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Il prezzo delle mascherine. 4 domande ad Arcuri

by Luca Rampazzo
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Domenica sera il Premier Conte, nella conferenza stampa in cui annunciava la fase due, ha annunciato una rivoluzione nella vendita delle mascherine. Il prezzo sarebbe stato calmierato. Tramite decreto commissariale, il costo al pubblico sarebbe stato fissato a 50 centesimi. Più Iva, come si sarebbe venuti a sapere due ore dopo, alla pubblicazione del decreto stesso in Gazzetta Ufficiale. Il blitz di Arcuri è stato fulmineo e preciso: non si possono vendere mascherine chirurgiche a più di quel prezzo.

La notizia, e la subitaneità della medesima, hanno colto tutti gli interlocutori di sorpresa. Sotto richiesta di anonimato abbiamo contattato importatori, rivenditori e farmacisti. E la situazione è apparsa dalle prime ore del giorno estremamente complessa. Il problema è il seguente: il prezzo di fabbrica, applicato in India e Cina è di 40 centesimi. In anticipo. Il costo di importazione oscilla sui 10 centesimi. Quindi, sdoganate, le mascherine costano quanto il tetto massimo indicato dal Commissario. I rivenditori, in questa catena, distribuivano tra ottanta e novanta centesimi. Le farmacie rivendevano, sfuse, tra due e tre euro.

Il primo risultato è stato che le Farmacie hanno ritirato le mascherine chirurgiche dal mercato. Le dichiarazioni di esponenti del mondo economico non sono state tenere. Le aziende hanno in carico le mascherine ad un prezzo maggiore e chiedono di rivederle portandole almeno a 60 centesimi. “Altrimenti – dice Donatella Prampolini – l’effetto immediato sarà che smetteremo di importarle. Intanto molte aziende hanno bloccato vendite e ordini”.

L’import non è il solo problema. Chi ha riconvertito la produzione soffre molto questa dinamica dei prezzi. Avendo come prezzo target sotto cui stare 70 centesimi (quello degli importatori), molti vendevano a 60 centesimi. Ieri un imprenditore che aveva da poco riconvertito la produzione stava seriamente pensando di chiudere. Le sue mascherine uscivano a 60 centesimi dalla macchina, si era tarato per un mercato di qualità. Un mercato che dalla sera alla mattina non esisteva più. A metà giornata tutte le farmacie da noi contattate aveva ritirato le mascherine chirurgiche dalla vendita. Il che è un problema non da poco in Lombardia, dove per uscire si deve averne una.

Qual è il piano del Commissario Arcuri? Tutte le farmacie e le parafarmacie italiane “saranno messe in condizione – sottolinea una nota degli uffici del Commissario – di vendere a tutti i cittadini le mascherine chirurgiche al prezzo massimo di 0,50 euro, al netto dell’Iva”. A breve, inoltre, verrà firmato un ulteriore accordo che consentirà alle associazioni dei farmacisti di negoziare assieme al Commissario l’acquisizione di importanti quantitativi di mascherine ad un prezzo inferiore a quello massimo fissato dall’ordinanza. “Si garantisce, concretamente, il diritto alla salute di tutti i cittadini – conclude Arcuri – la possibilità di acquistare le mascherine ad un prezzo giusto, si blocca qualsiasi forma di speculazione, non si danneggiano i farmacisti che con spirito di servizio e sacrifici hanno svolto e continueranno a svolgere un ruolo importante nella gestione della epidemia”.

Nelle prossime settimane, 660 milioni di mascherine chirurgiche saranno sul mercato italiano ad un prezzo medio di 38 centesimi di euro al pezzo. A produrle saranno cinque aziende italiane – la ‘Fab’, la ‘Marobe’, la ‘Mediberg’, la ‘Parmon’ e la ‘Veneta Distribuzione’ – che hanno già siglato i contratti con il commissario straordinario per l’emergenza. “Voglio ringraziare queste eccellenze italiane – dice Arcuri – che hanno mostrato una straordinaria disponibilità e un forte senso di responsabilità. Nessuno vende ad un prezzo superiore ai 50 centesimi”.

Nell’associarci ai doverosi ringraziamenti alle eccellenze Italiane, vorremmo far sommessamente notare che le mascherine prodotte da una di queste, la Fab, ancora ieri venivano vendute nel bresciano a 2 euro. O quanto meno non erano stati ritirati i lotti ancora in commercio. Sicuramente, è ovvio, si tratta di inerzie di mercato in alcun modo imputabili a loro. Ma un po’ colpisce questo scontrino in un quadro delicato come questo.

Esistono peraltro alcune domande che vorremmo pubblicamente rivolgere al commissario Straordinario:

  1. Com’è possibile che, nonostante volumi assolutamente importanti, ma paragonabili a quelli Asiatici, queste aziende siano in grado di avere un costo di produzione inferiore ad Indiani e Cinesi? Su cosa taglieranno per riuscirci?
  2. In un periodo di scarsità globale delle materie prime, che filiera si seguirà per l’approvvigionamento? Saranno anch’esse di produzione nazionale?
  3. Il margine, quando prodotte a 38 cent a mascherina, è di 12 centesimi: come verrà organizzata la logistica? È impensabile che ci sia un distributore in mezzo, i numeri non lo consentono. Chi porterà i manufatti in farmacia? E le farmacie accetteranno di venderle a quel prezzo?
  4. Le industrie che si sono riconvertite alla produzione di mascherine verranno in qualche modo ristorate dal danno subito da questo calmiere?

In conclusione, una domanda più generale: in base a quale criterio proprio 50 centesimi? Sono domande vere e non retoriche, siamo sicuri che avremo risposte esplicite.