Nel numero di “Artribune” del 1° ottobre scorso è comparso un articolo a firma di Alex Urso titolato “Ma vanno salvati per forza? E se il destino dei piccoli paesi fosse semplicemente morire?” Come ho già detto scrivendo alla Redazione si tratta di una eclatante conferma del fatto che quando non si conosce un argomento sarebbe bene non parlarne.
Ma vediamo di addentrarci nello scritto cercando di capire di quali paesi si tratta, visto che l’Autore cita Acquaviva Platani in Sicilia e poi, genericamente, le “migliaia di altre realtà sparse per la Penisola”.
Acquaviva Platani è un paese della provincia di Caltanissetta di circa 800 abitanti, non pochi considerando che in molti altri se ne contano poche decine fino al più piccolo: Morterone, in Provincia di Lecco, con 30 abitanti.
Nelle statistiche ufficiali sono considerati Piccoli Comuni quelli con meno di 5.000 abitanti, che in totale sono 5.519 (ca. il 70% del totale) per una popolazione complessiva pari a 9.665.621 (16,39% del totale). Probabilmente l’Autore non si riferisce a tutti questi, più credibile che pensi a quelli con meno di 1.000 abitanti che, diversamente da quanto si immagina comunemente, per la maggior parte non stanno nel profondo Sud ma in Lombardia e in Piemonte.
Ebbene sono circa 2.000 paesi per una popolazione complessiva di circa 1,0 milione di abitanti. Questi, in termini numerici, sembrano essere i paesi che dovrebbero “semplicemente finire”.
Cerchiamo di capire allora per quale ragione dovremmo fare questa scelta.
Un buon modo di iniziare potrebbe essere quello di dare una scorsa alla copiosa letteratura sull’argomento, anche solo quella degli ultimi anni.
Cito tre libri che mi sembrano particolarmente attinenti, a partire dal magistrale “La Restanza” (Einaudi, 2022) di Vito Teti, nel quale il grande antropologo che vive tutt’ora nel paese in cui è nato – San Nicola da Crissa, 1.163 abitanti nelle Serre vibonesi in Calabria – spiega il senso del voler “restare” nei luoghi in cui si è nati e vissuti, spesso da generazioni.
“Riabitare i paesi interni, riabitare la montagna, guardare al centro dalla prospettiva inedita e umanissima della periferia, mi sembra possa essere una delle vie di salvezza per l’intero sistema Paese”. Parole su cui sarebbe bene riflettere con grande attenzione.
Poi I paesi invisibili (il Saggiatore, 2022) di Anna Rizzo, che trae dal suo lavoro sul campo sofferte considerazioni sul presente ma anche indicazioni di prospettiva, evocando la necessità di mettere insieme gruppi di ricerca per studiare il problema, composti da professionisti di diversa estrazione: “archeologi, cartografi, storici, archivisti, antropologi, speleologi, naturalisti, paleontologi, etnomusicologi, architetti, urbanisti archeosismologi, botanici che lavorano in équipe per anni in centri ricerca, magari proprio nei palazzi in disuso”
E ancora “L’Italia vuota” (Laterza, 2023) di Filippo Tantillo, che ci conduce in una serie di luoghi cospicui dell’abbandono: Le valli occitane, Il fiume Simeto, L’Appennino centrale, La costa jonica della Calabria, Le Dolomiti orientali, I confini mobili del Molise, La Sardegna centrale.
Sono solo alcuni inviti a riflettere su un argomento complesso, che non a caso viene affrontato da molti punti di vista anche con valutazioni molto diverse, ma nel quale nessuno si avventura a dire che queste piccole realtà (una? alcune si, altre no? tutte?) debbano morire.
In realtà una posizione simile è stata scelleratamente espressa nientemeno che nel PSNA – Piano Strategico Nazionale Aree Interne che, sulla scia di un documento del CNEL, individua una categoria di Comuni (senza dire quali sono) che” hanno bisogno di un piano mirato che li possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Insomma un programma di suicidio assistito, contro il quale si è scagliata addirittura la CEI scrivendo una lettera aperta al Governo e al Parlamento.
“Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal PSNA (…) Chiediamo perciò che venga esplorato con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi di invertire l’attuale narrazione delle aree interne”.
Altrettanto decisa la posizione dell’Associazione Comuni Virtuosi.
“Parlare di queste comunità come se fossero non più recuperabili non è solo una dichiarazione politica grave: è una resa formale, mascherata da strategia. La parola d’ordine diventa quindi “accompagnare” un declino definito irreversibile, poiché forse è la strada più semplice ma temo sbagliata”.
Dal canto nostro abbiamo dedicato un numero della rivista La Fenice Urbana al tema dei Piccoli Comuni, invitando ad una seria riflessione sulla necessità avviare dei progetti pilota capaci di valorizzare le preziose risorse che proprio nei territori di quei minuscoli e marginali paesi è possibile trovare per affrontare alcuni problemi cruciali da tempo trascurati: la difesa del suolo, il patrimonio storico, la biodiversità, la pastorizia, il rimboschimento, le colture autoctone.
Chi ha consapevolezza di tutto questo rifugge dall’ironizzare su termini come “ferito”, “abbandonato”, “in agonia” riferiti ai paesi che queste ferite-abbandoni-agonie hanno subito. Meno che meno si permette di auspicare che “sarebbe meglio che l’agonia di questi posti finisse per sempre, piuttosto che essere trasformati in cocktail di marketing e nostalgia”.
Espressioni di una disarmante superficialità, frutto della mancata conoscenza della realtà e di una evidente incapacità di cogliere l’essenza dei problemi e di prospettare soluzioni positive.
