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Referendum: che fare?

by Flavio Cioffi

 

Il prossimo 12 giugno si vota per i referendum sulla giustizia. Sono 5. Questo giornale li ha analizzati in una serie di articoli di Luigi Gravagnuolo ai quali vi rimandiamo.

Oggi voglio porvi una domanda alla quale non ho la risposta: dobbiamo andare a votare?

Lo chiedo perché con una pandemia durata due anni e non ancora finita, una guerra in corso in Europa e l’inflazione galoppante, forse ci sono altre priorità. Foss’anche solo quella di un bagno a mare.

E poi per cosa si vota veramente? Nella foto in alto appare uno dei quesiti referendari, quello sulla separazione delle funzioni dei magistrati. Provate a leggerlo e a capirci qualcosa. Ed è più o meno così anche per gli altri. Per scegliere bisogna fidarsi di quello che dicono i politici, i giudici, gli avvocati, i giornalisti. Il che significa andare a simpatia, una sorta di sondaggio sul gradimento dei cittadini nei confronti dei magistrati.

Quando i quesiti sono chiari e riguardano la vita reale delle persone, non ci sono dubbi: volete il divorzio, l’aborto, il nucleare? Tutti in fila alle urne. Ma quando le domande sono tante e tanto contorte, gli effetti sul sistema non sono chiari a nessuno e neanche chi ha voluto i referendum sembra davvero interessato al loro successo, allora viene il sospetto di essere banalmente strumentalizzati. Forse i vari gruppi di potere, le “correnti”, si stanno scambiando messaggi. Forse qualcuno ha messo sul tavolo i referendum ed ha avviato una trattativa, che magari si è anche già conclusa. Nel frattempo, è intervenuta la riforma Cartabia, che non ha la pretesa di essere epocale ma almeno risponde alle richieste europee in ottica PNNR.

Messa così si dovrebbe concludere di non andare alle urne. Però anche astenersi è in definitiva un voto. Allora facciamola breve: andiamo a votare come abbiamo sempre fatto, mandiamo il messaggio che in qualche modo devono fare i conti con noi.

Come votare? Ah beh, questi sono fatti vostri.

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