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“VITTORIO”, di Ennio e Furio Cascetta

l’uomo, il padre, il politico

by Stefano Sorvino
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È stato recentemente pubblicato “Vittorio, l’uomo, il padre, il politico” (Editoriale Scientifica, 2026), un libro scritto a quattro mani dai professori ingegneri Ennio e Furio Cascetta e meritoriamente dedicato alla memoria del padre Vittorio, esponente politico napoletano, che fu per un biennio Presidente della Regione Campania nella prima legislatura (1973/75), di cui essi tratteggiano con sobrietà e delicatezza il profilo politico ed intellettuale ma anche e soprattutto la dimensione privata e familiare.

L’agile pubblicazione è articolata in tre parti, di cui le prime due -focalizzate sui profili umani e paterni di Vittorio – sono firmate dai figli mentre la terza, incentrata sulla figura del “politico”, si sviluppa attraverso brevi saggi dello storico Francesco Barbagallo e del compianto giornalista Ermanno Corsi, oltre a riportare commentate le cosiddette “opzioni Cascetta” del 1974,che costituiscono uno storico documento programmatico della Campania a cui è rimasto indissolubilmente legato il suo nome.

I fratelli Cascetta partono da un sogno di Furio e da una ricerca nella cantina di casa di scatoloni contenenti memorie ed appunti, fotografie ingiallite, testimonianze documentali, agende, oggetti e diari, che arricchiscono e puntualizzano i loro ricordi personali e da cui ricostruiscono una gradevole trama narrativa, sostanziata dal riuscito intreccio di sfera privata e vita pubblica del papà, scomparso ormai da molti anni (1989). Probabilmente proprio il lungo tempo trascorso ha stimolato la sensibilità dei figli, come spesso avviene soprattutto nelle fasi di piena maturità, ad intraprendere un percorso a ritroso coltivando la legittima religione dei ricordi familiari e recuperando la memoria ormai sedimentata attraverso lo scritto.

In sintesi, Vittorio Cascetta (classe 1928) coniugato con tre figli, professore di Filosofia al Pontano e poi dirigente dell’Ufficio studi dell’Isveimer, è stato fin dagli anni giovanili un esponente di spicco e segretario cittadino della Democrazia Cristiana napoletana, poi Presidente del Comitato regionale per la programmazione economica della Campania. Con l’istituzione operativa delle Regioni, nel 1970 veniva eletto consigliere nella prima legislatura e (quarto) Presidente della Giunta regionale di centrosinistra, rimanendo in carica dal luglio 1973 all’estate 1975 e distinguendosi, per l’intensa produzione legislativa e, soprattutto, per una lucidissima impostazione programmatica che ha costituito una pietra miliare della storia recente della Campania. Tuttavia, al termine della legislatura veniva inopinatamente “silurato” dai vertici del suo stesso partito (Gava e Fanfani) e, non ricandidato come capolista, abbandonava dignitosamente la politica attiva, tornando ad esercitare le funzioni dirigenziali.

Ennio e Furio tratteggiano, con equilibrio descrittivo e ricchezza di aneddoti, squarci di biografia familiare, il matrimonio di Vittorio con la più giovane Violetta Leonardi, spunti di vita della borghesia vomerese di quegli anni, il ritratto dei parenti più vicini e dello zio sacerdote, la comune passione calcistica e sportiva, le vacanze estive consumate nel “buen retiro” di Sant’Agata, le abitudini e gli insegnamenti paterni, i problemi di salute, il contesto di sobrietà ma anche di impegno culturale e rigore professionale in cui si inquadra la vicenda della famiglia Cascetta.

Emerge a tutto tondo, da un insieme di spigolature che concorrono alla ricostruzione di un significativo affresco di vita, il profilo dignitoso ed ammirevole di papà Vittorio, formatosi nel sacrificio degli studi e nella serietà dell’impegno, galantuomo dal carattere asciutto ma mite e bonario, di solida cultura connotata da passione politica ma anche da un’impronta etica e valoriale, radicata in un robusto retroterra di preparazione.

