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I processi di Macalube e Ischia. Parla l’avvocato Guida

by Redazione

La tragedia che si consumò nel settembre del 2014 nella riserva naturale Macalube di Aragona, ad Agrigento, con la morte di due bambini travolti da un’ondata di fango, ha avuto un recentissimo esito giudiziario con la sentenza di condanna in primo grado degli imputati per omicidio colposo plurimo.

Ad assistere i genitori delle piccole vittime, parte civile nel processo, è stato l’avvocato napoletano Roberto Guida. Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

La riserva naturale delle Macalube fu istituita dalla Regione Sicilia e da questa affidata in concessione al comitato regionale siciliano di Legambiente. Secondo l’accusa il direttore e l’operatore della riserva, che avevano l’obbligo giuridico di evitare l’evento e quindi di badare alla sicurezza dei visitatori, non si adoperarono abbastanza. Una terza persona, un funzionario regionale, è stata assolta.

 

Trattandosi di un’area pericolosa, come mai era aperta al pubblico?

Il dibattimento ha accertato che la Regione Sicilia nel 1995 pensò di istituire la riserva come una riserva integrale. Successivamente, Legambiente chiese di variare il regolamento della riserva, aprendola al pubblico. Da un lato, per farla conoscere, dall’altro per ottenere finanziamenti maggiori come Ente gestore. Il problema è che nell’ambito dei finanziamenti richiesti, forse poco fu fatto per pensare alla sicurezza dei visitatori. In realtà nulla.

 

Ma la Regione Sicilia non ha un ruolo di controllo?

Assolutamente si! Il funzionario regionale è stato assolto, ma, pur in assenza delle motivazioni della sentenza, deduco dalla formula assolutoria che il Tribunale abbia ritenuto sussistere una responsabilità della Regione, anche se non riferibile a quel funzionario che era il responsabile di un ufficio che faceva semplicemente da mero raccordo tra Legambiente e il comitato regionale che si occupa delle aree protette.

 

Questo significa che lei non si accontenterà di questa sentenza e cercherà altre responsabilità?

La risposta è si. Nel corso del dibattimento ho sollecitato il PM a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica nei confronti del comitato regionale competente, il CRPPN, perché a mio avviso c’è una grossa responsabilità da parte dei suoi componenti. Alcuni di loro, parliamo di scienziati, vulcanologi, erano perfettamente a conoscenza del rischio insito in quell’area e non so come abbiano potuto consentire che venisse frequentata liberamente dal pubblico.

 

Da questa sentenza che lezione si può trarre?

Le vittime avevano 7 e 9 anni, è stata una tragedia. Per me, un’esperienza di vita. Quando ho lasciato il Tribunale di Agrigento, tutto sommato dopo aver ottenuto un successo avendo vinto la mia parte di processo, ho lasciato i genitori dei bambini con il magone. Pur avendo onorato la toga non potevo restituire loro i figli e in definitiva la sentenza serve a ben poco.

E’ la vicenda che offre la possibilità di imparare qualcosa. Bisogna evitare che episodi del genere si ripetano, non è possibile che per godere della natura le persone possano rischiare la vita. Tutto deve essere fatto in massima sicurezza e ho sostenuto nel processo, evidentemente avendo ragione, che quella riserva, per quanto bellissima, potesse essere aperta al pubblico solo a certe condizioni. Ma prima di me lo avevano sostenuto gli stessi componenti del CRPPN nel 1999, poi evidentemente nel corso degli anni se n’erano dimenticati.

 

Avvocato, lei è stato protagonista di un altro importante processo, quello a carico del sindaco del Comune di Ischia, Ferrandino, e del dirigente dell’ufficio tecnico comunale, architetto Arcamone, da lei difeso, che si è concluso in primo grado con l’assoluzione degli imputati.

La vicenda si inquadra nei lavori di metanizzazione della città che prevedevano anche la realizzazione di una condotta sottomarina per collegare l’isola alla terraferma. La Procura ipotizzò originariamente un’attività corruttiva: i dirigenti della CPL Concordia, ditta aggiudicatrice dell’appalto, avrebbero concluso accordi illeciti con il Sindaco per spianarsi la strada, perché l’accusa nel caso di specie era di corruzione per asservimento. Quindi una serie di benefici volti a guadagnarsi la benevolenza e il non intralcio da parte degli amministratori.

 

Ma quali erano i comportamenti concreti contestati?

Stando all’accusa, si trattava di tre benefici diretti al sindaco. In particolare, se ben ricordo nel 2012 o 2013, la CPL avrebbe stipulato una convenzione con l’albergo appartenente ad alcuni familiari del sindaco. Avrebbe, più o meno nello stesso periodo, stipulato una convenzione professionale con il fratello avvocato del sindaco. Infine, l’accusa faceva riferimento ad un viaggio in Tunisia di cui si sarebbe giovato il sindaco, circostanza assolutamente inesistente perché è stato dimostrato che Ferrandino non è mai stato in Tunisia in vita sua.

 

E Arcamone in tutto questo che c’entra?

La figura dell’architetto Arcamone è, nell’ambito del processo, del tutto peculiare. Infatti, l’accordo corruttivo ipotizzato dalla Procura non avrebbe in alcun modo riguardato Arcamone, il quale sarebbe stato la longa manus del sindaco, colui che in suo luogo avrebbe dovuto, nella sua qualità di dirigente dell’area di riferimento, compiere gli atti in qualche modo favorevoli alla CPL.

 

Sono state applicate misure cautelari.

Entrambi sono stati oggetto, nell’aprile 2015, di misure cautelari. Ferrandino in carcere per 23 giorni, Arcamone agli arresti domiciliari. Alla fine, i fatti hanno dimostrato che erano totalmente inutili.

 

Quali sono le motivazioni della sentenza di assoluzione?

Le motivazioni non sono state ancora depositate. E’ evidente tuttavia dalla formula assolutoria utilizzata, cioè “il fatto non sussiste”, e dal riferimento al primo comma dell’articolo 530 che in qualche modo richiama un’evidenza dell’innocenza, che il costrutto accusatorio è venuto a franare. Il dibattimento ha in realtà dimostrato non solo che, per quanto esistenti le convenzioni (del viaggio in Tunisia invece non c’è stata mai alcuna traccia), non fosse intervenuto alcun accordo corruttivo, ma soprattutto che non fosse stato compiuto alcun atto diretto a favorire la CPL Concordia.

Addirittura, uno dei cavalli di battaglia dell’accusa è stato il rifacimento del manto stradale a seguito della posa delle condotte del gas, perché sembrava che la richiesta di ripristino a regola d’arte potesse quasi essere un’ipotesi concussiva. Ci siamo trovati in presenza di un buon pubblico amministratore e la Procura della Repubblica ha ipotizzato che dietro le incessanti richieste di corretto ripristino stradale, anche in zone non direttamente interessate dai lavori di metanizzazione, potesse esserci stato qualcosa di illecito.

Un processo quasi paradossale.

 

Quali sono state le conseguenze professionali per l’architetto Arcamone?

Innanzitutto, nell’immediatezza, revocata la misura cautelare, chiese di non rivestire più il ruolo di dirigente dell’UTC. Devo dire che ha dimostrato nel corso di questi anni una grande forza di volontà, perché ha partecipato ad un concorso per diventare direttore del demanio della Regione Emilia Romagna e lo ha vinto. Ci troviamo in presenza di una persona di una preparazione amministrativa in materia di appalti spaventosa e che, dopo la vicenda che lo ha coinvolto, ha ritenuto opportuno andare a lavorare fuori dall’isola di Ischia, dove era certamente diventato tristemente noto.

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