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Piazza 6 Aprile. L’Aquila

by Generale Fabrizio Lisi
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terremoto L'Aquila

L’Autore, Generale CdA (r) Fabrizio Lisi, già comandante della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, è Presidente dell’Organismo di vigilanza del Consorzio Research.

Ad undici anni da quel tremendo terremoto, che alle 3.32 del 6 aprile del 2009 ridusse ad una sola immensa maceria il bellissimo centro storico di L’Aquila e spazzò via l’ esistenza di più di trecento anime, ciò che è successo da quel tragico istante può essere, forse, traguardato da un punto di vista diverso dal solito, da un osservatorio privilegiato, troppo spesso dimenticato, dove tutta l’ emergenza ebbe origine e la ricostruzione si sviluppò: la splendida, solida, funzionale struttura della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, una cittadella che si estende maestosa nella frazione di Coppito, in via delle Fiamme Gialle, centesima Rocca dopo le tradizionali 99 del Capoluogo abruzzese, perfetto contenitore degli eventi dei mesi successivi.

Ma può essere anche sintetizzato in due simboli ed in due motti: l’aquila reale che domina il gonfalone della città ed il grifone della Guardia di Finanza dello stemma araldico del Corpo; il motto nello stemma del capoluogo, “immota manet”, e quello dannunziano del Corpo, “nec recisa recedit”, inciso a grandi lettere sulle mura della Piazza d’ Armi. Visti e letti insieme, simboli e motti danno meglio il senso della straordinarietà dell’energia della natura in quell’evento e l’altrettanto straordinarietà della forza delle Istituzioni e degli uomini ad affrontarlo.

Alle sette di mattina di quel giorno di inizio primavera, un elicottero della Protezione Civile atterrava all’ eliporto della Scuola dopo essersi creato un varco fra una foschia che copriva la città. Non era la nebbia mattutina ma la polvere dei detriti degli edifici crollati. Vi scese il dottor Guido Bertolaso, Capo della Protezione Civile, che venne accolto dal Comandante della Scuola e dalle Autorità locali, la Presidente della Provincia, il Sindaco, alcuni parlamentari ed assessori, tutti continuamente raggiunti da drammatiche telefonate che li informavano di palazzi crollati e di persone disperse.

Quello che accadde di lì a poco è perfettamente descritto dal dottor Gianni Letta, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in un articolo sul calendario storico del Corpo. Ci furono dei sopralluoghi presso strutture esterne per decidere dove posizionare il Quartier Generale dell’emergenza, ma nessuna si dimostrò all’ altezza. Bastò allora uno scambio di occhiate fra Bertolaso ed il Comandante della Scuola per capire che, si, quella Caserma sarebbe stato il sito migliore per ospitare l’emergenza.

Nelle ore successive si susseguirono una serie rapidissima di avvenimenti: la Sala Professori dell’Istituto si trasformava in Sala Briefing ove vennero avviate numerose riunioni di coordinamento; una delle mense diventava la DICOMAC (la Direzione Comando e Controllo) vero cuore pulsante del sistema; il Palazzetto dello Sport si riempiva fino all’ inverosimile di personale delle varie organizzazioni istituzionali, civili e militari, o di volontari che iniziarono a lavorare h24 in diretto contatto con il territorio, con i campi, eseguendo le indicazioni della “Think Tank” della Sala Briefing e riportando alla stessa ogni evenienza. Un sistema perfetto di ingranaggi nel quale ognuno dava il massimo, senza fare distinzione fra giorno e notte.

La Piazza d’ Armi veniva invasa e percorsa da un arcobaleno multicolore di uniformi, divise, giubbotti, ma anche di cittadini, amministratori, sindaci, che chiedevano notizie di luoghi e di persone, ma che iniziarono ad approfittare di quella moderna “agorà” per scambiarsi idee, formulare proposte, senza distanze con la Protezione Civile, cioè con i loro “Angeli”.

Una parte della Scuola veniva destinata a “Cittadella Istituzionale” per permettere agli uffici pubblici ed alle principali attività pubbliche, senza più sedi agibili, di trovare strutture idonee ad operare e ad interagire facilmente fra loro e con la Protezione Civile.

La Scuola e la Protezione Civile vennero visitate da numerose personalità istituzionali italiane e straniere e da molti personaggi dello sport e dello spettacolo, che non fecero mancare la loro ammirazione ed il loro contributo, talvolta non solo simbolico.

