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Sulla disforia di genere

by Vincenzo De Leo
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L’Autore è psichiatra psicoanalista.

L’articolo di Luigi Gravagnuolo – https://www.genteeterritorio.it/occidente-santiddio-fermati/ – si presta a non poche riflessioni e a qualche chiarimento sul percorso che la problematica transgender ha attraversato fino a giungere alla situazione attuale che, almeno per quel che riguarda i soggetti in età prepubere, suscita non poche perplessità nell’Autore. Della tematica si sono ovviamente a lungo interessati sia psicoanalisti che psichiatri faticando tuttavia non poco a stare dietro a mutamenti culturali e di costume per i quali sembrava che mancassero agli specialisti della mente solidi riferimenti all’interno del loro bagaglio teorico. Si deve certamente a anche a questo il ritardo con cui i manuali diagnostici e statistici per la classificazione dei disturbi mentali sono arrivati ad abbandonare l’idea che la “disforia di genere” fosse espressione di una identità disturbata considerandola più correttamente espressione di un “disagio che deriva dall’incongruenza tra genere esperito e dato biologico”. Quindi è solo nel 2013 per il DSM – 5 e nel 2018 per l’ICD – 11 che la “disforia di genere” non viene più collocata all’interno delle parafilie e dei disturbi sessuali e comunque dei disturbi mentali. Un ritardo analogo si è verificato nell’adeguare la teoria psicoanalitica di fronte all’emergere nella società di una problematica certamente antica come l’uomo ma impostasi solo in tempi più recenti ad un’attenzione specialistica. Il riferimento al complesso edipico, categoria ormai abbandonata da gran parte del mondo psicoanalitico in quanto priva di qualsiasi fondamento empirico (Wakefield), ha avuto certamente un ruolo in questo ritardo così come una rigida e fin troppo semplice caratterizzazione della sessualità. Il termine “bisessualità” mortifica e finisce per disconoscere le multipotenzialità presenti nella sessualità.

Ma veniamo dunque al punto posto da Gravagnuolo. Benché le legislazioni dei paesi che consentono la transizione siano diverse – come pure i pareri degli esperti – potendo essere presente o meno l’obbligo di una certificazione specialistica che la autorizzi, nessuno dubita della necessità per la persona che intende compierla di avvalersi di uno specialista che “l’accompagni” in questo percorso. Mentre per quello che riguarda i bambini è stato giustamente posta la questione dell’uso dei bloccanti ormonali.

Su questo punto la società psicoanalitica italiana ha emesso un comunicato con cui nega ogni possibilità di utilizzo di questa pratica per i soggetti in età prepuberale. Mi sembra che il punto centrale delle argomentazioni della SPI sia questo: “La diagnosi di ‘disforia di genere’ in età prepuberale è basata sulle affermazioni dei soggetti interessati e non può essere oggetto di un’attenta valutazione finché lo sviluppo dell’identità sessuale è ancora in corso”.

Al di là comunque delle considerazioni teoriche, il rilievo empirico dell’alto numero di soggetti che intraprendono la transizione inversa sembra consigliare prudenza e avvalora la dichiarazione della SPI anche se non mancano posizioni più possibiliste. E’ il caso ad esempio della psicoanalista transgender Avgi Saketopoulou che ammette in alcuni casi la possibilità dell’uso di ormoni per bloccare lo sviluppo puberale consigliando un attento ascolto del bambino e un costante sostegno al processo di transizione.

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