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Ritorno al futuro

by Luigi Gravagnuolo

C’è una sola possibile spiegazione alle grandi manovre in corso di ricostituzione della Casa delle Libertà da una parte e dell’Ulivo dall’altra. I gruppi parlamentari, sottotraccia e in grande maggioranza, avranno ormai trovato l’intesa per un ritorno al Mattarellum. Se non esattamente a quel sistema, comunque ad uno che preveda una grande convenienza a definire coalizioni pre-elettorali nei collegi, salvaguardando nel contempo i tratti identitari dei partiti – e mettendone al sicuro i gruppi dirigenti – con le quote proporzionali.

Se questo è, tra due anni, o il prossimo anno come è più probabile, si voterà con le liste di partito nella quota proporzionale e con i candidati unitari nei collegi uninominali. Tale lodo offrirà anche al M5S, di certo la formazione meno in sintonia col vecchio assetto bipolare, di uscire dall’impasse del veto delle ricandidature dopo due mandati, su cui si sta lacerando. Se l’on. Tizio Caio, parlamentare cinquestelle che ha già onorato la Repubblica per due mandati, sarà candidato unitario del neo-Ulivo in un collegio, il Movimento non candidandolo in quota proporzionale avrà fatto salvo il suo principio, ma lui sarà comunque ricandidato, sotto altra sigla e col sostegno del suo partito. Una furbata geniale, chissà se la base se la berrà.

Una volta eletto il nuovo Presidente della Repubblica, dunque, la grosse koalition che oggi regge il governo Draghi si scioglierà e si tornerà al vecchio schema centro destra V/s centro sinistra. Le urne poi determineranno quale delle due coalizioni governerà. Con buona pace delle aspirazioni neo-centriste, che pure avevano tanto contato su un diverso esito politico dell’esperienza Draghi.

Il ritorno al passato bipolare però non significa automaticamente il ritorno alle vecchie contrapposizioni valoriali e progettuali tra destra e sinistra. Di mezzo c’è stata la pandemia, mica una cosina da niente.

Ce ne stiamo accorgendo un po’ tutti. Il Covid-19 ha prodotto un’accelerazione vertiginosa di processi socioeconomici già in corso da decenni. La robotizzazione dei processi produttivi, l’esplosione dell’e-commerce col nuovo ruolo strategico assunto dal settore logistico, lo smart working e l’e-learning, la digitalizzazione della P.A., i nuovi vettori dell’economia della conoscenza, per citare solo i fenomeni più macroscopici. Sullo sfondo i cambiamenti climatici, la sete, la siccità e le carestie in un’area sempre crescente del pianeta, le inevitabili guerre e le migrazioni.

E nell’immediato, non solo sono da prevedersi ondate di licenziamenti di difficile gestione, ma anche la diminuzione dello stesso fabbisogno di manodopera in sé. La macchina dello sviluppo, per camminare, avrà bisogno di meno braccia e in parte anche di meno cervelli al lavoro. Senza trascurare il depauperamento ulteriore dei ceti medi a causa della minacciata e probabile inflazione.

Al di là delle formule politiche, centro destra e centro sinistra saranno chiamati a misurarsi con queste problematiche, non del tutto nuove, ma mai prima di oggi così prepotentemente urgenti. C’è da nutrire fondati dubbi che le vecchie ricette liberiste o quelle keynesiane siano gli attrezzi giusti per le nuove sfide.

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