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Pozzuoli e il Grand Tour d’Italie

by Federico L. I. Federico
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Se il Grand Tour d’Italie è stato nell’immaginario collettivo il viaggio ineludibile per tutta la nobiltà e l’intellighenzia d’Europa, quello di Johann Wolfgang von Goethe ne rappresenta l’archetipo.

Lo scrittore e pensatore tedesco, divenuto poi ministro e consigliere nel piccolo granducato di Weimar, si concesse due anni sabbatici tra il 1786 e il 1788 per realizzare il proprio sogno coltivato nelle brume del nord d’Europa: un viaggio attraverso l’Italia, calda e soleggiata, il paese lontano e vicino dove “fioriscono i limoni”. Dopo un biennio tornerà dal suo celebre viaggio nel Belpaese trasformato profondamente come uomo, letterato e scienziato dopo avere approfondito sul campo le proprie conoscenze botaniche, mineralogiche e meteorologiche.

I Campi Flegrei lo attrassero in misura particolare stimolandogli riflessioni di grande spessore che fanno scoprire un Goethe attento scienziato e curioso geologo, che ci aiuta a capire le trasformazioni del paesaggio italiano nel corso dei secoli. Sono circa un migliaio i suoi schizzi e i disegni dedicati ai cangianti paesaggi Italiani nella sua pacifica discesa dei crinali e delle valli italiane.

Quello che Goethe cercava in Italia era certamente la conoscenza delle opere immortali di Michelangelo, di Leonardo, di Raffaello e della grande pittura rinascimentale e barocca ma anche, forse soprattutto, l’ammaliante e muta grandiosità dell’antichità greco-romana che lo attrasse verso il Sud del paese, dopo una lunga permanenza a Roma. Il suo diario è una descrizione viva delle impressioni che riceveva dal paese e dalla gente prima sconosciuti. Ma, se costante è lo spazio di riflessioni che Goethe dedica ad arte, cultura e letteratura, egli da scienziato studiò i fenomeni geologici e mineralogici, sul clima, sulle piante.

Nel corso della sua permanenza a Napoli Goethe si reca Pozzuoli in una gita per lui indimenticabile, in parte vissuta per mare lungo l’incanto del Golfo di Napoli e poi proseguita in carrozza e a piedi.

I fasti delle rovine imperiali romane lo attrassero e lo entusiasmarono, ma ancora di più i Campi Flegrei con i vulcani, le acque termali, le fumarole e le caverne che esalano zolfo. Un paesaggio indimenticabile anche per i turisti di oggi, di cui Goethe descrive le colline vulcaniche prive di vegetazione, che in alcuni punti mettono in luce il bianco “caolino” dei Monti Leucogèi, cioè le alture che chiudono a monte la Solfatara di Pozzuoli, così dette per il colore chiaro della loro terra vulcanica. Ma prima che da quelle collinette Goethe viene attratto dagli inattesi laghetti craterici con le pareti rivestite da maestose querce, forse l’odierno Bosco degli Astroni e i poco distanti laghetti dei Pisciarelli che formano la base esterna del vulcano Solfatara.

Dall’itinerario descritto nel proprio diario si potrebbe ritenere che Goethe dovette visitare anche il Lago di Agnano, prosciugato solamente nel 1872 e quindi ai suoi tempi ancora presente. Forse vide anche la famosa Grotta del Cane, i Sudatori di San Germano.

Tutte queste località sono ancora oggi osservabili e godono di una numerosa bibliografia scientifica, dovuta ai grandi e spettacolari fenomeni del bradisismo, che in due riprese ha causato a Pozzuoli e all’area circostante enormi danni sia alle abitazioni sia alla vita commerciale e industriale.

Goethe parla di questi luoghi sinteticamente, tuttavia si deve supporre che una visita, sia pure fugace, egli l’abbia fatta anche al Vulcano della Solfatara, che ancora oggi presenta una spettacolare attività fumarolica e un’abbondanza straordinaria di minerali.

Il primo Marzo del 1787 Goethe scriveva:

Una gita in mare fino a Pozzuoli, brevi e felici passeggiate in carrozza o a piedi attraverso il più prodigioso paese del mondo. Sotto il cielo più limpido il suolo più infido; macerie d’inconcepibile opulenza, mozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione, spazi brulli e desolati, e poi, d’improvviso, una verzura eternamente rigogliosa, che alligna dovunque può e s’innalza su tutta questa morte, cingendo stagni e rivi, affermandosi con superbi gruppi di querce perfino sui fianchi d’un antico cratere. Ed eccoci così rimbalzati di continuo tra le manifestazioni della natura e quella dei popoli. Si vorrebbe riflettere, ma ci si sente impari al compito.

Davanti alla sua prosa noi ci arrestiamo. Non c’è bisogno di aggiungere altro.