Oltre alla tenerezza del focolare familiare, rappresentato senza retorica ma con prosa felice e scorrevole, risulta di stimolante interesse la composita ricostruzione dello scenario storico-politico di Napoli e della Campania dei primi decenni del dopoguerra, dalla intensa attività di ricostruzione dalla macerie al sacco speculativo del capoluogo, dalla lunga ed oscura stagione del “laurismo” alla progressiva affermazione dell’egemonia democristiana, in cui maturano le prime esperienze di pianificazione territoriale e gli illuminati  tentativi di programmazione coltivati dal nascente centrosinistra, in uno sforzo riformatore sia pure ancora incerto. Esso avrebbe dovuto concretamente realizzarsi con l’operatività del nuovo ordinamento regionale, aprendo alle Regioni del Mezzogiorno notevoli spazi di autonomia ed iniziativa, ma la travagliata fase costituente del nuovo istituto veniva minata dall’instabilità delle formule politiche e dalla breve durata delle Giunte per le pesanti dispute correntizie, soprattutto interne allo stesso partito di maggioranza, che finivano per prevalere rispetto alla costruzione di un percorso razionalmente mirato al riequilibrio ed all’armonico sviluppo territoriale.

Nella rivisitazione del contesto e della vicenda storico-politica, che fa nella rivisitazione da sfondo all’esperienza di Vittorio Cascetta, si intrecciano i due interessanti scritti del prof. Barbagallo, lucidissimo ma sintetico, e di Corsi, più lungo ed articolato, pubblicato postumo.

Il saggio di Ermanno Corsi ripercorre la tumultuosa evoluzione dagli intensi anni della ripresa post-bellica, con l’impulso degli aiuti statunitensi del piano Marshall, alla dinamica ma discutibile stagione del sindaco Achille Lauro, “comandante-padrone” con “le mani sulla città”, sino alla fase del suo progressivo declino ed allo scioglimento del Consiglio comunale, con la lunga e controversa gestione commissariale del Prefetto Correra. Subentra poi la incerta stagione dei sindaci democristiani, tra cui il giovane Nando Clemente, di tendenziale rinnovamento ma non senza ambiguità e contraddizioni, con sullo sfondo la sempre tribolata vicenda del Piano Regolatore e del governo dell’urbanistica cittadina, caratterizzata dall’edilizia disordinata e dalla congestione metropolitana, con l’esigenza del ripristino della legalità violata ma anche di nuove opere ed infrastrutture mentre si manifestano condizioni di  crescente degrado ambientale ed inquinamento del Golfo di Napoli, sino all’epidemia di colera del 1973, fronteggiata proprio durante la presidenza Cascetta.

L’efficace contributo di Barbagallo sintetizza il profilo di Cascetta, politico ed amministratore che si inserisce nella vita pubblica della Napoli degli anni ’60 e ’70, raffigurata negli aspetti deteriori dal famoso film di Rosi “Le mani sulla città”, in cui però iniziano a manifestarsi le speranze di rinnovamento suscitate, a livello nazionale ,dalle nuova stagione riformatrice del centrosinistra di Fanfani e Moro, Nenni e La Malfa, Giolitti e Lombardi, a cui corrispondono innovative coniugazioni di livello territoriale. Alla politica di programmazione socio-economica dei governi di centrosinistra, avviata dalla famosa “Nota aggiuntiva” del 1962 del ministro del Bilancio Ugo La Malfa – con i consulenti Saraceno, Fuà, Ruffolo, Sylos Labini, Cassese – corrisponde sul territorio la costituzione nel 1965 dei Comitati regionali per la programmazione, sedenti presso la Camera di Commercio, organismi deputati alla preparazione dei nuovi schemi di assetto territoriale e sviluppo socio-economico in vista della prossima nascita delle Regioni. La “nota aggiuntiva” di La Malfa sui problemi e sulle prospettive dello sviluppo e della programmazione democratica, costituisce il piano di riforme (scuola media unica, pensione sociale, servizio sanitario, ecc.) alle quali lavoreranno sia Giolitti sia successivamente Pieraccini, che nel 1964 Fanfani ribattezzerà icasticamente come “libro dei sogni” invece in larga parte realizzato. Il giovane Vittorio Cascetta, di formazione filosofico-umanistica ma come detto già esperto di programmazione interdisciplinare presso l’Isveimer, viene chiamato a presiedere il comitato della Campania – organo consultivo insediato dal ministro del Bilancio, il socialista Pieraccini – producendo studi, analisi, materiali di lavoro di rilievo, da porre a base della futura azione della Regione Campania che li adotta nella sua fase costituente (1971). Questa corposa attività preparatoria, una volta istituite le Regioni a Statuto ordinario, con l’attuazione della norma costituzionale rimasta “congelata” per ventidue anni, ha offerto tracce e tracciati per impostare il lavoro programmatico del primo Consiglio Regionale e delle nuove Giunte, che tuttavia esordiscono succedendosi a ritmo troppo frequente proprio a causa delle contrapposizioni tra le correnti interne al partito di maggioranza organizzato in correnti.

