di scolpire un Cupido dormiente, secondo lo stile degli antichi, e di rivenderlo ad alto prezzo, come se si trattasse di un originale emerso da uno scavo nelle “vigne” di Roma. In altri termini gli aveva consigliato di produrre un falso, perché allora le opere greco-romane valevano dieci volte rispetto a quelle contemporanee.

Un intermediario, tale Baldassarre del Milanese, aveva trovato il gonzo a cui piazzare la scultura: il cardinal Riario che, con grande scalpore, aveva vinto, giocando ai dadi con Franceschetto Cybo, il nipote di Innocenzo VIII, un’enorme somma di denaro con cui si stava apprestando a costruire il più grande palazzo dell’Urbe.

Il Riario, ben conosciuto a Firenze, perché aveva studiato a Pisa, ed era stato coinvolto nella congiura dei Pazzi nel 1478, si accorse però dell’inganno e inviò nella città governata da Savonarola uno dei suoi uomini di fiducia, il Galli, per l’appunto, con il compito di individuare l’autore della “burla”. Ser Iacopo si recò a Firenze, dove attraverso i suoi amici, presto seppe che l’autore del Cupido era il nostro giovane e sconosciuto artista. Tra i due nacque una immediata e sincera amicizia. Il banchiere aveva studiato i classici ed era divenuto funzionario della corte pontificia, era uno scrittore, come allora si diceva. Si aggirava, sotto l’occhio attento del padre Giuliano, nei palazzi della cancelleria, che allora si trovava tra l’attuale piazza Sforza Cesarini e via dei Banchi Vecchi, ed era dominata dalla potente e ombrosa figura di Rodrigo Borgia, che, nel 1492, divenne papa con il nome di Alessandro VI.

Quindi i Galli, il Riario, il Borgia e i suoi figli e le sue amanti (come Vannozza) vivevano tutti non lontano da Campo de Fiori. Vannozza all’angolo della piazza su via dei Cappellari gestiva la Locanda del Gallo e, all’inizio dell’attuale via del Pellegrino, ancora si staglia un’epigrafe voluta da Alessandro VI. Michelangelo, però, incontrò per la prima volta il Riario, per la delicata questione di cui si è detto, non nel palazzo adiacente a corso Vittorio Emanuele, ma nell’attuale palazzo Altemps, dove il cardinale viveva col fratello Girolamo e la moglie, Caterina Sforza, la famosa dama che col suo coraggio fece impallidire perfino Cesare Borgia.

Lo scultore fiorentino dimorò per molti anni nel quartiere di Parione, almeno fino al 1501 quando, terminato il suo primo periodo romano, si spostò a Firenze per realizzare, su commissione del Comune, il famosissimo Davide. Per un po’ fu ospite dei Galli, dove scolpì il Bacco, poi prese in affitto un’abitazione con annesso studio, molto probabilmente non lontana da lì, e vi portò i marmi acquistati a Carrara con i soldi del committente della Pietà, il cardinale De la Bilhéres. Non si conosce l’esatta ubicazione di questa dimora, ma il proprietario si chiamava Angelo Pulicato e, non a caso, era un cliente della banca Galli e la famiglia possedeva una farmacia sul Campo de’ Fiori.

In breve, in questi primi anni, importantissimi per la fortuna di Michelangelo e l’affermazione del suo genio, fu determinante la figura di Ser Iacopo. Il quale, oltre che banchiere, era Conservatore del popolo romano e probabilmente di segreti sentimenti repubblicani. Fu lui a trovare i committenti delle principali opere realizzate in quegli anni dall’amico fiorentino: il Bacco, la madonna di Bruges, la Pietà, la pala di Sant’Agostino, le statue della cappella Piccolomini di Siena.

Era lui stesso a firmare i contratti per il giovane e geniale amico imponendo una clausola di garanzia che fa onore alla sua lungimiranza: nel caso l’opera non fosse piaciuta al committente garantiva lui per la somma versata, divenendone così l’effettivo proprietario. E la sua parola valeva tanto oro quanto pesava, infatti il Bacco, rifiutato dal Riario per molti anni adornò il cortile di casa Galli, dove i passanti e gli stranieri potevano ammirarlo.

Quando un po’ distrattamente percorriamo le animate vie del centro e attraversiamo la piazza della Cancelleria, forse è il caso di ricordare che nella chiesa di San Lorenzo in Damaso vi è la tomba dei Galli. Michelangelo grazie al suo talento sarebbe comunque riuscito ad ottenere il meritato successo, ma certo prezioso fu quel primo incontro tra un cittadino romano, uno de’ Parione (come si dice da queste parti), e l’immotale artista fiorentino.

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