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TRICK or TREAT

by Piera De Prosperis

L’immagine più pregnante che ho di Halloween 2018 è quella di un gruppo di anziani che nella vasca ad acqua bassa nella piscina di riabilitazione fanno i loro esercizi con un cappello da strega in testa, mentre l’istruttrice fotografa per mettere tutto in rete. Ballonzolano a suon di musica, muovendo ritmicamente le mani, sorridendo all’obiettivo.

Uno spettacolo agghiacciante soprattutto per la faccia contenta di questi vecchietti, chi con l’ernia del disco, chi con problemi di deambulazione, chi con ben altre patologie, insomma gente che di allegria ne dovrebbe avere ben poca. Ma è Halloween signori!

Nessuno può scappare all’orgia di trick or treat, che letteralmente vuol dire sacrificio o maledizione, ben più macabro del dolcetto o scherzetto, formula recitata da deliziosi bambini travestiti a cui signore affettuose regalano dolciumi, ma, nella tradizione celtica, usata per allontanare sfortuna e malattie che l’anima dannata di Jack potrebbe arrecare se maltrattata dagli abitanti della casa.

Non intendo somministrarvi una dotta disquisizione sulle origini della festa (so di essere pesante), tuttavia voglio fare un accenno al fatto che si tratti di una leggenda che si perde nella notte dei tempi della tradizione celtica che tanto folklore ha dato al mondo occidentale.

Popoli indoeuropei che si estendevano dal IV al III sec. a.C. in gran parte del nord Europa, compreso parte della Lombardia e del Piemonte, i Celti svolgevano il ruolo di intermediari commerciali tra gli Etruschi e le popolazioni transalpine. I Romani, ovviamente, come era nel loro stile, li sottomisero e lentamente li assimilarono. Tuttavia, questa cultura nebbiosa e tenebrosa continuò ad esistere nel più lontano nord del nostro continente soprattutto in Irlanda da cui approdò negli Stati Uniti a seguito dei fortissimi flussi migratori che, nel XIX sec., videro tanti irlandesi trasferirsi nel Nuovo Mondo.

A noi, quindi, la festa arriva di ritorno dagli Usa, spogliata di tutte le connotazioni culturali di partenza: essa segnava, per gli antichi popoli celtici, la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, il momento in cui si stipavano gli ultimi raccolti prima di chiudersi nelle proprie case, in attesa del Generale Inverno. Risultava essere, quindi, un momento di passaggio in cui una sottile linea di demarcazione divideva il tempo produttivo da quello del riposo, un non luogo cui era consentito alle anime dei defunti il ritorno, seppure per una notte, nel mondo dei vivi.

Anche per noi, in un recente passato, la sacralità della commemorazione dei defunti prevedeva momenti di svago e di allegra commistione con le anime cui si andava a fare compagnia per l’intera giornata del 1 e del 2 novembre. Mia madre raccontava che la mattina presto si prendeva la carrozzella per raggiungere il Cimitero monumentale di Napoli e lì, oltre che portare i fiori, si faceva merenda fuori porta, tutti insieme, tutta la famiglia viva e defunta, unita nel racconto sulle tombe di quello che era la difficile quotidianità cui solo le anime dei nostri morti poteva portare aiuto o consiglio. Del resto, specie nel Meridione il convivere con i defunti, parlare con loro, sentirli vicini come genius loci non è cosa nuova. I Santi e/o i Morti portavano a noi bambini mille lire in regalo e per noi era una tradizione neanche tanto sorprendente

L’attuale festa di aulin, come si dice a Napoli, con tutto il bagaglio di battute che ne derivano, si innesta, quindi, in un terreno fertile per cui niente di nuovo sotto il sole.

Ben vengano le feste dei giovani, dei bambini travestiti ma per lo meno noi adulti, se non addirittura anziani, teniamoci fuori. Siamo la memoria storica del nostro tempo così smemorato e veloce, facciamo da argine alla mercificazione di qualunque cosa, adelante, adelante Pedro, cum iudicio.

di Piera De Prosperis

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