Nel frattempo, la macchina dell’emergenza proseguiva con i suoi successi e con i sui drammi. I primi, l’obiettivo raggiunto di dare immediata sistemazione ai senza tetto (che non sono mai riuscito a chiamare “terremotati”) in alberghi ed altre strutture della costa, nei campi subito realizzati e perfettamente funzionanti nella stessa Scuola. I secondi, soprattutto la drammatica ricomposizione dei morti nell’autorimessa, tramutata in obitorio.

La sensazione che si aveva nella Scuola era quella di non essere lasciati soli. Non ci fu bisogno di “riportare” il terremoto ai tavoli governativi e nelle aule parlamentari, perché avveniva esattamente il contrario: le Autorità erano sempre lì a loro disposizione.

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stata una presenza costante. Fra l’altro fu sua la decisione, a pochi giorni dal 6 aprile, di tenere nella Sala Briefing il Consiglio dei Ministri che dette immediata soluzione ai problemi più urgenti.

Il Presidente della Repubblica è stato nell’ Istituto nelle occasioni più significative, come i funerali solenni, quel doloroso tappeto di bare allineate sulla Piazza d’Armi in una cerimonia funebre che non ha avuto pari nella storia della Repubblica, alla presenza di 15.000 cittadini, accolti straziati fra le solide, sicure mura di quel cortile.

Quello stesso luogo pochi giorni dopo accolse un’altra visita straordinaria, quella del Santo Padre. La grande Piazza d’Armi sembrava trasformata in una piccola Piazza San Pietro, per la folla di gente accorsa, che si sporgeva ai lati del percorso per vedere da vicino il Papa, magari sfiorarlo, sotto gli occhi discretamente vigili ma sempre accorti del Comandante della Gendarmeria Domenico Giani.

Quella Scuola, quella Piazza, di lì a poco furono spettatrici di un altro evento straordinario: il Governo decise di trasferire a L’Aquila il Summit internazionale G8 che avrebbe dovuto tenersi in Sardegna. “From La Maddalena to L’Aquila”, fu il nuovo motto del vertice dei “Grandi del Mondo”. La caserma in breve venne trasformata in un bellissimo Centro Congressi, in un hotel di lusso, in una esposizione delle migliori eccellenze della industria, della moda, dell’ingegno italiano.

La toccante cerimonia conclusiva del Summit, dopo la “foto di famiglia” dei Capi di Stato e di Governo dei paesi più industrializzati al Mondo, scattata sullo sfondo della “mole grandiosa” del Gran Sasso, si tenne nella Piazza d’ Armi. In un silenzio rispettoso, vene scoperta una targa che da quel giorno cambiò il nome di quel luogo, testimone di tanti eventi, in “Piazza 6 Aprile”.

Nell’autunno di quello stesso anno la Protezione Civile lasciò L’Aquila e la Scuola. La missione era stata completata: riportare nel Capoluogo i 60.000 senza tetto, assicurando a tutti gli aquilani, prima del freddo invernale, quartieri, case di legno, ingegnose case antisismiche, posti nella Scuola (più di 1.000). Ma vennero anche garantiti i servizi essenziali: l’ospedale, le scuole, l’università, le strade, persino un nuovo aeroporto.

Chi ha visitato in questi anni L’Aquila, ha potuto constatare un lento ma determinato sforzo degli abitanti del Capoluogo di riappropriarsi del loro centro storico, oggi nuovamente e drammaticamente vuoto per un’altra drammatica tragedia, più subdola ma altrettanto devastante. Fu proprio L’Aquila l’epicentro dove si scatenò e si concentrò tutta la forza del sisma.

Oggi, a distanza di undici anni, è chiaro a tutti che la ricostruzione del centro storico non sarà veloce, ma le energie di tutti, istituzioni e privati, devono insieme collaborare per il raggiungimento l’obiettivo di restituire a loro stessi ed a tutti noi uno dei luoghi più belli d’Italia, ma devono farlo con la stessa determinazione di quegli uomini, di quelle donne, di quelle organizzazioni.

A noi che c’eravamo, da quel 3 aprile in poi, spesso dimenticati, e che abbiamo avuto la sorte di condividerla, quella determinazione, spetta il compito di ricordarla e di tenerne viva la memoria. Magari anche ricordando e sottolineando la forza di quei luoghi sintetizzata in quei simboli, l’Aquila reale del Gonfalone ed il Grifone della Scuola Ispettori, e nei loro motti: “immota manet”, del Capoluogo abruzzese, e “nec recisa recedit” della Guardia di Finanza, inciso solennemente sulle bianche pareti della Piazza 6 Aprile della Scuola Ispettori e Sovrintendenti di Coppito.

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