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Sette settimane che possono cambiare il mondo/1

Brasile

by Luigi Gravagnuolo
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Tra fine ottobre e fine novembre si svolgeranno quattro tornate elettorali i cui esiti possono cambiare le sorti del mondo. Nell’ordine: Brasile, Israele, USA (Midterm) e Spagna. In ognuna di esse, non solo nel Midterm USA, sarà dirimente l’orientamento delle opinioni pubbliche nei confronti di Trump.

Cominciamo col Brasile.

Lo scorso 4 ottobre si è già votato per il primo turno e, rovesciando le aspettative dei sondaggi, Flavio Bolsonaro ha scavalcato il presidente Lula: 2,2 milioni di voti di distacco tra il leader della destra e quello della sinistra.

Il corpo elettorale del Brasile è di circa 159 milioni di elettori. 33,4 milioni di essi si sono astenuti, hanno perciò espresso il loro voto oltre 125 milioni di brasiliani. Con queste cifre, in termini assoluti la distanza di 2,2 milioni di voti sarebbe un’inezia e la partita sarebbe aperta. Ma per Lula sarà molto difficile spuntarla. Il popolo carioca è deluso. Lo ha dimostrato anche nel voto per il rinnovo di 54 degli 81 seggi del Senato nello stesso giorno del primo turno delle presidenziali. Solo 6 di essi sono andati al partito di Lula, ben 19 al Partito Liberale di Bolsonaro; che ora, con i suoi alleati di formazioni minori, detiene la maggioranza della Camera alta. Una vittoria indiscutibile per la destra, che si è aggiudicata anche la maggioranza relativa dei 513 seggi della Camera dei deputati, pur senza superare la soglia dei 257 seggi necessari per poter governare da sola. Se si alleasse ai partiti di centro destra avrebbe 378 seggi contro i 135 della sinistra. Ci ha messo la mano Donald Trump?

Senza alcun dubbio non se n’è stato a guardare. Con tutte le sue bizzarrie lui una linea di azione strategica ce l’ha ed è ben leggibile. Vuole tirare fuori gli USA dal resto del mondo e affermare l’esclusiva supremazia yankee sull’Emisfero occidentale, dalla Groenlandia all’Antartide. L’Impero americano d’Occidente, gli USA fuori dal resto del mondo, il resto del mondo fuori dall’Emisfero occidentale, questa in sintesi la sua politica estera. Di conseguenza vuole cacciare dalle Americhe ogni influenza di Cina e Russia, rovesciando i governi che le fiancheggiano o aprono loro le porte. Cuba, Venezuela, Panama, Nicaragua e il Brasile di Lula su tutti. Sotto questo rispetto i suoi risultati li sta ottenendo.

L’Argentina di Milei è senza incertezze dalla sua parte, Nicolas Maduro è stato rapito ed è tenuto prigioniero negli USA, Cuba è ridotta alla fame e allo stremo. E ora il Brasile, la quinta potenza militare del mondo con i suoi 360mila militari attivi e 340mila riservisti; la prima economia dell’America latina. Quel Brasile che importa dalla Cina il 24% del totale delle sue importazioni e vi esporta il 28% delle proprie produzioni.

Il secondo Paese per import/export col Brasile sono gli USA, e Trump cosa ti fa? La guerra dei dazi. Prima del suo secondo mandato Brasilia esportava negli USA a dazi ordinari, che per molte merci erano quasi nulli. Oggi vigono dazi del 50%. Un colpo tremendo per l’economia carioca, con tutte le conseguenze sull’impoverimento della popolazione e sull’inflazione. Soprattutto un freno brusco al trend di crescita dell’economia brasiliana. La spinta del mondo imprenditoriale a liberarsi di Lula e a riprendere a crescere sotto l’ombrello degli USA è potente.

Non ci si lasci fuorviare dal complottismo. Gli USA certamente si sono ingeriti negli affari interni del Brasile, ma la Cina non è stata a guardare. E Lula, grazie al suo attivismo sulla scena internazionale – vedi il ruolo assunto nel BRICS, o il riconoscimento del suo peso nelle politiche ambientali e sociali dell’ONU – ha goduto del sostegno del ‘resto del mondo’. Compresa l’Europa con la quale, da Presidente del Mercosur, il Mercato Comune del Sud America, ha di recente sottoscritto un accordo di partnership molto rilevante.

Le fake news, le minacce e le ritorsioni della Casa Bianca non bastano a spiegare l’attuale impopolarità del presidente Lula, specie negli Stati del Sud, dove le urne gli sono state davvero impietose.

Il Paese è ormai allo sbando. Tante aree, rurali e delle periferie urbane, sono controllate da clan mafiosi che controllano lo spaccio della droga; le frange più estremiste della destra, finanziate dalla famiglia Bolsonaro e spesso in combutta con la delinquenza, seminano sangue da tre anni nelle strade delle città e nelle terre. Le forze dell’ordine non rispettano un solo comando, sono schierate da una parte o dall’altra. Da tre anni a questa parte si contano oltre seimila omicidi di militanti politici operati dalle forze dell’ordine, alcune frange delle quali sono ormai gruppi paramilitari che sfuggono al controllo dello Stato. I rapporti tra i gruppi etnici si sono deteriorati e ha ripreso vigore la discriminazione razziale. I femminicidi dilagano. Non ne parliamo degli assassini di gay, lesbiche e appartenenti alla comunità LGBTQIA+.

In queste condizioni anche lo zoccolo duro dell’elettorato lulista non regge più. Una forte disaffezione nei confronti del presidente viene registrata proprio nei settori tradizionalmente a lui più vicini: donne, neri, cattolici, classi popolari in genere.

In sintesi: il prestigio e il consenso verso Lula sono più forti fuori che dentro il Brasile. Non gli sarà facile restare al suo posto dopo il prossimo 25 ottobre. E se cadrà Lula, il disegno imperiale di Trump avrà fatto un grosso passo in avanti. Con riflessi anche sul voto del midterm negli USA.

 

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