E siamo a 29. Martedì scorso, 23 giugno, negli USA hanno votato per le primarie dem e rep gli Stati dello Utah, del Maryland e di New York. Ora ne mancano 21 per completare la tornata delle primarie per la scelta dei candidati rep e dem che si sfideranno il 3 novembre prossimo per le elezioni generali di Midterm. Mai così significative come quest’anno.
Certamente non sarà sfuggito al nostro lettore il clamoroso voto del Senato USA nello stesso giorno in cui si svolgevano le primarie nei tre Stati sopra ricordati. Con quel voto il Senato, che, ricordiamolo è a maggioranza repubblicana, con 50 voti contro 48, ha censurato senza mezzi termini l’operato del Presidente nel Golfo Persico, richiamandolo al rispetto della costituzione in materia di uso della forza militare in politica estera. In pratica invitandolo a passare per il voto delle due Camere parlamentari prima di procedere con nuove azioni di guerra. Strafottente e adirata la reazione di Trump: ‘Questo voto non serve a niente, io vado avanti. Ma come, ho messo l’Iran alle corde, sto ottenendo risultati strabilianti e voi fate un assist al nemico? E poi, voi chi? Quattro senatori repubblicani perdenti?’ Questo grosso modo il tenore delle sue parole.
È del tutto evidente che la maggiore preoccupazione di DT in vista del Midterm è che, oltre alla rappresentanza dei democratici, vengano eletti dei repubblicani ‘infedeli’ che, bipartisan con i dem, possano ostacolare i suoi disegni eversivi della democrazia USA. Perché di disegno eversivo si tratta. Di qui il suo ossessivo impegno nelle primarie rep, nelle quali sta investendo milioni e milioni di dollari pur di far passare il turno ai suoi fedelissimi. Peraltro riuscendoci bene nella grande maggioranza dei casi.
E in casa dem cosa sta succedendo? Qui, semplificando, si stanno misurando nelle primarie quattro ‘correnti’, che fanno capo rispettivamente a Biden, Obama, Sanders e Mamdani. Nella Middle America finora sta andando bene Biden, seguito a ruota da Obama e da Sanders. Nella Est e West Coast, le zone più aperte al mondo globale, la stanno spuntando invece i candidati più radicali, quelli di Sanders e quelli del DSA (Democratic Socialists of America), la componente il cui leader nazionale è l’attuale sindaco di New York City, Zohran Mamdani. Colui che, per la prima volta della storia USA, si è insediato nella carica giurando fedeltà sul Corano in una stazione della metropolitana della città.
Più che socialista nel senso in cui siamo abituati, si tratta di un’aggregazione islamica che coniuga un marcato radicalismo sociale anti-establishment, insistenti riferimenti alla ‘classe operaia’ e posizioni pro-pal estreme. Una posizione dunque solo apparentemente dem, nei fatti espressione di una nuova America che sta ora reclamando i suoi diritti. Si tratta di immigrati da Paesi musulmani di seconda e terza generazione, per lo più impiegati nel mondo del lavoro in mansioni esecutive subordinate, che ora reclamano il proprio spazio nel governo della Federazione, a cominciare dagli Stati nei quali sono più influenti e numerosi. Come a New York, appunto; o come nel Michigan, dove le primarie si concluderanno il prossimo 4 agosto con un vincitore annunciato nel campo dem, Abdul El-Sayed. Una nuova America in crescita dunque. E che gode del supporto finanziario dei grandi magnati dei petrodollari.
Nello Stato di New York martedì scorso, nel campo dem, i candidati di Mamdani hanno fatto cappotto. Le tre sfide chiave più rilevanti della giornata erano quella del 13° Distretto, dove la mamdaniana socialista democratica Darializa Avila Chevalier ha clamorosamente sconfitto il deputato uscente Adriano Espaillat, il mitico ‘Adriano’ storico punto di riferimento dei dem di tutta la Federazione alla US House; al 10° Distretto il radicale Brad Lander ha battuto il deputato uscente moderato Dan Goldman; e al 7° Distretto Claire Valdez (DSA) ha vinto la nomination per il seggio lasciato libero dalla deputata uscente Nydia Velázquez.
Cosa sta succedendo dunque negli USA? L’inflazione crescente, l’aumento del costo dei carburanti e quello dei prodotti europei, molto apprezzati dai consumatori americani, stanno irritando non poco la popolazione, sia della working che della middle class. Le lunatiche esternazioni del Presidente unite alla sua megalomania ci stanno mettendo del loro. Infine la guerra. Disastrosa negli esiti, a tratti finanche umiliante per gli USA, e dichiarata, su incitazione di Netanyahu nella lettura che ne dà il DSA, contro un Paese musulmano e al di fuori del diritto internazionale e della costituzione USA. Una miscela esplosiva per questa nuova America.
Le Midterm del prossimo 3 novembre si annunciano dunque particolarmente infuocate, con le ali estreme dei due poli, i MAGA da una parte e Sanders e Mamdani dall’altra, che stanno progressivamente stringendo in tenaglia le componenti moderate. Sullo sfondo le elezioni politiche federali del 2028, nel breve termine i confini del potere di Donald Trump. Il quale non pare affatto pronto a prendere atto di un eventuale insuccesso, temendo il quale già minaccia e parla di Insurrection Act. Il 40% degli Americani testati dagli istituti di ricerca si dichiara timoroso che questa storiaccia possa finire a guerra civile.
