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Vuoi vedere che il MOSE funziona?

by Giulio Espero

Doveva essere uno spettacolo ieri vedere le facce dei turisti a Piazza San Marco a Venezia. Bardati di giubbini antipioggia e stivali in gomma appena comprati per far fronte alla più classica previsione di acqua alta, si aspettavano di visitare la piazza passeggiando in bilico sulle orribili passerelle di legno che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo lagunare.

E invece no! Tranne qualche sparuta pozzanghera, ieri la piazza era il solito spettacolo che ci invidia tutto il mondo, giusto per usare un’espressione trita e logora.

Ma andiamo con ordine e assaporiamo una notizia che è passata un po’ sottotono, sommersa dai numeri crescenti dei contagi da Coronavirus di questa seconda ondata autunnale di pandemia.

Ieri, dicevamo, dopo gli esiti incoraggianti delle prove di collaudo svoltesi nei mesi di luglio e agosto, sono state azionate per la prima volta, in fase di acqua alta crescente, le 78 paratoie mobili che compongono il sistema Mose a protezione della laguna di Venezia.

Il maltempo che sta flagellando il nord Italia e un forte vento di scirocco, non lasciavano dubbi: si prevedeva un innalzamento del livello del mare di circa 137 centimetri e la conseguente ennesima inondazione della piazza più famosa del mondo e soprattutto l’allagamento del nartece della basilica di San Marco logorandone ogni volta un po’ di più il complesso di fondazioni.

Decisione rapida e coraggiosa: si prova sul campo il sistema MOSE!

L’operazione era stata annunciata nella tarda serata di ieri l’altro con l’emissione dell’Ordinanza della Capitaneria di porto, che ha avviato l’interdizione alla navigazione e all’ingresso delle barche. Nei pressi delle Bocche di Lido, Malamocco e Chioggia potevano transitare infatti solo imbarcazioni delle forze di polizia, della Guardia Costiera, del soccorso e delle società connesse al Consorzio Venezia Nuova (e questa sarà una questione seria da affrontare, come abbiamo già raccontato in un nostro precedente articolo sul tema).

L’inizio delle operazioni – secondo quanto riferito dal Consorzio Venezia Nuova e dal Comune – è avvenuto alle ore 8.35 e si è completato alle 9.52. Le 78 paratoie mobili si sono sollevate in un’ora e 17 minuti, separando così dal mare le tre bocche di porto della laguna (Lido nord e Lido sud complessivamente 41 paratoie, Chioggia 18 ed infine la bocca di Malamocco 19). Gli enormi cassoni giallo fluoro (a proposito chi ha scelto il colore? Speriamo ci ripensi) sono emersi dal mare con inesorabile progressione ed hanno bloccato l’incedere della marea.

Non filtra acqua “, ha dichiarato la Provveditrice alle Opere Pubbliche Cinzia Zincone. Poi nel corso della mattinata ha fornito qualche dato sulle misurazioni esatte registrate dalle apparecchiature. “In mare siamo arrivati a 129 centimetri e in città a 73. Il test è andato bene, stiamo raccogliendo tutti i dati, maggiori rispetto al previsto, per la messa a punto del sistema”.

Cauta soddisfazione espressa anche dal primo Procuratore di San Marco a Venezia, Carlo Alberto Tesserin. “La Basilica è asciutta. È la prima volta ed è un dato importantissimo. Abbiamo azionato le pompe per evitare le infiltrazioni che arrivano da sotto nel nartece e hanno funzionato in sicurezza. A 90 centimetri di marea avremmo dovuto affrontare l’acqua che arriva dalla piazza, ma non è arrivata perché esclusa dal Mose”.

Il Comune nella serata di ieri ha informato la stampa della telefonata al sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha espresso apprezzamento per l’esito del test.

Test funzionali, appunto, come ha tenuto a precisare la Provveditrice Zincone, che ha sottolineato lo scopo primario di verifica e accertamento per l’acquisizione dei dati che servono per la messa a punto del sistema.

L’ingegnere Alberto Scotti, direttore del progetto Mose dal 1987 al 2009, per molti il padre tecnico dell’opera, ha assistito a Venezia al sollevamento delle paratoie e, forse un po’ troppo preso dall’emozione e dall’orgoglio, ha dichiarato: “..è’ il trionfo del genio e del coraggio italiano… nel mondo nessuno è in grado di fare una cosa del genere e ora la studiano per replicarla…”

Sarà, ma per arrivare a questo primo risultato tangibile, seppur provvisorio e parziale, Venezia ha dovuto aspettare circa quarant’anni. I primi progetti furono presentati negli anni ‘80, il via libera fu dato nel 2001 e i cantieri aperti nel 2003. Inchieste varie, indecisioni e rallentamenti politici, oggettive complessità tecniche e, soprattutto, uno sesquipedale aumento dei costi (sei miliardi di euro pare sarà il conto finale) hanno caratterizzato la lunga storia del Mose.

Non a caso Alessandro Santi, coordinatore della Port Community di Venezia, ha dichiarato che “bravi tecnici, e in Italia non mancano, possono risolvere e ovviare ai danni che una politica incapace di ascoltare e decidere, talora anche corrotta, ha prodotto e non deve più continuare a produrre”.

Genio italico, certo. Ma anche una endemica cialtroneria, che fa ancora più rabbia quando parliamo di salvaguardia, fisica e culturale, del nostro petrolio: le città d’arte.

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