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Umberto Nobile da Lauro al Polo Nord

caparbietà, tenacia, estro e avventura: un genio dei suoi tempi

by Domenico Santaniello
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Correva l’anno 1885, il 21 di gennaio, quando Maria La Torraca e Vincenzo Nobile videro nascere a Lauro in quel piccolo borgo di terra Irpina, ai piedi di un vecchio maniero, il figlio Umberto. Dopo gli studi classici si laurea in Ingegneria Meccanica ed è nominato Ufficiale della Regia Aeronautica. La sua grande passione erano le costruzioni aeronautiche: nel 1916 progetta un dirigibile per l’esplorazione del mare, denominato O e nel 1918 il primo paracadute italiano. Successivamente, insieme all’ingegner Gianni Caproni, realizza la costruzione del primo aeroplano metallico italiano. Al rientro da un viaggio in America sempre per la costruzione di aeronavi militari, progetta e realizza il dirigibile N1, impegnato in una prima trasvolata del Polo Nord e viene premiato con il grado di Tenente Colonnello del Genio Aeronautico. Nel 1926, spinto ed incitato dal norvegese Roald Amudsen e da un finanziatore americano, progetta e dirige la prima trasvolata sul Polo Nord con il Dirigibile NORGE e nella notte tra l’11 e il 12 maggio del 1926, dopo lo scalo alla Baia del Re (Isole Svalbard), sorvola il Polo Nord. Atterra due giorni dopo, senza scalo, compiendo una traversata di oltre 5300 km, a Telier in Alaska. All’indomani del rientro in Italia viene ricevuto da Mussolini, nella sede della Federazione Romana di Palazzo Vidoni il duce lo salutò dicendo una frase poi diventata famosa: “Si ricordi, non bisogna andare mai due volte contro lo stesso destino”. Niente da fare: nel mentre veniva nominato Generale dell’Aeronautica per le Costruzioni Aeronautiche, materia che insegnava anche all’Università di Napoli, la sua grande passione e la sua dedizione lo spingevano a ritentare il viaggio polare.

Ritornare al Polo Nord con una navicella ideata, progettata, costruita, guidata da lui stesso. Infatti nel 1928 ritenta l’impresa con il Dirigibile ITALIA e raggiunge per la seconda volta il Polo Nord. II 24 maggio 1928 Nobile scrive sul suo brogliaccio di bordo: “Al Polo alle 1,20 mi sporsi fuori dalla cabina e lasciai scendere la Bandiera d’ltalia, seguì poi il Gonfalone della Città di Milano e la Croce affidatagli dal Papa”. Un gesto semplice e solenne, molto significativo, che tutto l’equipaggio si accinse a compiere in religioso silenzio come simbolo di una vittoria fortemente voluta da una “volontà ardente”. Gesti significativi ma che riempivano di orgoglio tutto l’equipaggio. Tanto che per festeggiare tirarono fuori una piccola bottiglia di un liquore casalingo, un sorso per ciascuno, per festeggiare il passaggio sul Polo; seguirono i telegrammi al Papa, al Re, a Mussolini per far sì che sull’Artico sventolasse orgogliosamente la bandiera italiana.

Ma durante il viaggio di ritorno il dirigibile precipita e la spedizione si trasforma in tragedia. La via del ritorno verso la Baia del Re è funestata da burrasche di vento, si lotta contro una terribile tempesta. Il dirigibile ITALIA cade, riprende, ma poi si perde nella tormenta e porta con sé alcuni uomini dell’equipaggio. Nobile ed altri caduti sul ghiaccio tentano una dura sopravvivenza in quella che diventerà poi la mitica “Tenda Rossa”. Passano circa 30 giorni e il 12 luglio quel che resta dell’equipaggio della trasvolata polare viene raggiunto e portato in salvo dal rompighiaccio russo Krassin, giunto in zona dopo una difficile navigazione a causa anche di un’elica in avaria e del notevole spessore dei ghiacci, fatto insolito per l’avanzata stagione estiva. All’indomani di questo epilogo l’ltalia si divide. La vicenda ebbe strascichi amari e penosi risvolti. Venne ufficialmente nominata una Commissione d’Inchiesta per i naufraghi del Dirigibile Italia. Processato e assolto, Nobile si dimette dall’Aeronautica, sostenendo una tesi chiara: “Dopo aver fatto a gara per salvarci, aveva poi tentato, quasi con la stessa passione di demolire con le calunnie più ignobili un’impresa di scienze e di ardimenti, bella e nobile, anche se sfortunata”. Nessuno volle dare un chiave di lettura alla vicenda vissuta sui ghiacci del Polo Nord da Nobile e dai suoi compagni. Passò inosservata l’eccezionale determinazione e la straordinaria capacità di adattamento con cui i naufraghi diedero vita ad una reale esercitazione di sopravvivenza, impensabile per le modeste tecnologie dell’epоса.

Ormai si sentiva straniero in Italia. Nel 1931 si trasferisce in Unione Sovietica dove resta per alcuni anni e organizza costruzioni di aeronavi e partecipa a spedizioni scientifiche (la sua grande passione).

Successivamente si trasferisce in America per far rientro in Italia nel 1945 quando il suo caso viene riaperto e una commissione riammette Nobile nei quadri dell’Aeronautica, riprendendo anche la sua attività di docente universitario.

La sua impresa solo in seguito fu definita la più grande, la più bella, la più ardita impresa polare di tutti i secoli, l’ultima spedizione “romantica”, la prima spedizione scientifica verso l’Artide…

Un’impresa dal carattere scientifico, infatti a bordo dell’ITALIA vi erano tre scienziati con, in evidenza, il cosmopolitismo di Umberto Nobile, la sua dimestichezza a lavorare e trattare con uomini di altri paesi, in anni di esasperati nazionalismi e soprattutto il fermo convincimento di una scienza senza confini, non asservita ad ideologie, non frazionabile ma patrimonio collettivo dell’umanità.

C’era da quella vicenda da trarre una notevole quantità di utili insegnamenti, sufficienti, tra l’altro, a dar vita ad un vero e proprio manuale di sopravvivenza. Come quei manuali che nel dopoguerra ci giunsero assieme al chewingum e alla Coca-Cola dagli Stati Uniti che, già dagli anni ’40, lo avevano in uso per le loro Forze Armate.

Ma, come tutti sanno, nessuno è profeta in patria. Si volle perdere Nobile e anche il Dirigibile, perdemmo l’occasione d’essere presenti, in posizioni di prestigio in più campi della ricerca scientifica di quei tempi, campi che certamente avrebbero tanto insegnato alle future generazioni che ancora oggi studiano e ricordano, nelle scuole e negli atenei italiani, le imprese polari del Generale Umberto Nobile nato a Lauro (AV) e morto a Roma nel 1978.

Scrive Benedetto Croce: “Seguendo il drammatico racconto che non può non prendere il cuore non solo di ogni italiano ma di ogni uomo….”

 

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