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Sul deposito di gas (liquefatto) al porto di Napoli

by Flavio Cioffi

 

Quella del (mancato) deposito di gas liquefatto alla Darsena Petroli del porto di Napoli è una vicenda emblematica. La scelta di abbandonare l’iniziativa, che sembrava in dirittura d’arrivo, ripropone infatti alcuni interrogativi di fondo in merito alla gestione concreta della politica del territorio e, in tempi di crisi energetica, assume nuovo rilievo.

La vicenda, in estrema sintesi, è questa. Il piano energetico nazionale prevede la realizzazione di otto depositi costieri di stoccaggio nei principali porti italiani, di cui uno a Napoli. Per poterlo effettivamente realizzare, viene scelta la Darsena Petroli a San Giovanni dove già arrivano ogni anno 4 milioni di tonnellate di petrolio e uno di gas. L’allora sindaco De Magistris pareva d’accordo, gli investitori ci sono, la conferenza dei servizi preliminare dà l’ok. Poi però il territorio si fa sentire: associazioni e Municipalità dicono no, il sindaco cambia idea, la Regione è contraria. A questo punto l’Autorità portuale blocca il progetto. Il deposito non si farà.

Una decisione che è stata recentemente oggetto di un dibattito sulla stampa quotidiana, anche alla luce della necessità per l’Italia di dotarsi di siti per lo stoccaggio del gas liquefatto che gli USA ci hanno messo a disposizione. Dapprima Pietro Spirito, l’ex presidente dell’Autorità che aveva portato avanti l’iniziativa. Poi Andrea Annunziata, l’attuale presidente che l’ha bloccata. Quindi Maurizio Manfellotto, presidente dell’Unione industriali di Napoli.

Per Spirito si è trattato di un’occasione mancata per lo sviluppo della nostra portualità. Sarebbe stato un errore accogliere pedissequamente le indicazioni degli Enti locali.

Al contrario, secondo Annunziata, l’unica strada sarebbe proprio quella del confronto. Se le associazioni territoriali, la Municipalità di San Giovanni e la Regione Campania dicono no, come non tenerne conto?

Solo pretesti, controbatte Manfellotto. Non bisogna continuare a seguire i tanti Comitati del no, ma far emergere una consapevolezza industriale dello sviluppo ambientalmente compatibile.

Sembra trattarsi della quadratura del cerchio. Ha ragione Spirito, quando auspica l’indipendenza delle Amministrazioni competenti. Ma ha ragione anche Annunziata, quando pone al centro il confronto con il territorio. E pure Manfellotto, quando si oppone ai condizionamenti di matrice NIMBY (not in my back yard). Forse il problema sta nella parzialità degli angoli visuali. Serve una visione d’insieme: quella che dovrebbe avere la politica, quella che manca da decenni nel nostro Paese.

Ma ora che c’è il problema di creare un’alternativa al gas russo, non potrebbe essere utile riconsiderare l’iniziativa?

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