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Peppino Catenacci nella storia della Regione Campania

Matricola 001

by Stefano Sorvino
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Foto by Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella

 

Si è spento a Napoli il 18 agosto scorso, all’età di ottantanove anni, Giuseppe (Peppino) Catenacci. Già capo di gabinetto della Regione Campania e presidente onorario dell’Associazione ex allievi scuola militare della Nunziatella, di cui è stato allievo negli anni ’50 ed a cui è rimasto sempre profondamente legato, Catenacci ha incarnato in senso pieno la figura del “grand commis” o “civil servant“, contrassegnata da un prolungato servizio al livello più alto della burocrazia regionale di cui è stato in un certo senso il “padre fondatore”. Credo abbia conseguito due primati in assoluto: quello di longevità come capo di gabinetto della Regione, funzione ricoperta quasi ininterrottamente per circa trent’anni, e di prolungato esercizio, dopo il collocamento a riposo, di una serie di incarichi – soprattutto di natura commissariale – esercitati con grande autorevolezza fino a pochi anni fa.

Oltre ai profili umani ed intellettuali, il dottor Catenacci ha rappresentato quasi un “unicum” per una carriera ed una intera vita esemplarmente spesa al servizio delle istituzioni e dell’amministrazione pubblica, che merita memoria ed attenta riflessione anche sul piano della storia amministrativa e in particolare del filone del “gabinettismo”.

Peppino Catenacci apparteneva infatti ad una famiglia dell’alta burocrazia statale, figlio, nipote e fratello di importanti prefetti. Il padre Elvio, questore, fu capo dell’importante ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno (1968/70) e vicecapo della polizia. Il fratello Corrado junior (1936-2026), fu viceprefetto di Napoli e prefetto di Cosenza, Salerno, Caserta, Bari, Cagliari e Catanzaro, fino a ricoprire, dopo il collocamento a riposo, il tribolato incarico di Commissario per l’emergenza rifiuti in Campania.

La figura più importante e rappresentativa fu certamente il Prefetto Corrado Catenacci senior (1895-1985), che nella pubblicistica sui “gabinettisti” (Cassese, Melis, Natalini) viene indicato tra gli esempi più significativi di “continuismo” nella carica di capo gabinetto ministeriale, pur nell’alternanza dei vertici politici di riferimento. Nato in Calabria, entrò al Ministero dell’Interno nel 1920, formandosi in carriera in epoca fascista, pur senza compromissioni con il regime, e fu nominato prefetto giovanissimo dal governo Bonomi ciellenista. Nel luglio 1945 Ferruccio Parri, presidente del Consiglio e ministro dell’Interno nel primo governo del dopoguerra, lo scelse come suo capo di gabinetto, poi divenne Direttore generale del Personale presso il Ministero. Successivamente fu capo gabinetto di Antonio Segni, Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno e, soprattutto e a lungo, di Mario Scelba, di cui divenne il braccio destro. Catenacci fu poi nominato consigliere di Stato e, in quella veste, ancora capo di gabinetto del Viminale, fiduciario di leader politici di diverso indirizzo, sempre confermato per evidenti doti e qualità oggettive di affidabilità istituzionale.

Peppino Catenacci, classe 1937, anch’egli inizialmente funzionario prefettizio (proveniente dalle Prefetture di Piacenza e Caserta), entrò tra i primissimi (matricola 001) nell’organico della Regione Campania nella fase di prima strutturazione, dopo lo svolgimento delle elezioni del Consiglio Regionale nel giugno 1970 e l’apertura della legislatura costituente. La prima pattuglia di amministratori e funzionari si installò nella sede, ancora attuale, dell’ex Palazzo delle Ferrovie dello Stato di via Santa Lucia ed il giovane Catenacci divenne capo di gabinetto, e quindi il dirigente più alto in grado della nuova struttura, consolidando progressivamente il suo ruolo per autorevolezza, continuità e pienezza di impegno. Infatti, quando furono costituite le quindici Regioni a statuto ordinario, nell’ambito del personale assegnato per la prima organizzazione delle nascenti strutture amministrative del nuovo ente, un ruolo primario e trainante venne svolto da una pattuglia proveniente dalle fila prefettizie, alcuni dei quali preferirono poi rientrare nell’amministrazione di provenienza. Oltre a Catenacci: Mario Albano, Pasquale Leone, Geppino Maiella, Alfredo Pessetti, Michele Cimmarotta, Salvatore Valentino, Giovanni Vincenti e diversi altri.

Catenacci ha rappresentato un “unicum” di continuità nel ruolo di capo di gabinetto della Regione, ricoperto per circa trent’anni, dal 1973 fino agli inizi del Duemila, con i presidenti Mancino, Servidio, Cascetta, Russo, Cirillo (con la sola breve parentesi di De Feo 1982/83), Clemente, Grasso, Rastrelli, Losco e Bassolino, confermato di volta in volta dai Presidenti della più varia estrazione politica. Soltanto nell’ultimo triennio della sua lunga carriera lasciò consensualmente la direzione dell’ufficio di gabinetto per assumere quello – altrettanto significativo – di coordinatore (direttore generale) della sanità regionale.

Un capo di gabinetto per antonomasia e in senso tradizionale: lavoratore instancabile animato da grande spirito di servizio; funzionario “generalista” di ampia preparazione amministrativa; profondo conoscitore della macchina burocratica; memoria storica dell’amministrazione con la naturale capacità di instaurare un rapporto fiduciario con tutti i Presidenti alternatisi; formatore di molti funzionari che hanno collaborato con lui prima di assurgere a ruoli direzionali, come Antonio Marchiello.

