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Dalla Milano dell’aperitivo a quella della camomilla

Via Melzo chiude a mezzanotte

by Luca Rampazzo
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Foto by Milano Post

 

Carosello e poi tutti a letto. La città che non dormiva mai degli anni ‘80 ha un grosso problema: il TAR ha fatto garbatamente, ma con fermezza, notare che non è possibile imporre rumori molesti ai residenti che invece vorrebbero, effettivamente, riposare. Queste sentenze si stanno moltiplicando a ogni latitudine, anche a Napoli, che anzi insieme a Brescia ne è stata una capofila. Milano non è necessariamente e sempre speciale, ma qui anche le piccole cose scatenano grosse conseguenze, perché Milano, piaccia o meno, di sicuro non è una città normale. Raccontiamo un attimo i fatti. Il quartiere Lazzaretto, in particolare via Melzo, è il cuore della movida permanente, sette su sette, alimentata dagli studenti della vicina Statale. Non ci sono spettacoli di strada, concerti improvvisati o chissà che altro. Ci sono solo tanti giovani che si divertono in poco spazio.

Questo genera decibel costantemente sopra i 70, fino a tarda notte. Il quartiere non era nato così, non era nemmeno così fino a qualche anno fa. È il classico frutto di una serie di licenze concesse nella segreta speranza di delocalizzare un fenomeno che nella vicina Porta Venezia stava perdendo la possibilità di essere gestito. I residenti, però, legittimamente non hanno gradito. E hanno adito le vie legali. Vincendo in primo grado, con una provvisionale da un quarto di milione e una pena giornaliera a partire dal 12 giugno. Dopodomani, in sostanza. Il Comune ha imposto, quindi, in un provvedimento provvisorio in attesa delle osservazioni della cittadinanza, a partire da quella data, il divieto di vendita di alcol per asporto dalle 22 e la chiusura dalle 24. Questo provvedimento rischia di essere il più dirompente dell’ultimo anno di sindacatura Sala. Ma perché?

Perché il 60% della popolazione a Milano risiede qui da meno di dieci. E, sebbene nessun dato lo dica, vi assicuro che per la maggior parte tra dieci anni non ci risiederà più. Io sono tra questi, en passant. Siamo venuti qui perché Milano non è la vita vera. Milano è il lavoro internazionale, sono i contatti importanti, gli affari. E per chi non è un ultrasessantenne dentro, come me dall’età dei 16 anni, è divertimento. Che finirà prima o poi. Ma a quel punto, con il bagaglio di curricula, relazioni e storie con cui ammorbare amici e parenti, torneremo al paese. Questa dinamica implica che un Sindaco che chiude i locali è infinitamente peggio di uno che non si cura della sicurezza (il giovane sente molto meno questo problema), non ti fa muovere in macchina (poche nascite e poca esigenza di automobile per spostare la famiglia) o non taglia l’erba.

Di fatto, il PD continua a difendere l’idea che il diritto al divertimento vada contemperato (assieme a quello di impresa) con quello alla salute. I giudici dissentono. Di questo dissenso si deve prendere atto e poi dare ragione alle toghe. Anche perché il bilancio comunale non si può permettere battaglie ideologiche in tema. Si domanda, però, il Presidente della Commissione Sicurezza in Comune come si possa far rispettare queste norme. Una persona ingenua potrebbe rispondere: “Con la Polizia Locale”. Noi non siamo ingenui e riconosciamo il sottinteso. Ovvero che non è il come, il problema. È il chi, politicamente, si caricherà il peso di far rispettare una norma che colpisce il 60% (mal contato) della popolazione.

Che di quelle sere fuori, con drink a costo di rapina inclusi, ha disperato bisogno per sopportare una vita fatta di giornate lavorative da dodici ore e appartamenti modello scatola di sardine. O coabitazioni a 30 anni che sarebbero state imbarazzanti pure a 18. Non è panem et circenses: è proprio legittima difesa dal logorio della vita milanese. Spegnere la musica al Lazzaretto potrebbe portare a più rivolte della contestata pista ciclabile della vicina Corso Buenos Aires.

Inoltre, cosa vieta a tutte le altre zone calde di ricorrere per i medesimi motivi? Nulla. A quel punto la città dovrebbe tornare a casa, in ambienti soffocanti e scomodi, a riflettere su chi ce lo abbia fatto fare di venire qui. E questo no, politicamente, non se lo può permettere nessuno.

 

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