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Abbiamo perso molto

by Piera De Prosperis

Cosa avrebbe detto la ragazza del secolo scorso dei risultati elettorali e del referendum? Ne sarebbe stata la voce critica come lo è stata in tutto il suo percorso di vita. Rossana Rossanda aveva 96 anni portati con saggezza e lucidità fino alla fine. Soprattutto ha attraversato il secolo breve con l’inesausta volontà di capire le problematiche politiche senza condizionamenti dall’alto. Si è molto detto delle sue divergenze con il Partito comunista giunte a diventare frattura aperta nel ’68. Anno che, del resto, rappresenta una svolta umana e politica per tutti noi che eravamo molto giovani durante la primavera di Praga. Non altrettanto determinata, forse, era stata invece la sua posizione circa i fatti d’Ungheria. Comunque il suo giudizio ha sempre costituito una chiave di lettura illuminante. La Rossanda ha incarnato lo spirito contestatore dei figli nei confronti dei padri, delle donne nei confronti dell’altro sesso, della crescita generazionale che mai come in quegli anni determinò consapevolezza di sé e fiducia nel cambiamento. Anche per questo la sua scomparsa ci addolora. Cosa resta di quegli anni e di quegli entusiasmi? Politicamente, in un’intervista recente rilasciata a Diego Bianchi, la Rossanda sottolinea come nessuno faccia più un esame di coscienza, non ci si interroghi più su cosa succede su scala mondiale e nazionale. Non esiste più la discussione, la riflessione sugli eventi. Meno che mai sulla questione delle scelte dei partiti, in particolare della sinistra, su problemi rilevanti quali immigrazione ed integrazione. La mancanza di cultura in quanto assenza di valori condivisi è uno dei mali profondi dell’Italia. Essere del secolo scorso risulta, alla luce del presente, un vanto perché è stato quello un secolo in cui i popoli hanno rivendicato i loro diritti e li hanno raggiunti. Questo in sintesi il suo intervento a Propaganda live.

In particolare, non dimentichiamolo, sono stati i diritti delle donne che nel Novecento hanno trovato voce e forza. Sull’Espresso del 13 maggio 2019, nel “Manifesto per un nuovo femminismo”, scriveva: “È importante che la battaglia per i diritti delle donne sia più estesa e condivisa possibile, contro una ‘cultura maschilista’, intesa anche nell’accezione di ‘senso comune’ di derivazione greca, romana e giudaica, ma si dovrebbe dire anche egizia o cretese, culture che hanno in comune una visione binaria della sessualità, sulla quale si innesta il principio della famiglia patriarcale come ‘società naturale’, basata sulla divisione gerarchica fra maschio e femmina.”

Abbiamo perso molto ma siamo certi che nella sua lunga vita si sia molto divertita.

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