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Voyageur, arte pubblica a Napoli

Intervista all’artista Ibrahim Mahama

by Caroline Abeille
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Foto by Ufficio Stampa Comune di Napoli

 

Tre imbarcazioni in legno, alte tra i 5 e gli 8 metri, emergono dalla pavimentazione in pietra di Piazza Municipio come relitti o promesse sospese nel tempo. Si intitola Voyageur ed è la nuova installazione di arte pubblica firmata dall’artista ghanese Ibrahim Mahama, tra le voci più autorevoli e quotate della scena contemporanea internazionale, presentata nell’ambito del programma Napoli Contemporanea 2026 a cura di Vincenzo Trione.

Realizzate secondo le tecniche tradizionali dell’Africa occidentale, le tre sculture volgono lo sguardo verso il porto e il Maschio Angioino, creando un ponte visivo e concettuale tra il Mediterraneo e le rotte transatlantiche.

Un presidio di accoglienza nel cuore di Napoli. In una città intrisa di storia marittima e archeologia, l’intervento di Mahama assume una forte valenza politica e sociale. In un momento in cui la città si appresta ad accogliere anche le pre-regate dell’America’s Cup, le barche di Mahama ricordano alla comunità il ruolo di Napoli come baricentro di pace e accoglienza.

Abbiamo incontrato Ibrahim Mahama ai piedi della sua installazione in Piazza Municipio. Ecco cosa ci ha raccontato sul significato profondo di Voyageur, sul valore politico dell’arte e sulla capacità delle sculture di congelare il tempo per spingerci alla riflessione.

Le tre sculture che compongono “Voyageur” si impongono con forza nel cuore politico e marittimo della città. Qual è il significato profondo che intende veicolare attraverso quest’opera?

L’opera ci invita a riflettere sulle condizioni del Mediterraneo, ma anche sulle persone che normalmente rischiano la vita attraversando questo mare. È una barca vuota, ma oggi siamo diventati così insensibili all’idea delle barche che affondano nel Mediterraneo, così come nella storia transatlantica. Gli schiavi venivano trasportati proprio su imbarcazioni come queste. E non si riflette mai abbastanza sulla questione della ricchezza in relazione all’Europa e ai luoghi da cui queste persone provengono.

Quando arrivano, arrivano con sogni e aspirazioni; ma al tempo stesso, la maggior parte dei beni che consumiamo in Europa – il caffè, il cacao, i minerali usati per fabbricare i cellulari e tutto il resto – proviene principalmente dal Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, le merci sono le benvenute, ma le persone no. E queste ultime, a causa delle logiche e delle strutture capitalistiche che impediscono loro di accedere alle risorse della propria terra, diventano disperate e tentano di raggiungere l’Europa.

In un momento storico caratterizzato da forti tensioni, chiusure e recrudescenze razziste, ritiene che la pratica artistica possa svolgere un ruolo attivo nell’accrescere l’empatia collettiva nei confronti delle persone migranti?

Non credo. Ma penso che su una cosa si debba essere d’accordo: l’arte ci permette di riflettere su cose per cui, normalmente, non avremmo tempo. L’arte congela il tempo. Qui le barche sono congelate: puoi vederle, camminarci intorno, parlarne; le persone possono persino sedersi in piazza e fare una conversazione. Quando le barche sono in mare aperto, tutto questo non è possibile. L’arte ti costringe a pensarci.

Con la sua presenza silenziosa e potente, Voyageur rimarrà a vigilare su Piazza Municipio fino a metà novembre, ricordando a cittadini e turisti che ogni approdo è anche una storia di memoria, lavoro e dignità umana.

 

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