«Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me». Con queste parole Erri De Luca ha commentato la decisione degli organizzatori di Salerno Letteratura di revocargli l’incarico di tenere la prolusione inaugurale della quattordicesima edizione del festival. Una frase che, come spesso accade con lo scrittore napoletano, contiene insieme ironia, amarezza e una precisa presa di posizione che apre una polemica che ha rapidamente superato i confini della manifestazione per investire temi più ampi: la libertà di espressione, il ruolo degli intellettuali nel dibattito pubblico e il rapporto tra cultura e appartenenza ideologica.
Lo scrittore avrebbe dovuto inaugurare il festival, in programma dal 13 al 20 giugno 2026, con l’intervento di apertura. A pochi giorni dall’evento, però, la direzione artistica ha deciso di ritirargli quell’incarico, pur lasciandogli la possibilità di partecipare in altra forma alla manifestazione, ma De Luca ha scelto di non prendere parte al festival.
Al centro della vicenda ci sono alcune recenti dichiarazioni dello scrittore sul conflitto israelo-palestinese. De Luca aveva contestato l’utilizzo del termine “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo a Gaza e aveva difeso il significato storico del sionismo, sostenendo che il termine viene oggi frequentemente utilizzato in maniera impropria e come insulto politico. Le reazioni in una parte del mondo culturale italiano non si sono fatte attendere.
A spiegare la scelta sono stati gli organizzatori del festival; secondo loro, la prolusione inaugurale costituisce una sorta di dichiarazione d’intenti dell’intera manifestazione. Per questo motivo, hanno sostenuto, chi apre il festival deve condividere una sostanziale consonanza con i valori e la sensibilità culturale che l’evento intende esprimere. La decisione, nelle intenzioni della direzione, non avrebbe avuto carattere censorio, ma sarebbe stata dettata da una divergenza profonda sulla lettura della tragedia umanitaria in corso a Gaza.
La spiegazione ha convinto poco: fino a che punto le opinioni espresse da un autore possono influire sulla sua presenza in un contesto culturale? E quando una scelta organizzativa smette di apparire come una legittima decisione editoriale per assumere i contorni di un’esclusione ideologica?
La vicenda assume un peso particolare perché coinvolge uno degli scrittori italiani più autorevoli e indipendenti degli ultimi decenni. Erri De Luca ha costruito la propria figura pubblica proprio sulla libertà di pensiero e sulla disponibilità ad assumere posizioni spesso controcorrente, anche a costo di suscitare polemiche.
I sostenitori della scelta del festival replicano che nessuna libertà è stata limitata. La questione, sostengono, riguarda esclusivamente l’opportunità di affidargli un ruolo rappresentativo all’interno di un evento culturale che rivendica una precisa identità. In questa lettura, non si tratta di censura, ma di una scelta editoriale. Le critiche, però, restano numerose. Escludere uno scrittore da un incarico di prestigio sulla base delle sue posizioni politiche rischia di introdurre un criterio di selezione ideologica incompatibile con la natura stessa del confronto culturale.
Al di là delle diverse posizioni, il caso De Luca dimostra quanto il confine tra responsabilità culturale, libertà di espressione e appartenenza ideologica sia oggi sempre più difficile da tracciare. Ed è probabilmente per questo che la vicenda continua a far discutere. Perché non riguarda solo uno scrittore o un festival letterario, ma il modo in cui una società democratica decide di confrontarsi con il dissenso, soprattutto quando arriva da una delle sue voci più autorevoli.
