Era diffidente Ginzburg quel giorno di metà anni ‘90, quando andai a intervistarlo da Giolitti a Roma in una gelateria famosa dietro Montecitorio. Aveva 87 oggi e se ne è andato poco fa. Era nato a Torino il 15 aprile 1939. Non amava né interviste, né media, né giornalisti. Lo capii a volo in quel bar, con annesso salottino, perché prima di cominciare mi sottopose a un esamino. Lo accontentai, del resto c’eravamo dentro fino al collo in quel mestiere, benché quasi per caso. Sciorinammo un po’ di cose lette e prima di parlare di “storia notturna”, la sua specialità, su streghe e roghi e riti cominciò una strana conversazione filosofica sul post modern e la verità del sapere storico, come lui la vedeva. A metà tra documenti e interpretazione. Ce l’aveva con la post-storia, Rorty, la post- verità, Foucault, che furoreggiavano nelle università USA. Aveva insegnato a Princeton. E ci teneva a dire che a lui stava a cuore la verità rimossa dal potere, non la verità come gioco o lotta culturale contro il potere.
E poi si parlò del Menocchio, il mugnaio arso vivo perché andava dicendo che il mondo era un immenso formaggio con buchi fermentato da vermi, in stramba profezia del sistema eliocentrico molto prima di Galilei. Il tema del suo famoso “Il formaggio e i vermi”, Einaudi, 1976.
Venne fuori una bella chiacchierata che impaginammo su l’Unità con stampe di roghi e processioni. Avevo intervistato la “micro storia” e il “paradigma indiziario” in persona, e compresi meglio dalla sua viva voce che la storia è fatta di fantasmi e figure dell’inconscio collettivo, che trasmigrano tra le generazioni in cristalli di lunga durata, e in sincretismi di massa. Quelli studiati da Ernesto De Martino nel folklore delle campagne meridionali.
In una dialettica continua tra ceti subalterni ribelli e ceti e tradizioni alte. Persuaso come era che il vero motore degli eventi, fosse l’immaginazione che rielabora traumi e fratture, in una sorta di spettacolo cruento che lascia tracce indelebili o evanescenti da riesumare. All’occhio di uno storico investigatore di dettagli sepolti. Una visione molto legata alle Annales e a Marc Bloch; al corpo dei Re Taumaturghi, che diventano matrice del corpo moderno dello Stato. Insomma, era lo studio della “lunga durata”, dell’eredità invisibile dell’inconscio di massa, e della ritualità collettiva celata in ciò che appare all’ inizio razionale o naturale. E invece naturale non è.
Quella di Ginzburg, infatti, fu Storia psicologica e sciamanica dei mitologemi, che fanno corto circuito con le grandi scoperte e i terremoti demografici, le carestie, le epidemie, le conquiste e le colonizzazioni dei ceti sottomessi. Un pensiero storiografico di sinistra, in bilico tra psiche ed economia. Come con i briganti di Eric Hobsbawm, frutto anarchico della civiltà contadina ribelle alla civiltà liberale. Le cui tracce simboliche stanno anche nelle mafie moderne. O come in George Mosse, che spiegava il nazismo con la religione vittimaria e secolare della morte e dei massacri della guerra mondiale.
Visione antropologica profonda. Dalla grande impronta libertaria, e in questo vicina per paradosso alla Storia della follia di Foucault e alle contro storie, che lui pure criticava. E anche intimamente avvinta al peculiare lessico familiare narrativo dello storico, figlio di Natalia e dell’eroico Leone Ginzburg. Su Israele, da ebreo laico, disse nei 2025: “sono un ebreo diasporico e rispetto a Gaza sono schiacciato dal vincolo della vergogna per quel che fa lì Israele”.
