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Moschee, mercati e Bosforo

Istanbul oltre le cartoline

by Francesca Pica
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Dopo il primo giorno trascorso tra la storia di Topkapı e le atmosfere del Pera Palace, Istanbul comincia a mostrarsi in un’altra veste. La città monumentale lascia spazio a quella quotidiana: quella delle moschee, dei mercati, dei traghetti, delle strade affollate e dei quartieri dove la vita scorre senza preoccuparsi troppo dei turisti.

E in questi giorni c’è sempre Kemal con noi. La sua presenza finisce per diventare parte del viaggio. Non solo ci dice dove siamo, racconta perché quel luogo è lì, che cosa rappresenta, come è entrato nella storia della Turchia. Lo ascolto e penso che abbia ancora dentro di sé il professore che è stato. A volte, invece, mi viene voglia di contraddirlo, ma anche questo fa parte del viaggio.

Kemal usa spesso la parola “ottomano” e gli chiedo di spiegarmi una distinzione che, da turista occidentale, tendo a confondere: ottomano non significa semplicemente turco. L’Impero Ottomano era un enorme mosaico di popoli, lingue e religioni, mentre la Turchia moderna è uno Stato nato dalla dissoluzione dell’Impero e fondato come Repubblica nel 1923 da Mustafa Kemal Atatürk. Una Repubblica nazionale e laica, costruita su un’identità turca moderna e sul superamento di molti degli elementi istituzionali e culturali dell’antico ordine ottomano.

Gli ottomani appartenevano a un impero; i turchi, oggi, a una nazione. È una differenza che a Istanbul diventa quasi visibile: la città continua a vivere dentro entrambe le identità, quella imperiale e quella repubblicana.

Oltre alle bandiere, l’altra cosa che colpisce, attraversando Istanbul, sono i minareti. Spuntano ovunque, tra i palazzi e sulle colline. Sembrano puntini da unire lungo un disegno immaginario. E, regolare, arriva il richiamo alla preghiera. La voce del muezzin parte da una moschea e sembra essere raccolta da quelle vicine. Per qualche minuto la città cambia ritmo, il traffico continua, le persone camminano, i negozi restano aperti, ma quel canto si sovrappone a tutto il resto. Kemal spiega il significato di quel richiamo, ci racconta le regole, la funzione della moschea, la storia degli edifici che stiamo per visitare.

 

 

La prima grande moschea che visitiamo è la Moschea Blu, costruita tra il 1609 e il 1616 e famosa per i suoi sei minareti e per le decorazioni in piastrelle di İznik. Da fuori è imponente, quasi teatrale. Ma entrando arriva la sorpresa. Bisogna togliersi le scarpe, le donne devono coprire il capo e il corpo, improvvisamente, tutti sembrano parlare sottovoce. Kemal ci precede e continua a raccontare, io per qualche minuto, smetto di ascoltare e guardo semplicemente verso l’alto. La cupola, le decorazioni, la luce che entra dalle finestre, i grandi lampadari: tutto sembra progettato per far sentire l’uomo piccolo davanti a qualcosa di immensamente grande.

Poco distante c’è Santa Sofia, Kemal, davanti a Santa Sofia, cambia tono. Qui non racconta soltanto un monumento: racconta una parte della storia della sua città e del suo Paese. Santa Sofia fu costruita dall’imperatore bizantino Giustiniano tra il 532 e il 537; dopo la conquista ottomana del 1453 fu trasformata in moschea e, dopo essere stata museo per decenni, dal 2020 è nuovamente una moschea. È difficile trovare un luogo che racconti Istanbul meglio di questo. Chiesa, moschea, museo e ancora moschea: se una città può essere raccontata attraverso un edificio, probabilmente è proprio Istanbul.

Le epoche non si sono cancellate completamente a vicenda. Sono rimaste, una sopra l’altra, nelle pietre, nei mosaici, nelle iscrizioni, nelle decorazioni. Kemal continua il racconto, io ascolto. Gli faccio una domanda e lui risponde con pazienza. Ci sono cose che puoi vedere da sola, altre che devi fartele raccontare, è una guida preziosa, anche quando non sono d’accordo con lui.

Una gita sul Bosforo è quasi inevitabile. Nessuna fotografia riesce davvero a prepararti alla sensazione di vedere Istanbul dal mare. Il traghetto lascia la riva e la città cambia prospettiva. I minareti diventano sottili, i palazzi si allontanano, le colline si dispiegano davanti agli occhi. Il Bosforo non è soltanto una linea geografica. È la ragione stessa per cui Istanbul ha avuto un ruolo così importante nella storia: una via d’acqua strategica, una porta tra mari e continenti.

Alzando gli occhi si vedono i ponti del Bosforo, enormi e suggestivi archi sospesi tra una riva e l’altra, tra Europa e Asia. Li attraversano ogni giorno milioni di persone quasi senza farci caso, ma visti dall’acqua assumono un significato diverso: grandi opere di ingegneria che diventano il simbolo più concreto di Istanbul, una città che da sempre costruisce ponti tra mondi che sembrerebbero destinati a restare separati.

 

 

Prima di ripartire non può mancare una visita al Grand Bazaar, il più grande mercato coperto al mondo, dove è opportuno dimenticare qualsiasi idea di ordine e attraversarlo sperando di non perdersi. Più di quattromila negozi, corridoi, botteghe, insegne, lampade, tappeti, gioielli, ceramiche, tessuti e falsi di ogni ordine e grado fanno del Kapalıçarşı uno dei luoghi commerciali più iconici di Istanbul. Il primo approccio è quasi stordente, è una città dentro la città: un labirinto dove si vende di tutto, si entra per comprare qualcosa e si finisce quasi sempre per portarsi via una storia.

I venditori salutano, invitano a entrare, mostrano la merce. Il confine tra shopping e performance è sottilissimo. La contrattazione fa parte del gioco, tu fai un’offerta, il commerciante finge indignazione, fai per andartene, lui ti richiama. È un rituale che si ripete continuamente, il bazar è un mercato, ma è anche un teatro.

C’è anche il tempo per uno spuntino, davanti a una bancarella dove il pesce viene cotto al momento. È una delle esperienze che più avvicinano alla Istanbul quotidiana. Il pesce finisce direttamente sulla griglia, il profumo si mescola a quello delle spezie e del pane appena sfornato, mentre intorno la vita del mercato continua rumorosa e indifferente. Mangiarlo lì, in piedi, senza tovaglie né formalità, è forse il modo più autentico per assaggiare una città. Kamal insiste per portarci dove si mangia il migliore kebab in assoluto. Sarà per la prossima volta. Qui anche un buon kebab è un ottimo pretesto per tornare.

Alla fine di queste giornate mi accorgo che Kemal è diventato una sorta di filo conduttore. Ha raccontato la sua Istanbul: quella della storia, della religione, dell’orgoglio nazionale, della modernità che convive con la tradizione. Io continuo a guardarla con i miei occhi, naturalmente. Sono partita pensando che il Bosforo dividesse Istanbul in due. Dopo quattro giorni, ho capito che è esattamente il contrario: è ciò che la tiene insieme. Forse Istanbul è tutta qui, in questa impossibilità di essere una cosa sola. E forse è proprio per questo che, quando arriva il momento di partire, non so ancora se ho visitato una città europea che guarda verso l’Asia o una città asiatica che continua a guardare verso l’Europa. So soltanto che, per quattro giorni, sono stata nel mezzo. E non avrei voluto essere altrove.

 

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