Nei tre decenni trascorsi nell’istituzione regionale ha partecipato in primo piano alla progressiva evoluzione dell’Ente. Dalla fase costituente resa operativa con i primi decreti di trasferimento del 1972, a ranghi ancora ridotti, al secondo e molto più ampio decentramento funzionale del 1977, con il più razionale criterio dei “settori organici” di cui al DPR 616, elaborato dal ministro Morlino. Dal semi-federalismo amministrativo “a Costituzione invariata” dei decreti Bassanini di fine anni ’90 alla decisiva riforma del sistema elettorale del 1999, con la elezione diretta del Presidente della Regione, divenuto autorevole e stabile “governatore” rispetto alle deboli giunte di coalizione ed ai presidenti di breve periodo della prima fase del regionalismo italiano.

Nelle amministrazioni a direzione politica, come la Regione o i Ministeri, il capo di gabinetto costituisce uno snodo di vertice, una importante cerniera o interfaccia, anche se con caratteristiche di discrezione e talvolta in ombra o poco appariscente (“deep state“) al pubblico ed in pubblico. Egli raccorda gli indirizzi di governo dell’organo politico con la sfera esecutiva di attuazione affidata alle strutture burocratiche (direzioni generali), decidendo, mediando e supervisionando la soluzione in concreto di quella pletora di problemi giuridici, procedurali, organizzativi, relazionali, ecc. che l’attività esecutiva comporta quotidianamente. Il ruolo di capo gabinetto, di natura profondamente fiduciaria ma di profonda sostanza istituzionale, richiede attitudine e dedizione peculiari, una speciale “forma mentis”, implica una professionalità “sui generis”, in particolare di coordinamento e relazionamento istituzionale, con una speciale sensibilità “politica” piuttosto che di diretta gestione amministrativa. Ancora, il dirigente gabinettista deve possedere peculiari caratteristiche: instancabile capacità di lavoro; rapida capacità di comprensione, gestione e sintesi delle più svariate problematiche (problem solving); memoria di fatti e situazioni, prontezza di riflessi e valutazione delle più svariate evenienze, anche emergenziali; abilità ad organizzare eventi e condurre riunioni delicate.

Dopo il trentennio di Catenacci, anche in Regione, come già avveniva in quasi tutti i Ministeri, il ruolo di capo di gabinetto non è rimasto più prerogativa di dirigenti interni ma ha visto – sia pure con eccezioni – l’alternanza di esponenti provenienti dalle più qualificate élite giuridico-istituzionali (avvocati dello Stato, consiglieri di Stato, consiglieri parlamentari), secondo una prassi consolidata di attingere per queste cariche dai più autorevoli corpi professionali, oggi estesa dalle strutture del governo ai principali enti territoriali, a partire dalle Regioni per il loro sempre più accresciuto peso nel sistema istituzionale e politico.

Dopo il collocamento a riposo (per così dire) nel 2004, il dottor Catenacci ha continuato ad essere impegnato per circa vent’anni in una serie di importanti ruoli amministrativi e commissariali, conseguendo un ulteriore primato di lucida durata professionale, condiviso a livello nazionale solo con il Commissario di Governo Generale Jucci. Dal 2005 al 2011 ha ricoperto la carica di segretario generale dell’Autorità di bacino della Campania Nord-occidentale – nel cui ruolo abbiamo condiviso oltre un quinquennio di intensa e proficua colleganza – occupandosi attivamente di difesa del suolo, dissesti idrogeologici e pianificazione idrografica, in un impegnativo scenario territoriale, nelle more della ritardata attuazione del Codice dell’ambiente (Dlgs. 152/06-parte III) che aveva previsto tra l’altro la soppressione delle Autorità di bacino regionali e interregionali ed il loro accorpamento centralizzato nell’Autorità statale di distretto idrografico dell’Appennino meridionale. E’ stato per molti anni responsabile della struttura commissariale ex lege 887/1984, in capo al Presidente della Regione Campania, a suo tempo costituita per adeguare il sistema di trasporto intermodale dell’area del bradisismo (Campi Flegrei, Pozzuoli) mediante la realizzazione di importanti opere infrastrutturali in concessione. È stato altresì a lungo Commissario del Consorzio di bonifica della Valle Telesina, soppresso dalla Regione, gestendo come liquidatore problemi annosi come la ricognizione della massa debitoria accumulata, i contenziosi finanziari, la tutela e ricollocazione dei lavoratori. Ha svolto anche, dal 2012 al 2024, le delicate funzioni di commissario liquidatore della TESS-Costa del Vesuvio s.p.a., partecipata dalla Regione e costituita nel 1994 per gestire il contratto d’area torrese-stabiese e contrastare lo stato di crisi industriale tra Castellammare e Torre Annunziata.

Peppino Catenacci, pur assorbito dagli impegni professionali, è stato sempre motivato anche da tanti interessi, a partire dagli studi storici, in particolare del Regno di Napoli e di storia militare. E, soprattutto, ha coltivato per decenni una grande passione per la scuola militare Nunziatella (nella gloriosa tradizione del “Rosso Maniero”), una sorta di sua “seconda pelle”, a lungo presidente dell’associazione degli ex-allievi, carica in cui è stato avvicendato solo poco tempo fa dall’ing. Fulvio Campagnuolo, rimanendone poi Presidente onorario. Sodalizio dal profondo afflato e spirito di cameratismo che unisce a vita gli associati, sempre legati da un profondo vincolo di appartenenza.

Infine, ma non da ultimo, il profilo umano e morale di Peppino Catenacci: in apparenza burbero, descritto erroneamente da alcuni come freddo e burocratico, era invece caratterizzato da tratti di profonda “humanitas” e bonomia, sempre con solidale disponibilità verso amici e collaboratori ma anche nei confronti del prossimo.

 

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