Il volume dei germani Cascetta offre l’opportunità di ripercorrere la prima fase del nascente regionalismo, promossa dai governi di centrosinistra, con la elezione diretta nel 1970 dei primi Consigli, l’approvazione nel maggio 1971 degli Statuti di autonomia ed il varo nel 1972 da parte del Governo dei primi ed incompleti decreti di trasferimento di compiti e funzioni dallo Stato alle neonate Regioni, con la tecnica discutibile e limitata del “ritaglio” di competenze, meglio integrata nel 1977 dal nuovo e più razionale criterio dei “settori organici”. Nonostante la forte positività dell’innovazione regionale, che offre nuovi importanti strumenti anche ai processi di sviluppo e riequilibrio territoriale del Mezzogiorno, la nuova stagione non si rivela per la Campania serena e felice sul piano della stabilità degli assetti politici, né su quello degli equilibri sociali e territoriali in anni turbati da profonde tensioni ed inquietudini di varia natura.

La prima consiliatura campana è caratterizzata dall’anomala alternanza di ben quattro presidenti democristiani, a causa della instabilità di quadro politico determinata dalla “guerra delle correnti”, in particolare tra la componente dorotea di Gava radicata nell’area del Golfo e la sinistra democratica di De Mita, maggioritaria nelle province interne, oltre che dal mancato consolidamento di una dimensione regionale unitaria ed omogenea nella organizzazione delle strutture politiche e di partito. Il giovane e potente Antonio Gava, già Presidente della Provincia di Napoli, viene eletto Presidente del Consiglio Regionale mentre assume per primo la carica di Presidente della Giunta Carlo Leone, avvocato e professore universitario, fratello del Presidente della Repubblica, punto di equilibrio notabilare tra le componenti, ma la sua esperienza si esaurisce in poco più di un anno.

A Carlo Leone succede nel 1972 Nicola Mancino, quarantunenne avvocato avellinese e promettente esponente della sinistra di base “demitiana”, alternato l’anno successivo dal fanfaniano Alberto Servidio, già Assessore al Comune di Napoli, figura efficentista di notevole spessore tecnico ma politicamente debole, che dura assai poco.

Dopo una lunga crisi, è così la volta alla guida del palazzo di Santa Lucia (da poco acquisito dalle Ferrovie dello Stato) di Vittorio Cascetta, che consegue il primato di durata biennale nella movimentata prima consiliatura ma soprattutto quello di produzione legislativa – promuovendo le principali normative di riferimento regionale in tutte le materie di competenza regionale – ma, soprattutto, si caratterizza per la lucidità ed organicità di visione progettuale proponendo le cosiddette “opzioni”, identificate dal suo cognome, destinato a rimanere un indiscusso riferimento sostanziale e simbolico nella articolata storia degli atti di programmazione regionale. Si indica così, in sintesi nominativa, la «Proposta degli indirizzi politico-operativi per la programmazione economica e territoriale della Regione», presentata dal Presidente Cascetta, approvata dal Consiglio regionale e pubblicata sul BURC dell’agosto 1974, un documento di circa 70 pagine di analisi e dati caratterizzato da precise opzioni programmatiche.

Le opzioni Cascetta, come summa di ricerche ed ipotesi di sviluppo elaborate in un lavoro pluriennale, costituiscono ancor oggi uno dei riferimenti più noti e citati, assieme ai documenti “Novacco-Rossi Doria” ed al piano urbanistico comprensoriale di Piccinato degli anni Sessanta, esprimendo una concezione progettuale avanzata e ricca di significative intuizioni. Le “opzioni Cascetta” anticipavano incisivamente la centralità dei temi dell’ambiente, del turismo e della ricerca scientifica come volano di qualificazione dello sviluppo, ponendosi il primario obiettivo di coniugare – nella Campania duale e plurale – le scelte di pianificazione territoriale con quelle di corretta allocazione delle risorse e di qualificazione della spesa pubblica per ricomporre l’atavica e sempre più accentuata frattura tra la congestionata conurbazione metropolitana-costiera (l’area della c.d. polpa) e le aree deboli dell’entroterra (quelle dell’“osso” scarnificato).

In definitiva la rivisitazione della temperie storico-politica del decennio 1960 e della prima metà del 1970, in uno alla narrazione degli aspetti intimi della personalità di Vittorio Cascetta filtrata attraverso la memoria dei figli, risulta di profondo interesse e piacevolezza oltre a trasmettere un pregnante messaggio etico e valoriale ancora di piena attualità.

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