Riceviamo da Mediterraneum Foundation e volentieri pubblichiamo.
C’è una settimana, in questo settembre romano, in cui la pace smette di essere un’aspirazione recitata nei convegni e torna a essere quello che è sempre stata: un lavoro. Un lavoro fatto di passi, di scuole, di accordi firmati e di responsabilità assunte. Dal 21 al 24 settembre l’Università per la Pace delle Nazioni Unite, UPEACE, istituita con risoluzione dell’Assemblea Generale nel 1980, porta a Roma tre iniziative che, pur diversissime per linguaggio e per pubblico, raccontano una sola idea: che la pace si costruisce con l’educazione, con il diritto e, oggi, anche con la tecnologia.
Il primo appuntamento è il più antico. Il 21 settembre, Giornata internazionale della Pace proclamata dalle Nazioni Unite, si cammina. La marcia non produce documenti finali né comunicati congiunti: produce presenza. In un tempo in cui i conflitti si sono moltiplicati e la parola “pace” viene contesa da tutti e praticata da pochi, mettere il corpo in strada resta il gesto politico più elementare e più difficile da fraintendere.
Lo stesso giorno, e poi per l’intera giornata del 22, il registro cambia radicalmente. Alla Pontificia Università Lateranense si apre AI4Peace, la conferenza mondiale promossa da UPEACE sull’intelligenza artificiale al servizio della pace e della tutela dei diritti umani. La scelta della sede non è un dettaglio logistico: portare questa discussione nell’università del Papa significa collocare la questione dove le appartiene, cioè sul terreno antropologico prima ancora che su quello normativo. Non “quanto è potente questa tecnologia”, ma “che cosa fa dell’essere umano”.
Il tema arriva del resto in un momento in cui l’Italia si è dotata, prima in Europa, di una propria legge nazionale in materia, e in cui il quadro europeo entra progressivamente in applicazione. Ma il perimetro di AI4Peace è più largo di quello regolatorio. Sistemi d’arma autonomi, disinformazione sintetica, sorveglianza predittiva, divari di accesso tra il Nord e il Sud del mondo: sono tutte questioni in cui l’intelligenza artificiale può indifferentemente disinnescare o accendere un conflitto, e in cui l’assenza di governance non è neutralità, è delega. La conferenza riunisce per due giorni istituzioni accademiche, organismi internazionali, mondo della ricerca e rappresentanti della Santa Sede per provare a costruire un lessico comune, che è, sempre, il primo atto di qualunque processo di pace.
Il 24 settembre il discorso torna a terra, e va dove deve andare: a scuola. Alla Link Campus University, insieme alla Associazione ASNOR, viene presentato il progetto UPEACE ONU Generation, nato dal lavoro congiunto di IAPPEL, UPEACE e Mediterraneum Foundation.
È un programma di educazione alla cittadinanza globale costruito sull’Agenda 2030 e sui diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, pensato per accompagnare studenti e docenti lungo tutti i livelli del percorso scolastico, dalla primaria all’università, con un impianto che dialoga con l’Educazione civica e con i percorsi di orientamento e formazione dei docenti.
Qui sta il punto che merita di essere detto con chiarezza. Un programma educativo di questa ampiezza non si regge sul prestigio del marchio internazionale che lo firma: si regge sulla catena di competenze che lo rende praticabile. UPEACE ne garantisce l’impianto scientifico e il mandato multilaterale; IAPPEL vi porta l’esperienza maturata nella formazione su etica, leadership e pubblica amministrazione, e il lavoro di progettazione che ha dato forma al percorso; ASNOR mette a disposizione la rete dell’orientamento e della formazione dei docenti, cioè il canale attraverso cui un contenuto arriva davvero in classe; la Mediterraneum Foundation apporta la dimensione euromediterranea e il radicamento territoriale senza cui un programma nazionale resta un documento.
Ed è proprio questa asimmetria di ruoli a rendere sensati gli accordi sottoscritti tra i partner. Il Mediterraneo, in un progetto di educazione alla cittadinanza globale, non è uno sfondo retorico: è il luogo in cui migrazioni, crisi climatiche, conflitti aperti e opportunità di cooperazione si presentano tutti insieme, e in cui il dialogo interculturale e interreligioso è presupposto metodologico e non modulo accessorio. Portare quella prospettiva, e le relazioni tra le due sponde che ne discendono, dentro un curricolo costruito sull’Agenda 2030 significa impedire che i diciassette Obiettivi restino un elenco da memorizzare. Quel che gli accordi formalizzano, in definitiva, non è un patrocinio né un’adesione simbolica: è corresponsabilità, cioè l’impegno di ciascuno dei firmatari a far vivere il progetto oltre la giornata di presentazione.
Quattro giorni, tre linguaggi diversi, la strada, la ricerca, la scuola, e un’unica architettura. Perché la pace, per essere qualcosa di più di un auspicio del 21 settembre, ha bisogno di tutte e tre insieme: di chi cammina, di chi studia le regole della tecnologia che verrà, e di chi ha la pazienza di spiegare a un ragazzo di quattordici anni perché quelle regole lo riguardano.
Il resto sono buone intenzioni. E di quelle, come sappiamo, il mondo è già ampiamente lastricato.
