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Ravello, un festival della democrazia

Ravello

Una concezione proprietaria delle istituzioni conduce al logoramento della democrazia. L’editto salernitano di Vincenzo De Luca, con il quale è stata cancellata la conferenza stampa della edizione 2021 del Festival di Ravello, si iscrive in una teoria ormai lunga di atti con i quali molti protagonisti della vita politica italiana dimostrano di considerare le istituzioni una proprietà privata.

Ormai da diversi decenni la vita democratica italiana è punteggiata da vicende che picconano il senso del rispetto verso altri rappresentanti della vita sociale ed istituzionale del Paese. Dal famigerato “non faremo prigionieri” di Cesare Previti, all’editto bulgaro di Silvio Berlusconi, dallo “stai sereno Enrico” di Matteo Renzi al mojito di Matteo Salvini che pretendeva per sé i pieni poteri.

La democrazia, sin dalla sua fondazione, è sempre stata un delicato meccanismo di equilibri, una danza leggera che deve condurre i responsabili a servire lo Stato e i cittadini con dignità ed onore, come recita la costituzione repubblicana. Da qualche tempo invece i rappresentati dei cittadini si sentono “unti dal Signore” e ritengono loro specifico diritto di indirizzare la barra delle decisioni a proprio piacimento, perché questa sarebbe la volontà dei cittadini che li hanno eletti. Questa distorsione sta conducendo alla crisi della democrazia rappresentativa, che sta alla base del populismo e delle pulsioni verso la democrazia diretta. Appare singolare poi che gli stessi autori di questi atti eversivi della democrazia rappresentativa si presentino come gli acerrimi nemici del populismo, quando in realtà ne sono gli antesignani e gli artefici.

Ma torniamo all’editto salernitano di Vincenzo De Luca. Avendo nominato quale direttore del festival di Ravello un autorevole intellettuale e scrittore come Antonio Scurati, si è sentito in diritto di porre il veto alla presenza in dibattito all’interno del Festival di Roberto Saviano e Roberto Speranza, crediamo non per idiosincrasia verso il nome che accomuna i due, ma probabilmente per insuperabili distanze che minavano la possibilità di associare una iniziativa finanziata dalla Regione con uno scrittore e con un ministro della Repubblica. Figuriamoci.

Va detto che forse Antonio Scurati avrebbe dovuto prevedere gli esiti per effetto della sua stessa vena artistica. Nei primi due romanzi pubblicati della trilogia su Mussolini, lo scrittore ha magnificamente descritto quell’aria di sottile e persistente conformismo che ha accompagnato l’ascesa ed il consolidamento del fascismo, nel pieno della crisi della monarchia liberale sabauda. Possibile che Antonio Scurati non abbia colto quella stessa aria di conformismo nelle stanze di Palazzo Santa Lucia? Possibile che nessuno lo abbia avvertito che non si può muovere foglia che Don Vincenzo non voglia?

Ormai la frittata è fatta, e un altro passo è stato compiuto verso il baratro del conformismo che deve regnare imperante nel nostro Paese, non solo in Campania. L’ossequio al Capo diventa una genuflessione giornaliera obbligatoria, il nascondimento delle opinioni divergenti diventa consuetudine, ed il bacio della pantofola un rito imperdibile.

Di questo passo non perderemo solo la democrazia rappresentativa, ma anche la dignità. Le dimissioni di Antonio Scurati ne restituiscono un pezzetto a tutti noi. E allora forse varrebbe la pena di organizzare a Ravello anche un festival della democrazia, per ragionare sugli abissi verso i quali stiamo precipitando.

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